La fiaccola

“Guarda, stanno di nuovo facendolo.”
“Che cosa?”
“Stanno abbandonando la strada.”
“Eppure la vedono la nostra fiaccola.”
“Come possono non vederla? E’ buio pesto”
“C’è ironia nelle tue parole?”
“Nessuna ironia. Nelle tenebre siamo visibilissimi. Quello che non capisco è perché lasciano la strada.”
“E te lo chiedi anche? Guarda che razza di buche. Per non parlare della pendenza. Si fa un sacco di fatica. E poi, non dimenticare quegli incontri sgradevoli di prima.”
“Ma questa è la strada giusta!”
“Lo so io e lo sai tu. Ma gli altri non si fidano. Pensano di sapere loro, più di noi guide.  Di là sembra più facile. Da quest’altra parte è addirittura in discesa.”
“E finisce dritto nel burrone. Dovrebbero saperlo, però, che siamo noi a conoscere la via.”
“Te l’ho detto, non si fidano. Devi ammettere, poi, che un paio di volte non è che siamo stati in gambissima. Per non parlare di quando ci siamo andati ad infrattare.”
“Perché non avevamo capito bene la mappa. Poi l’abbiamo riletta alla luce della torcia, e adesso…”
“Intanto ce lo rinfacciano in continuazione.”
“Va bene, va bene. Ma adesso andiamo, dai.”
“E dove?”
“Dobbiamo seguirli!”
“Seguirli? E perché? Loro se ne stanno andando nella direzione sbagliata!”
“Appunto. Non pensi ai pericoli? Senza luce inciamperanno, cadranno, potrebbero finire in un burrone.”
“E secondo te quindi dovremmo andare dietro a loro con la fiaccola?”
“Per illuminarli. Come faranno a vedere i pericoli se no?”
“Ma così dovremmo lasciare la strada. Quanto lontano possiamo andare senza rischiare pure noi? E tutti quelli che ci stanno seguendo sulla via giusta?”
“Se sono sulla via giusta ci rimarranno.”
“Non credi che potrebbero seguirci fuori dal percorso corretto, e rischiare di perdersi anche loro? No, per me è molto meglio che noi restiamo sulla strada. Così quelli che se ne vanno quando capiranno di essersi sbagliati sapranno dove tornare.”
“Ma nel frattempo potrebbero farsi male. Potrebbero andare così lontano che la nostra luce non sarebbe più visibile, e non saprebbero rintracciare i loro passi.”
“E se noi andassimo con loro, rischierebbero di non capire affatto che la strada non è quella giusta! anzi, ci sarebbe il pericolo per noi stessi di non sapere più dove siamo, dove sia quella strada corretta che abbiamo abbandonato. Quando comprendessero poi che hanno sbagliato, da chi tornerebbero se noi siamo lì con loro?”
“Quindi la scelta è se andare a cercare quelli che si sono perduti oppure essere come una casa a cui tornare quando capiamo di avere preso una brutta strada?”
“Direi di sì. Non è una scelta facile, ci sono ragioni da una parte e dall’altra.”
“Per decidere cosa fare, dovremmo capire se sono in grado di ritornare a noi da soli.”
“Credo dipenda da quanto questa nostra fiaccola splende, e quanto la strada che fanno li porta lontano.”
“Anche da quanto presto scopriranno che i loro sentieri sono quello che sappiamo essere: vicoli ciechi e dirupi.”
“Sempre per noi, quanto alta riusciremo a tenerla, la fiaccola, per illuminare il più possibile questo mondo in cui ci tocca camminare.”
“E un’altra cosa…”
“Sì?”
“Meglio se ci sbrighiamo. Mentre discutevamo, gli altri sono andati avanti.”

fiaccola(1)

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 10 ottobre 2014 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 7 commenti.

  1. Beh devo dire che effettivamente è un bel raccontino. Speriamo lo Spirito Santo illumini tutti quanti e soprattutto che venga usata la libertà di cui Dio ci ha donato solo per fare il bene che Lui vuole e non quello che a noi piacerebbe fare.

  2. Non sono in alternativa l’accompagnare l’umanità sull’orlo del precipizio con la fiaccola in mano e restare sulla strada sicura!
    E’ una distinzione falsa (e tendenziosa).
    Si può benissimo accompagnare l’umanità e indicare la strada sicura!

    Per spiegami meglio permettimi, Berlì, di uscire un attimo dalla parabola.

