La fabbrica di carne

Sono stata ieri a visitare una fabbrica di carne. Sì, lo so, non è il nome giusto, ma tutti le chiamano così. Il nostro gruppo era accompagnato dalla Miocci, quella di biologia. Ce le aveva spiegate il mese scorso, ci avevamo anche fatto un tema di italiano. “Gli utart: come l’invenzione dell’utero artificiale ha cambiato il nostro modo di vita”. Io ho preso otto.
Quell’otto adesso mi dà il nervoso. E’ un otto fatto di letture di libri di testo, della mia bravura alla tastiera, della poca voglia di tutti di capire. Io mi ribello a quell’otto, mi voglio insufficiente. Non avevo capito niente.
Perché un conto è sapere, e un altro vedere.

Per esempio, ci avete mai fatto caso che non si vedono più donne incinte? L’altro giorno ne è salita una sull’Express, piccola, con una pancia che sembrava avessa ingoiato un’anguria. Tutta la carrozza è stata in silenzio a guardarla, talmente sbigottiti che nessuno l’ha fatta sedere. Un bambino ha chiesto se fosse malata.
Perché chi è incinta è strana. In genere si tratta di qualche cattolico borderline, gli arboristi sciroccati, o forse neanche loro. Tutte le altre non si vogliono rovinare la linea, e fare fatica partorendo. Così Utart, che in nove mesi ti sforna il pupo pronto per le pappe. Soddisfazione garantita, se è fallato te lo cambiano.

Le agenzie mondiali, i testi di medicina, i giornali, dicono tutti che non cambia niente. Che non è davvero necessario per il cucciolo d’uomo crescere nella pancia calda della sua mamma, rischiare tutte quelle malattie, sofferenze, incidenti, darle mal di testa e mal di pancia, e dolore. Quelli che dicono diversamente sono gli antiscientifici, gli oscurantisti arretrati, come quelli che vivevano senza luce elettrica da qualche parte in America. Ma non avete anche voi una strana impressione? Io leggo le descrizioni delle famiglie di un secolo fa e rimanco scioccata, scandalizzata, stupita da quanto stretto fosse il rapporto tra genitori e figli. Dal fatto che ci fosse per forza un padre e una madre. Che si parlassero.

Mia madre ha fornito un uovo, e non mi ha toccato che nove mesi dopo, quando le hanno porto una cestina preconfezionata con me dentro. E forse neanche allora. Di lei mi ricordo che di tanto in tanto si informava dei miei progressi a scuola. Non è stato il suo il latte che mi ha cresciuta. I rimproveri di una maestra di nido non sono gli stessi di una madre, o di un padre che non so neanche chi sia. Almeno credo.
So di una mia compagna di corso che la madre l’ha vista per la prima volta a dodici anni. Aveva troppo da fare.
E i fratelli. Quanto avrei voluto un fratello, o una sorella. Ma gli Utart costano troppo, comunque. Che me ne sarei fatta poi di un fratello, quando ogni giorno della mia esistenza l’ho passato in un qualche tipo di scuola con quelli della mia età? Non l’avrei neanche mai veduto, non ci avrei mai vissuto insieme. Se lo avessi fatto, cosa mi avrebbe detto l’avere in comune metà del patrimonio genetico? Cosa me ne sarebbe importato, in fondo? Chissà quanti miei compagni magari condividono con me quel misterioso padre di cui non so nulla.
So che mi manca qualcosa. Non me lo dicono solo le mie letture, quelle letture che mi fanno guardare strano da tutti. Me lo dice qualcosa che ho dentro, e che non so come chiamare.
Certamente sono strana anch’io.

