Dannate virtù – VII – Uomini caritatevoli

Cari compari diavoli, siamo giunti oggi al nostro ultimo appuntamento con le virtù intese come mezzo di perdizione di massa. Oggi affronteremo quella che tra tutte è forse la più difficile per noi da piegare ai nostri scopi.

Parliamo naturalmente della

7- Carità

Siete avvisati: prima di usarla attivamente nelle vostre tentazioni cercate il consiglio di un demone esperto. Per il tentatore dilettante giocare con una materia così pericolosa può risolversi in un fallimento spettacolare, e sapete quaggiù i fallimenti come sono considerati.

Infatti la sostanza della quale è composta è la stessa della quale è fatto il Nemico-che-sta-lassù: quell’amore che noi demoni possiamo toccare solo con spessi guanti isolanti, e il cui disgustoso aroma ci provoca conati.

Ancora non ci è chiaro del tutto cosa sia veramente questa carità, e come si possa davvero pensare che si possa amare qualcuno oltre se stessi. Ci è incomprensibile come si possa sacrificare qualcosa per chi ti è ostile e ti odia; eppure il Nemico per essa è giunto persino a incarnarsi in un uomo (un brivido di orrore mi percorre mentre lo dico).

Se non capiamo bene cosa effettivamente sia, una cosa ci è chiara: non la vogliamo.

Le anime che trasudano carità sono quanto di più tossico ci possa essere per il nostro organismo: è per questo che vanno usate tutte le precauzioni nel trattarle. Prima di potercene nutrire devono essere adeguatamente corrotte e ogni traccia d’amore accuratamente rimossa. Non è semplice, ma grazie a Nostro-Padre-che-sta-Quaggiù le moderne tecniche di corruzione possono ridurre qualsiasi mortale caritatevole ad un piatto commestibile ai nostri palati. Adesso vi spiego come.

Nel corso dei secoli è stato fatto un paziente lavoro di riconversione per consentire agli uomini caritatevoli di smettere di amare. Oggi possiamo affermare con legittimo orgoglio che è possibile esercitare attivamente la carità senza possedere un briciolo non dico di amore, ma persino di affetto o stima per coloro che dovrebbero esserne i beneficiari. Carità è ormai diventato sinonimo di elemosina, quando non è una sorta di tangente che si paga verso coloro che si disprezza.

Non è più questione del perché si fa una cosa, ma solo di cosa si fa. L’umano che dà una monetina al parcheggiatore o passa qualche ora in un’associazione di volontariato si sentirà estremamente caritatevole, anche se nel suo cuore ama molto di più la sua automobile o la sensazione di sentirsi in qualche maniera utile.
Se riusciamo a convincerli che carità sia partecipare attivamente ad un comitato per ridurre la fame nel mondo, o per la salvaguardia dei gattini abbandonati, bene, è fatta. Avremo esseri umani orgogliosi della loro carità, ma che con la carità autentica non hanno assolutamente niente a che fare. Sarà rimasto solo il nome, involucro svuotato e completamente inutile.

Naturalmente, come ho detto, occorre prendere ogni precauzione. Mai e poi mai i mortali in nostra custodia devono domandarsi se quello che fanno sia davvero il bene di chi aiutano. Se ciò che danno loro sia quello di cui hanno sul serio bisogno; e, soprattutto, guai a permettere che si interroghino sulle motivazioni che li spingono ad agire. Un sano disprezzo, un evidente orgoglio, una tracotante sicurezza nei propri meriti e nelle proprie azioni sono gli indicatori sicuri che il tentatore sta facendo un buon lavoro.
Il povero, il bisognoso, la persona in difficoltà devono essere visti solo come oggetti, manichini da esercitazione, incapaci mal sopportati che dovrebbero solo ringraziare di avere incontrato chi li aiuta.

Oggetti che magari si possono sfruttare per provare le proprie teorie sul mondo. Pochi esseri umani ci sono così d’aiuto nei nostri piani come quelli che, in nome della carità come l’intendono loro, impongono ideologie distruttive su coloro che si sono messi in testa di aiutare. Hanno i loro bei piani su come il mondo dovrebbe essere: provvedono a realizzarli, con la massima carità, schiacciando coloro che non li capiscono o che non si conformano.
Per queste anime belle (belle per noi, s’intende) la carità si identifica con l’eliminazione del fastidio. Una cosa infastidisce, non rientra nel progetto? Per il tuo bene, sia distrutta.