    Che vuol dire abbandonare la strada sicura per andare a riprendere la pecora smarrita?
    Esasperiamo l’analogia: per avvicinare chi vive una relazione matrimoniale irregolare devo farmi convinto che l’adulterio non è poi tanto male…?
    Non ha senso!
    Purtroppo, invece, questo è l’effetto della tolleranza verso il peccato. Se comincio anch’io a pensare che si tratta di “famiglia allargata” quella che vedo nei telefilm di “Un medico in famiglia”, invece che di “famiglia di adulteri”, il più è fatto: sono vicino alle pecore smarrite, ma perché mi sono smarrito anch’io.

    Viceversa, che cosa vuol dire stare sulla strada sicura?
    Se vuol dire che, forti della nostra perfezione, viviamo in un mondo a parte (ad esempio dentro un perfettissimo gruppetto di fraternità), allora siamo persi: aveva fame e non gli abbiamo dato da mangiare, …
    Peggio ancora, se pretendessimo di brandire la luce della verità come una spada (ad esempio disprezzando il vicino di casa adultero) faremmo più danno, perché lo allontaneremmo ancora di più dalla strada e dalla felicità.

    Come si può stare sulla strada sicura e stare accanto alla pecora smarrita?
    Basta continuare a chiamare peccato il peccato, quello che ci allontana dal destino buono per cui Dio ci ha fatto. Questa chiarezza è bene che ce l’abbiamo per noi stessi, per la nostra stessa felicità. E poi, di fronte alla debolezza mia e a quella degli altri, ricordiamoci che siamo di fronte a peccatori, non di fronte al peccato! Quindi con tutta la carità di cui ha bisogno chi ha smarrito la strada.

    Quanto è difficile vivere accanto a un peccatore, che sia me stesso o un altro! E’ un dolore pressoché continuo che uno vorrebbe volentieri evitare. Il modo più semplice per evitarlo è mentire: non sono un adultero ma una famiglia allargata…

    Questa è una grossa tentazione, degna del miglior Berlicche…

    La strada della vita è in salita. La strada della vita è un’ascesi. Ma chi come me ama la montagna saprà che la strada in salita è la più bella da fare e che ne vale proprio la pena!
    Come per Ada Negri:

    VETTA NEL SOLE
    Gemmea la vetta estrema
    nel sole estremo. Giù pei fianchi l’ombra
    già avvolge il monte: non ancora sì fonda
    che non s’incidan nel nitor del vento
    le strade impervie, i tortuosi solchi
    dei precipizi, il biancheggiar de’ sassi
    nei greti asciutti, e delle malghe gli alti
    prati, sola dolcezza nell’orrore.
    Potessi, o mio Signore,
    esser quella montagna in quest’azzurro
    tramonto innanzi a Te: nell’ombra i segni
    del faticoso ascendere, del duro
    combatter contro le nemiche forze,
    e delle poche aride soste e delle
    solitudini immense ove soccombe
    l’anima che non sappia di se stessa
    armarsi, come il suo comando vuole;
    ma sulla vetta il sole.

  3. Io invece penso che la parabola di Berlicche sia abbastanza pertinente.
    Insomma: a recuperare le pecorelle ci va il pastore non le altre pecorelle.
    Nella parabola il pastore non è chi porta la fiaccola ma la fiaccola stessa perchè guida il gregge (indicando a chi porta la fiaccola la strada giusta) e nel frattempo richiama con la sua luce quelle smarrite.

    Nel caso in cui come dici tu: “forti della nostra perfezione, viviamo in un mondo a parte (ad esempio dentro un perfettissimo gruppetto di fraternità)” quella non è vita reale poichè il sale sala ciò in cui viene messo, e gli uomini sono nel mondo.
    Diciamo che le fraternità le comunità, le famiglie, le persone che veramente seguono la fiaccola diventano fiaccola.

  4. La leggo da molto tempo berlicche, ma adesso il tema che tocca — in questo momento in cui la Chiesa universale, perlomeno quella visibile, è riunita a consiglio sul tema davvero delicato e difficile della pastorale familiare — è talmente a contatto con la mia storia personale di cattolica, inzialmente sposata solo con rito civile (non perché divorziata, ma perché divenuta, purtroppo, indifferente o quasi al richiamo divino della fede al momento del primo “contratto” sponsale) che non posso più, per amor di quieto vivere, restarmene in disparte e limitarmi a leggere i spesso furiosi dibattiti che alcuni frequentatori di questo sito amano provocare.