Le fabbriche della carne, dicevo. Tutto questo giro di parole perché ve ne volevo parlare, e dirvi ciò che dirò in modo che non vi colga di sorpresa. Le fabbriche della carne.
Siamo arrivati all’ingresso, e ci hanno fatto cominciare il giro. I laboratori dove si inseminano gli Utart. Le matrici personalizzate per codice genetico. Ci hanno detto che i veri soldi si fanno con i pezzi di lusso. Vuoi cambiarti gli occhi, da verdi ad azzurri, viola, gialli? Li ordini, paghi uno strabotto e qualche mese dopo ci sono, pronti, il tuo DNA esatto, operazioncina e via. Ambulatoriale. E questo lo sappiamo, lo sappiamo tutti, ma non ci fermiamo mai a riflettere bene sopra. Da dove vengono quegli occhi nuovi?
Dagli utart. E l’utart da dove li piglia? Questa seconda domanda, ogni volta che la pongo, mi procura smorfie e alzate di sopracciglia. Apparentemente non se ne deve parlare. Io passo per ostinata.
Il giro continua. I sequenziatori. il reparto macelleria.
Ah, scommetto che adesso siete voi ad avere storto il naso. Sì, macelleria. Lo so che non si dice, ma è esattamente questo che fanno le fabbriche di carne. Cosa producono? Carne. E come fanno a prenderla? Sezionando, tagliando, cucendo in attesa di tagliare di nuovo. Macellando.
Macellando che?
No, non mi guardate con quell’aria sbaccalita. Come che? Già, che? Vi do un indizio.
Le fabbriche di carne producono carne. Pezzi di ricambio per noi umani. Organi interni, cuore per chi non ce l’ha, fegato per chi se l’è mangiato, stomaco per chi se l’è fatto scoppiare. Gambe per tutti quei simpatici vecchietti che fanno la stragrande maggioranza di noi esseri umani. Braccia. No, cervelli no.
E dite, chi può produrre carne umana?
Ah, ecco.

La tizia della fabbrica ci riempie di informazioni. Solo una parte dei produttori – li chiama così – sono non nati rifiutati, difettosi o abbandonati. La maggioranza sono allevati apposta, da ovuli e sperma dei loro predecessori. Nella fabbrica ci sono sei generazioni, trisnonne, bisnonne, nonne, madri, figlie, nipoti. Non si sono mai visti, ognuno nel suo uovo cromato. C’è un produttore che ha quasi cinquanta anni, non lo consumano tutto perché ha un sangue e un midollo particolari. Se no, normalmente, lo suddividono subito in ogni sua parte, inscatolando quello che non è richiesto. Del produttore non si butta via niente.

Ho alzato la mano. “Sì, bambina?” Mi ha chiesto.
“Soffrono?”
Giuro che la temperatura della stanza è scesa di tre gradi. A quella donna le si è congelato anche il sorriso. Ma è stata brava, si è ricomposta subito. “Ma no, certo.” Si vedeva che aveva voglia di urlarmi in faccia. “Come possono soffrire?  Non sono persone. Non sono mai nati.”
E’ proprio lì il punto, mi ha illustrato. Se non sei nato non sei una persona. E quindi possono fare di te quello che vogliono. Anche allevarti per la tua carne, da ricucire addosso a chi è nato. Anche tagliarti a pezzi giorno dopo giorno, tocchetto per tocchetto.
Ci hanno spiegato che il cervello viene tenuto indietro, che danno loro certe sostanze che non lo fanno sviluppare bene. Quanto indietro? Troppo rischerebbe di rovinare il prodotto. Questo nessuno lo dice.

Alla fine ci hanno fatto entrare nella sala degli utart. File e file di grossi ovoidi cromati. “Mamma”, ho pensato. Faceva caldo, selve di tubi come vene varicose sul soffitto. Un ronzio costante, un basso mugolio di macchinari. Il silenzio e il nostro scalpiccio.
Ce n’erano due aperti. Un incidente. La nostra guida se n’è accorta, e ha cercato di farci girare alla larga, ma ormai era tardi.
Sotto il guscio metallico aperto c’era un altro ovoide di plastica trasparente irto di tubicini, pieno di uno strano reticolato translucido che reggeva…
Ai miei compagni ha fatto più impressione il primo dei produttori. Lo avevano già in parte utilizzato, e poi richiuso a crescere ancora. Possedeva due cavità cucite al posto degli occhi, una bocca dalla quale mancavano molti denti, moncherini invece delle mani. Sembrava la caricatura rigonfia di un vecchio, ma sapevo che non doveva avere più di qualche anno, forse sei o sette. Ci mettono quel tempo a maturare.
Ma è stato il secondo produttore che mi porterò dentro per tutti gli anni a venire. Una ragazza, chissà, forse della mia età. Mai nata, mai persona. Apparentemente intatta, fluttuante nel suo ovoide, nel suo utero ormai stretto. Credo la stessero per portare alla dissezione. Mentre già ci facevano uscire in fretta mi sono ancora voltata. Proprio mentre apriva gli occhi.
Non so se ci fosse intelligenza in quello sguardo. O rassegnazione, o consapevolezza, o implorazione. Ma erano gli occhi di qualcuno, non di una cosa, non di un produttore di pezzi di ricambio.
Occhi che guardavano, che mi guardavano. La guida ci ha richiamati, le mie compagne mi hanno trascinato fuori, le porte si sono richiuse.
A me è rimasta solo una parola, che continua a girarmi in testa, e che non so come togliermi dalla testa, come non so dimenticare quegli occhi.
E la parola è “sorella“.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 7 gennaio 2015 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 13 commenti.