Vecchietto, ti faccio la carità, e provvedo a terminare la tua inutile esistenza, con il minimo di dolore s’intende.
Ragazza, la vita che porti dentro sarà un peso per te e per noi: caritatevolmente facciamo in modo che sparisca.
Sarebbe certamente poco caritatevole permettere che nasca un bambino meno che perfetto: sai la sofferenza che potrebbe avere? Meglio per te, bambino, risparmiartelo.
E dare qualche soldo ad una povera donna di qualche paese in via di sviluppo perché porti un figlio che è diritto nostro, non è carità?

Spero apprezziate l’ironia. Ci sono persone persuase di essere davvero virtuose e che invece sono guidate da un odio insanabile per la vita e per chi li circonda. Tutto quello che dobbiamo fare per mantenerle in questo stato è evitare che comprendano davvero la categoria di prossimo. Non qualcuno composto della loro stessa sostanza, che il Nemico ama come ama loro, ma “l’altro”.

Chiamiamolo altruismo, chiamiamola filantropia, da delegare alla propria banca o da praticare usando guanti usa e getta; beneficienza, aiuto umanitario, volontariato. Lasciamo pure credere a questi ipocriti che quella che praticano sia la vera, l’unica maniera di esercitare l’antica virtù della carità, distogliendo lo sguardo dal volto di chi sta loro accanto.

Finché questi uomini caritatevoli aiuteranno “l’altro”, badando che rimanga tale; finché la carità rimarrà per loro qualcosa che si può contare, misurare, contabilizzare; fino a quando si identificherà con qualcosa di remoto e sgradevole che occorre fare per sentirsi meglio, non ci saranno problemi per noi ad ospitarli nelle nostre sale una volta che sarà terminata la loro esistenza terrena.
Faremo loro questa carità: chissà se l’apprezzeranno?

Piero_del_Pollaiolo_charity
Questo articolo, come i precedenti, è stato pubblicato su la Croce

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 24 aprile 2015 su Dannate virtù. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 7 commenti.

  1. “Un sano disprezzo, un evidente orgoglio, una tracotante sicurezza nei propri meriti e nelle proprie azioni sono gli indicatori sicuri che il tentatore sta facendo un buon lavoro.
    Il povero, il bisognoso, la persona in difficoltà devono essere visti solo come oggetti, manichini da esercitazione, incapaci mal sopportati che dovrebbero solo ringraziare di avere incontrato chi li aiuta.” (cit.)

    Magnifica sintesi che, nella sua folgorante concisione, non rinuncia per questo ad essere meno accurata e puntuale.

    Leggevo giorni fa la storia di un medico, Sebastiano, un cattolico praticante divenuto però col tempo alquanto tiepido, tanto che si confessa solo in occasione delle grandi festività e partecipa alla messa domenicale piuttosto distrattamente.

    Dopo essere stato colpito da una lombosciatalgia dolorosissima e particolarmente resistente ai trattamenti, anche quelli con analgesici, in un momento di disperazione per le sofferenze feroci che lo aggrediscono da giorni, fa mentalmente voto al Signore e alla dolce Vergine “Salute degli infermi”, di recarsi a Medjugorje in pellegrinaggio in ringraziamento della (tanto sospirata, ma finora apparentemente irraggiungibile) guarigione. Appena espressa tra sé e sé questa decisione, i dolori cominciano d attenuarsi e finalmente Sebastiano si addormenta.

    Dopo due mesi (la vicenda si svolge nel 1985), riesce a recuperare parzialmente l’uso della gamba malata e si mette in viaggio, secondo la promessa.
    Arrivato a destinazione, si sente investto da una profonda sensazione di delusione e disappunto: si trova davanti una chiesa, quella di San Giacomo, che gli sembra desolata, squallida, dimessa in modo quasi imbarazzante.

