L’evoluzione della scarpa da calcio nella penisola iberica

A Madrid ci sono andato con tutta la famiglia.
Per evitare mugugni ognuno di noi ha avuto il suo contentino. Mia moglie teneva alla beatificazione, io ho supplicato che mi abbandonassero dentro al Prado…mio figlio ha ottenuto che la prima cosa ad essere visitata da noi a Madrid fosse il Santiago Bernabeu.
Per quelli che masticano di pallone ancora meno di me, il Santiago Bernabeu è lo stadio del Real Madrid, che è la squadra di calcio che in assoluto ha vinto più titoli sportivi. Per un prezzo immondo si può girare tutta la struttura, dall’alto degli spalti fino agli spogliatoi e al terreno di gioco, passando per l’impressionante galleria dei trofei. E di gente che fa il tour ce n’è.

Una cosa che mi ha colpito dell’esposizione è stata l’evoluzione delle scarpe da pallone dalla fondazione del club, nei primi anni del ‘900, ai giorni nostri. Le scarpe da calcio ai tempi delle guerre mondiali erano indistinguibili da scarponi da montagna artigianali. Intonate ai palloni, che erano ordigni di cuoio marroncini vagamente sferici.
Con il passare del tempo le scarpe sono diventati via via più fini, leggere, soprattutto colorate; fino agli eccessi odierni.
Le calzature sono passate dall’essere utili all’essere ornamentali. Quando eravamo ragazzini sognavamo le scarpe da pallone per, sembra strano oggi, giocare a pallone. Quelle di oggi sembrano fatte per esibirsi.

Subito dopo il Santiago Bernabeu siamo andati a visitare il museo Reina Sophia. In questa enorme struttura sono ospitati artisti dal ‘900 in avanti. L’opera più famosa in esposizione è senza dubbio “Guernica”, di Picasso.
Davanti a questo gigantesco quadro c’era un capannello di persone. Ho guardato le loro facce mentre cercavano di decifrarne il contenuto. Cos’era, perplessità? Disagio? Nessuno sembrava realmente affascinato.
Nella stragrande maggioranza dei casi quanto esposto nel museo sono forme, colori, suoni raramente gradevoli o che necessitano di vera maestria. Verso la fine l’ho girato praticamente di corsa, non scorgendo niente che non potesse essere afferrato con un’occhiata.
C’era anche un’esposizione temporanea. L’artista in questione aveva un paio di sale occupate da decine di copie quasi indistinguibili tra loro di una sua composizione di successo. Rafiguranti un mazzo di fiori, dipinti un po’ approssimativamente, e una merda. Sì, avete letto bene. “Shit and flowers“.

Non posso fare a meno di paragonare l’evoluzione di scarpe e palloni con il percorso, in una certa maniera simile, che ha compiuto l’arte.
Passata dall’illustrare il reale a riprodurre il reale, a tentare di riscriverlo ed infine ad insultarlo. Dai minuziosi crocefissi fiamminghi ai feroci e orrendemente disegnati sbeffeggiamenti di quello stesso crocefisso. Non penso sia un caso che la schiacciante maggioranza degli autori esposti aderisse a quell’ideologia che nel secolo scorso ha battuto ogni record in quanto a devastazioni, e la cui autodistruzione ancora non è stata compresa.

Prima o poi qualcuno si accorgerà che l’arte vera nel frattempo è andata da un’altra parte. Che il senso della scarpa non è essere colorata, stupire. La vedi una volta, fai oh, ma se quella scarpa non calcia bene il pallone non serve a niente. Non è una scarpa. La seconda volta che la vedi sei annoiato. La terza cerchi una scarpa vera.
E vai al Prado, a vedere ciò che è davvero bello.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 30 settembre 2014 su gusto e disgusto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. Dire “mi piace” è poco! Sono anche curiosa di sapere se al Prado ti è preso o no un lieve attacco di sindrome di Stendhal (io credevo altezzosamente di esserne immune ma al Louvre sono … “soccombere” non ha participio passato, però insomma l’idea sarebbe quella).

  2. Fosse per me sarei ancora lì dentro. Ma ho anche una famiglia. Quando ad un certo punto mi son reso conto che avevo ancora tutto un piano e solo più un ora stavo per mettermi a piangere.
    Girare un angolo e trovare quel capolavoro che “conosci” da una vita è come realizzare che la tua vicina di sedile sul treno è quella persona celebre che ammiri tanto. Credo di avere ritrovato almeno una trentina di quadri che ho usato per post di questo blog.
    Al Thyssen, che ha un tasso di capolavori per metro quadro solo lievemente inferiore, ho persino fatto un selfie con un Magritte…

  3. E’ dai frutti che riconoscerete l’albero e l’arte e la bellezza sono frutti. La frase suddetta appartiene ad un figlio di uomo (sarebbe di “donna” ma si allude alla sua umanità) il quale ancor prima che nascesse era stato definito nel salmo 16 (mi sembra) come il più bello dei figli di Adamo ed una certa genealogia si dice espressamente questa discendenza. La ideologia che produce devastazione o brutture artistiche vive della imbecillità di chi la sostiene perché ormai ha puntato su di essa e che faccio oggi se la sconfessassi. E allora tenetevi la merda leggiadra, tenetevi gli scioperi della fame e della sete di Pannella che dichiara in TV che si è nutrito solo della sua urina. E i crocifissi simbolo del dolore vicario e partecipato? Lasciamo la parola a certi artisti di suddetta ideologia ben pagati ed accolti e poi chiudete gli occhi e turatevi il naso

  4. C’è un errore grave nel post, la squadra più titolata al mondo non è il Real, bensì il Milan o gli egiziani del Al Ahly se vogliamo tener conto del calcio africano.

    Sul resto del post concordo, non a caso faccio fatica ogni volta che devo cambiare scarpe per il calcetto a trovarle semplici e nere, tra l’altro di solito sono quelle che costano di più.

  5. Mi piacerebbe sapere perché mai anni fa ho comprato un libro di Giovanni Lindo Ferretti: “Bella gente d’Appennino” (e che oggi mi sarei portato in piazza se un forte raffreddore non mi avesse fatto cambiare idea), che dopo anni a prendere polvere ho letto all’inizio un po’ svogliatamente poi, … sarei troppo lungo. Comunque, anche se il suo genere musicale è (o era) il punk che non frequento per niente, sicuramente di arte è più esperto lui di me per cui trascrivo quanto trovo a pag. 130 “Una civiltà che si è affacciata alla storia con graffiti propiziatori alle potenze percepibili, affinata ed innalzata da un artigianato eccelso e un pensiero ragionevole, è culminata nell’apoteosi dell’arte e sull’artista, vanità delle vanità, è crollata fino a ridursi ad atteggiamento, gesto, provocazione: merda d’artista.
    Questa disfatta è odio di sé e della propria storia. …
    Se il sacro sparisce, sparisce l’arte.”
    Sarà anche banale, ma concordo con lui.

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