  1. l'accento a "do"

    bello, ma togli

  2. Il “Mondo Nuovo”! Speriamo che non cominci o che non sia cominciato!

    Ciao, Fior

  3. Molto impressionante — vorrei poter scrivere “bello”, ma emozioni di tutt’altra specie di quelle suscitate dalla bellezza me lo impediscono.
    Comunque: molto efficace e veritiero, come se chi scrive fosse un autentico testimone dei fatti narrati, nonostante questi siano del tutto ipotetici, in quanto immaginati come possibili in un futuro purtroppo non lontanissimo, ma comunque ancora non realizzato.

    Non per quanto ne sappiamo, almeno.

    In ogni caso, Lei non è mai stato invitato a fare un giro turistico approfondito di tutte le Prodigiose Conquiste Scientifiche del Glorioso Popolo della C.d.N. o della C., vero, Berlicche?

    Concordo con Fiordy circa i punti di contatto del Suo racconto col romanzo di Huxley. Me ne vengono in mente altri a proposito del romanzo di Philip K. Dick intitolato “La penultima verità”, o anche con il film fantascientifico di Michael Bay, “L’Isola”, e col più recente “Repo Men”, di Miguel Sapochnik.

    Ma per quanto coinvolgenti siano le trame di quei romanzi e di quei film, insieme ai problemi etici da esse sollevati, nessuna di quelle opere equipara, a mio parere, la forza d’impatto emotivo di questo Suo scritto, breve ma molto ben congegnato.

    Per esempio, queste che riporto più sotto sembrano frasi e notazioni marginali del racconto, ma in realtà mostrano, con sintesi e profondità ammirevoli, come in un mondo dominato da vecchi rapaci e tragicamente inariditi nel cuore e nella coscienza, se non nell’elasticità dei tessuti, sia da considerare un essere di “pochi anni”, cioè poco più di un bebè, quello che, per noi appartenenti a questa “era tecnologica” ancora in corso, è già un bambino in età scolare.

    “ma sapevo che non doveva avere più di qualche anno, forse sei o sette”.

    “Gambe per tutti quei simpatici vecchietti che fanno la stragrande maggioranza di noi esseri umani. Braccia. No, cervelli no.”

    Insomma Berlicche, è stato davvero bravo (in italiano convinto).
    Saluti cordiali e a presto rileggerLa.
    marilù

  4. Capisci perchè Panciroli Fasullo Cachorro etc etc etc non ti abbandoneranno mai? Dove li trovi articoli cosi in giro per il web???. C’è chi se ne nutre (modestamente io) e chi si sente vivificato dal competere con te sia con intelligenza sia sguaiatamente o con copia incolla che ti danno il brivido di essere bravo. Ah Berlicche Berlicche …!!! Mah !!! Si …. d’accordo ….. le pecorelle smarrite vanno aiutate, ma con le risorse che uno possiede. Comincio a pensare che le tue risorse siano infinite. A momenti ti ammiro più per la tua educazione e la tua pazienza piuttosto che per la tua creatività !!! Ed è quanto dire. Se sulla “straniera” ti hanno fatto il tiro incrociato come oggi a Parigi, chissà come ti allisceranno il pelo su questa “Fabbrica di carne”. Dio te ne renda merito per la pazienza che dovrai tirare fuori fra poco e nei prossimi giorni. A me basta il messaggio e qualche bella contestazione o qualche bella integrazione. Poi smetto di leggere tutto il ciarpame firmato dai soliti autori fra cui il CANGIANTENONSTOP. Una volta mi preoccupavo che i disfattisti traviassero i semplici. Ma ormai anche i semplici cominciano a capire che “IO HO VINTO IL MONDO” (by Gesù nell’ultima cena) e tutti i trionfi del male e della stupidità sono vittorie che durano 3 giorni, o 3 anni o 3 secoli, cioè tre caccole dal naso a fronte dell’eternità la quale esiste, poichè Gesù Cristo esiste (blog di Capodanno con foto dello champagne). Poi arriva il terzo giorno per tutti, e lì ne riparliamo. Cin Cin. Salute a te.