    Comunque entra, prende posto tra i banchi, chiude gli occhi per raccogliersi in preghiera ed ecco che viene visitato da una strana visione, in bianco e nero: davanti a lui vede seduto il Signore Gesù che, facendo una ampio gesto col braccio per indicare una sorta di deprimente vuoto incolmabile che lo circonda, gli dice: “Ecco, questa è la tua vita!”, per ben 2 volte.
    Sebastiano non riesce a trattenere le lacrime di vergogna e intima compunzione e cerca di ribattere, giustificarsi: “Ma in fin dei conti ho fatto anche del bene: ho curato gli ammalati, assistito chi soffre, aiutato chi ha problemi…” Gli risponde il Divin Maestro, dopo essersi chinato a raccogliere un pungo di sabbia che lascia scorrere tra le dita, come in una clessidra: “E tu pensi con questo poco di bene di poter riempire questa voragine?”
    Smarrito, Sebastiano chiede alla Madre celeste, la prima destinataria della sua visita in Bosnia: “Dove sei? Proprio in questo momento in cui ho più bisogno, Tu non ci sei”. Prontamente si sente rispondere: “Dove pensi che possa essere stata? Sono qui vicino a te. Quello che hai avuto E’ UN DONO CHE HO CHIESTO A GESU’ PERCHE’ TI POTESSI RAVVEDERE”.

    Il ravvedimento consisteva nel comprendere che, come è scritto nel vangelo, “senza Gesù non possiamo fare nulla”, cioé senza una vita sacramentale e una preghiera assidue e convinte, non possiamo nulla che sia davvero valido nella lotta contro il male, la sofferenza, la morte in tutte le sue manifestazioni e intrusioni nella nostra vita di “esuli” su questa Terra

    Chiedo di nuovo scusa per la lunghezza del mio intervento.
    Un caloroso saluto a tutti e un grazie speciale al padrone di casa.
    marilù

  2. Grazie. Mi rammenta quella dei cento punti…

  3. “Quella dei cento punti”…Punti di sutura? O forse Lei intendeva quelli del supermercato?
    Chiedo scusa, non ho capito la battuta.
    Se poi pensa che la storia che ho riportato non c’entri nulla con la Sua interpretazione di una possibile distorsione demoniaca della virtù della carità, chiedo scusa due volte.
    Buon lungo e riposante week-end del primo maggio!
    marilù

  4. No, Marilù, i cento punti sono un raccontino molto carino che ho letto pochi giorni fa, ma non ricordo dove. Appena lo ritrovo lo linko (o lo riscrivo). Rispondendo, ero convinto che fosse in un commento qui da qualche parte, ma evidentemente…
    La storia era assolutamente pertinente, grazie ancora di averla condivisa.
    (Ma il week-end credo proprio che sarà lungi dall’essere riposante)

  5. Ah, ero proprio …fuori strada, allora.
    La ringrazio davvero del chiarimento e anche, appena ne troverà il tempo, della nuova condivisione.
    Quanto al week-end prolungato, siamo solo alla vigilia, è lecito sperare. Anche perché “nulla è impossibile a Dio” e a chi lo prega con fiducia — e con una certa cocciutaggine, a volte proprio indispensabile, persino con Lui.
    Di nuovo grazie e a presto rileggerla, marilù.

  6. Quella dei 100 punti l’avevo letta sul blog di Nihil! Eccola qui.
    Per quanto riguarda il riposante, mi siedo adesso da stamattina alle 7,30 (Messa, acquisti, viaggio di 1 ora, bellissima mostra floreale (Masino), ritorno, piantare quanto acquistato, lavastoviglie e ora qui). Ma forse dovrei specificare: sono io che non riesco a riposare, o meglio non voglio…troppa vita, troppo poco tempo.

  7. Grazie del link, ho letto la storiella (che poi era addirittura stata considerata degna del pulpito domenicale, mica cotiche, eh!).
    Comunque, secondo me, una piccola postilla aiuterebbe meglio a coglierne il succo…vitale: la misericordia di Dio va cercata sempre, anche ma non soltanto in extremis. Sebbene capisca che i confessionali siano per la maggior parte del tempo vuoti — e non parlo solo dei fedeli — molto più che non i pulpiti.
    Detto questo: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa…E passo e chiudo con un ulteriore augurio di buon finesettimana (anche per il Suo giardino, che dev’essere un vero spettacolo in questo periodo, per giunta del tutto gratis per i pigracci come me).
    marilù

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