    Intervengo, in coda a questi due interessanti commenti di Daniele e Contedduca che mi hanno preceduta, per porre in evidenza un concetto secondo me fondamentale, che è quello di coscienza. Senza di essa, non esisterebbe alcuna responsabilità, né alcun peccato: saremmo animali che seguono l’istinto, il programma già scritto nel dna, computers organici. Senza la ragione, la capacità di discernere tra bene e male, sarebbe inconcepibile, oltre che profondamente ingiusto, prospettare un futuro post-mortem con un premio eterno o una dannazione eterna. Sarebbe anche inconcepibile costruire i confessionali: basterebbero alcuni comportamenti esteriormente verificabili — tipo, pregare 5 volte al giorno in un certo modo, portare determinati indumenti, evitare certi cibi e bevande e certi vizi socialmente più disapprovati (come il fumo, la tossicodipendenza, il gioco d’azzardo) e farsi vedere a un luogo di raduno e preghiera comunitaria settimanalmente — a fornire la patente di “fedele” provetto e certificato, pronto per il ‘controllo qualità’ definitivo di “Sorella Morte”.
    Ma per noi cattolici i confessionali resistono: sono lì, magari disertati e snobbati, ma non rottamati, grazie a Dio. Allora per noi l’obbedienza non può essere quella, assoluta e militare che, per esempio, gli islamici hanno nei confronti dei loro imam, delle loro “auctoritates” riconosciute come guide spirituali ed etiche investite dall’Alto del potere di decidere cosa è bene e cosa è male, per tutti, senza possibilità di contradditorio pena la morte o, quanto meno, l’estromissione dalla comunità, l’ “ecclesia” dei giusti, Per noi vale, e anche molto, l’attività della coscienza INDIVIDUALE, allenata alla palestra della preghiera, della meditazione delle Scritture e delle esperienze e della storia PERSONALI, in cui il Pane Vivo Disceso dal Cielo, alias Buon Samaritano, si fa vicino a ciascuno, schiavo o libero, giudeo o greco, uomo o donna: Dio al di sopra di tutti ma che agisce attraverso tutti, senza “fare preferenza di persone, a qualunque popolo appartengano, tra quanti temono (di offendere) Dio e praticano la giustizia” (cioé l’esercizio, in virtù di ragione e ragionevolezza, del discernimento tra bene e male Si veda il discorso di Pietro, primo Papa e pietra fondante della Chiesa per diretta investitura divina, in Atti 10).

    In definitiva, per noi cattolici l’obbedienza deve sempre armoniosamente articolarsi con la coscienza individuale, senza mai soffocarla con un “si fa così perché è così e basta!” oppure “perché l’ha detto questo o quello”, foss’anche il Papa. Che certo ha comunque l’ultima parola, ma per una questione di disciplina, di convenienza funzionale dell’insieme “chiesa” e di amore per l’unità e per la pace e non perché egli possa veramente decidere chi è degno e perfetto e chi, al contrario, è un essere spregevole, infame ed esecrabile. Al massimo può stigmatizzare, con la scomunica, una proterva, non sanata e persino esibita contraddizione tra principi professati e condotta adottata, al punto da essere gravemente lesiva degli stessi e del bene, quando non addirittura della vita tout court, dei propri simili. Ma anche in quest’ultimo caso, che è di ipocrisia estrema unita a non meno spudorata e prevaricante superbia, la vera, ultima parola spetta sempre e solo all’Unico Giusto Giudice. Ciò significa che, per esempio, anche un nazista o un mafioso pluriomicida, che in punto di morte chieda i sacramenti, non può ricevere — per disposizione inappellabile del diritto canonico o del CCC — la risposta cara a Beppe Grillo.

    Chiedo scusa per la lunghezza, ma non mi è proprio riuscito di essere sintetica.
    Un sincero grazie se deciderà di pubblicare questo mio intervento.

    Ps.: chiedo scusa anche se lascio, nella griglia d’iscrizione, la e-mail di mio marito, ma in wordpress ho sempre scritto con questo nome e questo avatar, che ho adottato prima di avere una casella di posta elettronica personale. Per coerenza e identificabilità, mi sembra più giusto continuare così; spero che questo non Le dispiaccia.