  5. mario, m'offendi

    io stimo il ber, magari non quanto te ma faccio quel che posso
    p. s. ho visto che il ber è inserito tra i link di Campariedemaistre e che oggi tal Filippazzi, un nome un destino, scrive cagate pazzesche sulle motivazioni di quei bei tipini coi kalashnikov a Parigi e sulla sorte non proprio da compiangere di quei “bestemmiatori” di CH; ecco per esempio il ber eviterebbe di gioire per l’esecuzione di vignettisti e satirici ancorché
    miscredenti perché sarebbe poco cristiano.
    p. p. s. sarebbe interessante capire cosa leghi un filippazzi al nostro ber, a parte la Fede

  6. Interessante notare che i “genitori” sono sempre indaffaratissimi. Sono diventati servi del lavoro, letteralmente schiavi che non hanno tempo per altro. Nel mondo descritto da Berlicche immagino che praticamente tutti gli esseri umani siano ridotti a schiavi, senza però che lo sappiano o se ne accorgano, visto che “se non si lavora non si mangia”; e di certo i divertimenti, i modi per svagarsi e per non pensare saranno talmente tanti che ci sarà solo l’imbarazzo della scelta. Un po’ come succede oggi. Questa parte del “mondo nuovo” già esiste. Per il resto, è solo questione di tempo: gli esseri umani hanno abdicato dalla loro umanità da tempo, è bastato dire loro di farlo e lo hanno fatto.

  7. Grazie per i complimenti.

    Circa i fatti di Parigi, forse ne scriverò. Cosa lega? La stessa cosa che lega te, Panciroli, con un articolista laicista; la comune appartenenza alla specie umana, e la libertà.

  8. ber, ma offendi la tua intelligenza

    perché io sono laicista e compatisco parimenti te e un mullah farsi, mentre tu dovrai decidere se schierarti con cicciobombo ferrara nella sua crociata contro l’Islam o con filippazzi nella sua a fianco del medesimo Islam contro la bestemmia illuministico-comunista dell’occidente:
    Certo potresti non procrastinare ogni decisione e rimandare ad altri la fatica, magari ad un bel documento ecclesiale che vedrà le stampe tra qualche anno, così avresti il tempo di riflettere con agio: i tempi della chiesa, in effetti, son secolari.

  9. Panciroli, credo che tu abbia letto male Filippazzi; a parte questo, non vedo perché la scelta debba essere tra quelle due posizioni quando ce ne sono di molto più interessanti e vere. Manchi di fantasia.

  10. Mi ha fatto tornare in mente, per tematiche e atmosfera un film di un paio di anni fa, “Non lasciarmi”, tratto da un bellissimo romanzo di Ishiguro: stessa malinconia struggente e stesso senso di oppressione disperata (proprio “senza speranza”) di chi è condannato a un destino di “non persona”, per il bene di un progresso a cui nessuno, ma proprio nessuno, vuole rinunciare. Il racconto è un piccolo capolavoro, complimenti davvero, berlicche!

  11. Complimenti anche da parte mia!

  12. coraggioso more solito

    il mio bel ber,
    né di qua né di là ma in mezzo: temo che stavolta ti riuscirà molto difficile;
    il repellente filippippazzi: “Forse ci accorgeremmo che, se molti immigrati, specie musulmani, non si “integrano”, se cresce fra i musulmani in Europa la simpatia per l’integralismo e qualcuno finisce per passare alle vie di fatto, ciò non è sicuramente giustificato, ma non accade nemmeno perché i musulmani sono di per sé cattivissimi. Gli è che, per chi è abituato a considerare la religione come la stella polare della sua vita, un mondo in cui la massima espressione di progresso è considerato la bestemmia è l’Inferno sulla terra. E qualcuno potrebbe anche sospettare che la bufala progressista dell’ “integrazione” celi, dietro di sé, un truffa per fare all’Islam ciò che l’Occidente ha già fatto al Cristianesimo: stuprarlo ed ucciderlo. Sarebbe un’impressione totalmente errata? ”
    l’ippopotamo ferrara: “Violenza vs violenza. La decimazione di Parigi chiede risposte adeguate
    Colpi di Ak-47 contro la libertà di dire, pensare, pubblicare. Un atto di intimidazione e di sottomissione che vira verso il cuore dell’occidente giudaico cristiano e delle sue libertà impertinenti”

    starai nel mezzo perché, come spesso t’accade, non sai dove stare e farai la fine del piccione, intellettualmente.

  13. Caro Panciroli, in mezzo a due errori c’è solo un altro errore. Io vado da tutt’altra parte.

    “come spesso t’accade, non sai dove stare”
    Mi puoi indicare esattamente dove e quando sarebbe quello “spesso”? Perché sai, a me sembra di sapere sempre esattissimamente dove stare. Il vantaggio di avere certezze, di sapere cosa è il bene e il male, e riuscire ad individuare le gratuite menzogne.

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