Una gita a Vendicari

Il cielo era una tappezzeria azzurra senza macchie, una promessa di calore che solo il costante vento dal mare sapeva mitigare. La statale correva tra muretti a secco del colore della polvere e agrumeti aridi.
“Manca ancora molto?”
“Dieci minuti.”
Si stava bene, dentro la macchina, malgrado il riflesso del sole già feroce di metà mattina. La ventola dell’aria condizionata ronzava come un’ape industriosa. C’era traffico, anche se meno dei giorni precedenti. La stagione turistica stava per finire. La madre guardò la figlia che giocava con il telefonino sul sedile accanto, il figlio con le cuffiette nel posto anteriore. Suo marito guidava con gli occhi fissi sulla strada. Un altro anno se n’era andato, un’altra estate. Quante vacanze ancora tutti insieme prima che ognuno se ne partisse per la sua vita? Il tempo correva troppo rapido, come le automobili che di tanto in tanto li superavano nella loro cerca frettolosa di chissacosa. Ancora due giorni, e ci sarebbe stato l’aeroporto affollato di valigie e gente abbronzata e nervosa. E poi casa, in mezzo ad un verde che sembrava impossibile in questo luogo di piogge avare. Il lavoro, il telefono che squilla sempre, le scuole e i compiti da finire, gli accappatoi da lavare e riporre nell’armadio per altri mesi freddi in attesa di un nuovo mare.

Casa. Comoda casa, casa familiare. Non più i gigli marini, le chiese barocche, l’acciottolato e le granite. Eppure che curiosa nostalgia per un luogo da cui cercava di fuggire tutto l’anno. Aveva voglia di rivedere piante e gatti, sdraiarsi ancora sul divano, il computer e le chiacchere tranquille. Sapeva che, una volta là, era questo cielo e questo mare che avrebbe rimpianto. Ma che bello un posto che puoi dire tuo, in cui non sei ospite casuale.

Guardò verso il mare, nascosto da colline e da canneti. Un puntolino nel cielo, un elicottero. Si domandò se la spiaggia sarebbe stata affollata – non era molto grande, ricordava – se ci sarebbero state ancora le alghe a formare un materasso sul bagnasciuga.
Come a farle eco, “Odio le alghe” disse sua figlia, che aveva sollevato il viso dal telefonino. Lettura del pensiero? No, una discussione che andava avanti dal mattino.
“Ma il mare è bellissimo” disse suo marito. “Se il mare è calmo, vieni con la maschera a nuotare alla tonnara? Sarà pieno di pesci.”
“Non c’ho voglia” miagolò la figlia, e ritornò al telefonino. Adolescenti.
“Oh oh. Non ci voleva.” Il tono di suo marito le disse che non si riferiva alla nuotata.
Davanti a loro le automobili stavano rallentando. “Un altro incidente. E questa volta l’abbiamo beccato.”
Suo figlio abbassò la musica delle cuffiette. “Arriveremo in spiaggia in ritardo, sarà tutto pieno.”
“Pieno di chi? Siamo tutti qui in coda.”
“Speriamo non sia come ieri.”
Il giorno precedente era andata bene. L’incidente era avvenuto nella direzione opposta, e avevano costeggiato chilometri e chilometri di vetture accodate rese incandescenti dal sole pomeridiano.
“Mah, sembra che ci muoviamo”
Era vero. Lentamente, ma si muovevano.
“Avranno già risolto?”
“Guardate, c’è la polizia laggiù.”
A lato della strada due macchine della polizia, un agente con la paletta in mezzo alla strada mandava avanti le macchine.
“Non è un incidente” mormorò la madre.
“E cos’è?”
“Guardate là, a lato strada”
Erano forse dodici, quindici. Quasi tutte donne, con ragazzi e anche bambini. A piedi nudi, qualcuno con un fagotto, uno zaino di plastica stinta da sole e salsedine. Abbarbicati ai muretti, seduti sulla terra sassosa alla scarsa ombra di di un albero stentato.
“Profughi”, disse la madre mentra sfilavano a passo d’uomo davanti alla piccola carovana. Un paio di agenti appoggiati alle loro auto li tenevano d’occhio. Ma non sembravano avere molta voglia di fuggire. Rammentò l’elicottero, poco prima.
“Ma anche qui sbarcano?” si lamentò la figlia “Qui c’é l’oasi naturalistica.”
“Stessero a casa loro” sbuffò il figlio.
“E invece vengono qui, e li dobbiamo mantenere” disse suo marito.
“Non è un viaggio di piacere” disse la madre “Vi ricordate la settimana scorsa tutti quei morti? Chissà cosa hanno passato per arrivare qui.”
“Ridevano”, disse la figlia. “Ho visto che ridevano”
E questo sembrò chiudere la questione. Ridevano.
La madre si domandò com’era la casa che quei poveretti avevano lasciato. Se anche loro avevano divani, e gatti, da che cosa stavano fuggendo. Cosa era che li aveva fatti attraversare deserti e mari e gente malvagia, rischiando la propria vita, quella dei figli. Ecco, quello dava da pensare. Perché per te puoi anche pensare di fare un viaggio simile, ma i figli…per farlo fare ai figli devi essere proprio disperato.
Ma no, non disperato: con una speranza.

Erano già alle spalle, ora si viaggiava spediti. Tra poco la deviazione, il parcheggio, la lunga camminata tra i canneti fino alle onde trasparenti. Un luogo protetto per tartarughe e uccelli, migranti anche loro. Anche quegli animali sarebbero però ripartiti per un altro dove, in cerca di una casa diversa.
Qual è il posto nel quale il nostro cuore possa alla fine riposare davvero?, si chiese la madre. Dove l’allegria non sia solo perché si è scampati, perché non si è stati presi, ma perché è il luogo dove voglio davvero stare.
E mentre voltavano per l’ultima spiaggia si ricordò di un’antica poesia, che le risuonò dentro per tutto il giorno, tra la sabbia bianca e l’azzurro cielo senza limite.

E subito riprende
Il viaggio
Come
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare.

(Ungaretti, “Allegria di naufragi”)

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 8 settembre 2014 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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