  5. x Marilumari: i commenti non li pubblico io, siete voi; io al limite spubblico quelli non conformi, ovvero insultanti verso gli altri, spam, o da un anonimizer. Degli altri tutto va. Se un commento non compare può darsi sia stato l’automatismo della spam, e dato che attualmente in spam ce ne sono 1200 (solo ultimo mese) se capita avvertitemi perché non riesco a controllare.

    Sul commento in sé sono d’accordo: devo solo ricordare che Pietro ha il potere di sciogliere e legare anche in Cielo, e alla Chiesa è stata promessa assistenza particolare. Questo naturalmente non garantisce la mancanza di errori e svarioni, ma generalmente io della mia coscienza (o meglio di quello che le faccio dire) mi fido un poco meno che dello Spirito Santo, anche quando penso di saperne di più di Lui.
    Anche perché, giustamente, lei ricordava che la conversione non è un atto esteriore, che è il solo spesso che possiamo giudicare. Una persona grande diceva che potrei anche essere il peggiore peccatore del mondo, per quanto ne so, dato che conosco i miei peccati (che ci sono) e non quelli degli altri.
    Che fare dunque?
    Cercare di essere degni di quello che ci è donato sempre: la Grazia va oltre il visibile.

  6. Sono stata prolissa e ho mancato di centrare il punto. Quel che volevo dire è che la coscienza non esisterebbe neppure, senza lo Spirito Santo, di cui l’Intelletto o Ragione sono un dono, un effetto.

    Senza lo Spirito Santo, che ci spinge a cercare un confessionale come l’anziano Simeone fu da Lui “mosso” ad andare al Tempio proprio mentre Maria e Giuseppe vi stavano portando il neonato Gesù per compiere il rito mosaico della Purificazione, non avrebbe nemmeno senso stilare manuali di morale cristiana e catechismi. Senza l’incontro tra Spirito Santo e desiderio profondo di bene e di verità delle singole anime umane, quei ponderosi volumi resterebbero lettera morta, esercizi di retorica e di finissima classificazione di comportamenti umani, come accuratissimi atlanti botanici o zoologici di specie ormai estinte

    Lei giustamente ricorda il forte valore vincolante per ogni credente in Cristo attribuito dallo stesso Signore Gesù alle decisioni di Pietro e dei suoi successori. Ma quelle parole vanno conciliate con quanto lo stesso Signore risorto disse prima di ascendere al Cielo: “A ME è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt, cap. 28). Pietro è il vicario di Cristo, il Suo plenipotenziario di massima fiducia pro-tempore, ma non è il Suo clone, il Suo alias. Non per nulla nel Credo preghiamo: “credo NELLO Spirito Santo” e, subito dopo, “credo LA Chiesa cattolica”: i due elementi sono conseguenti e strettamente connessi, ma nient’affatto sovrapponibili e interscambiabili sempre e comunque.

    Ciò che veramente è imperativo e vincolante in ogni caso e in ogni momento è quel richiamo incessante alla carità fraterna e alla pace che è l’anima stessa dello Spirito Santo, se posso esprimermi così; San Paolo la definisce, in Efesini 4, l'”unità dello Spirito”, che raccomanda di custodire con ogni sforzo verso la pace, anche quando questa è avvertita come un “vincolo”, più che come una conquista e una consolazione. Con ciò implicitamente ammettendo che, a volte, discernere davvero senza ombra di dubbio e di incertezza quale sia la vera Volontà di Dio riguardo a determinate scelte e decisioni non è per nulla facile o garantito. E’ allora che l’obbedienza, dettata dalla Fede, entra in gioco come un valore grande e importante a cui fare riferimento.

    Chiamarla in causa per abitudine rischia di divenire, invece, una sorta di conformismo tossico, di subdola violenza alla sovrana libertà dello stesso Spirito Santo e del “Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, che agisce tramite tutti e che è PRESENTE IN TUTTI” (Ef. 4,6). Sempre che, mentre Lui umilmente resta sulla soglia e bussa, noi rizziamo le orecchie, ne percepiamo il delicato battito alla porta della nostra casa e Lo accogliamo per farlo cenare con noi, alla povera mensa della nostra anima, a cui pure (quasi inspiegabilmente!) brama così tanto sfamarsi — come ricorda lo Spirito stesso alla Chiesa di Laodicea, in Apocalisse 3.

    Sono stata di nuovo torrenziale. La prego di scusarmi, ma è evidente che la concisione non è il mio forte.
    Grazie e a presto rileggerLa.
    marilù

  1. Pingback: Di corpi, fari, fiaccole, strade e altri problemi inutili | nihilalieno

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