Insopportabili

Già lo sapete: io sono un poco canterino, faccio parte di un coro. E mi capita talvolta di ascoltare da altri, radio, internet, alcuni dei brani che mi sono cari.

Magari sono esecuzioni impeccabili, con voci splendide. Eppure a metà mi viene da spegnere, cambiare. Insopportabili.

Insopportabili a paragone di quelle quelle cui sono abituato. Alcune interpretazioni sono talmente insipide da essere disgustose. Ma se non è nella fedeltà di esecuzione, nella capacità della voce, dove sta la differenza?
Nel senso.

Quando qualcuno canta solamente insiemi di note e versi, niente da fare, si sente. Spesso le parole non significano niente per gli esecutori. Solo l’occasione per esibire una bella voce, una tecnica rigorosa. Ma sono insopportabilmente vuote.
Il cantare con un senso, con un significato, volendo, desiderando, vivendo quello che si canta, è un’altra cosa. E’ una cosa dell’altro mondo, letteralmente; è bellezza.

Si sente, ho detto. Non si può non sentire. Chiunque riesce ad accorgersene. Mille volte è capitato, quando dopo averci ascoltato la gente viene da noi e ci dice: non ho mai sentito cantare così. Noi poverelli, capite.
E questo mi fa venire un pensiero.

Se per la musica, che a suo modo è un particolare, è così evidente, quanto si dovrebbe vedere e sentire la stessa cosa, vale a dire il senso che pervade l’essere, per la vita tutta intera?

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 30 aprile 2014 su gusto e disgusto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Potrebbe fare un esempio di brano musicale e interpreti a illustrazione del suo post? Grazie della cortesia.
    L’argomento mi interessa, e trovo molte affinità nel post. Canto anche io in un coro, prevalentemente liturgico, ma avendo fatto parte di altri cori ho notato che l’approccio al canto e alla musica cambiano tanto in base allo scopo. A noi capita di fare le prove avendo di fronte sempre il Santissimo e mi rendo conto che anche se non sempre consapevole (la mente a volte si distrae) è una Presenza che modula il nostro approccio alla musica che diventa pieno di senso, curato, consapevole. Mi viene in mente l’artigiano che fa il suo mestiere con cura, con amore e la differenza che c’è tra qualcosa fatta a mano e un pezzo seriale. Purtroppo il mondo (anche discografico…) cerca questa “serialità”. Mi è capitato in passato di partecipare a eventi musicali anche di ottimo livello artistico secondo i canoni mondani, ma mai ho sperimentato in quelle occasioni il coinvolgimento in prima persona di ogni domenica. Si lavorava tanto, ci si preparava ben bene, ma spente le luci della ribalta tutto sfumava nel nulla; la soddisfazione di un lavoro “ben fatto” era effimera e sopraffatta dalla tensione di dover fare sempre meglio e sempre di più, perché queste erano le aspettative. Questo modo di fare musica (come di fare qualsiasi altra cosa) è frustrante, tanto per l’agente come per il fruitore, è acqua che non disseta, si finisce per cercare la novità, la rarità, la difficoltà, il virtuosismo, e il “canto fermo” si dissolve nell’intreccio delle voci. Che differenza con l’acqua viva che ogni domenica, pur nella semplicità delle armonie, ci fa uscire da noi stessi e ci rimanda ad Altro.
    Mi scuso per il lungo commento.

  2. La grande maggioranza della musica sacra che si trova in giro, ahimé. Mozart, ad esempio: ci sono soprani che dicono “Christe” come se masticassero una caramella. Uno dei pezzi che mi hanno fatto scrivere questo post è il “Dulcis Christe” interpretato da Mina. Mina è Mina, ma si sente che manca qualcosa. Ma non è solo la musica sacra: anche per i cori alpini, tanto per dirne una, su cui ho fatto il post qualche settimana fa, ho faticato parecchio per trovare esecuzioni anche solo accettabili. Purtroppo molti pensano che la bellezza di un canto stia nell’armonizzazione, nel numero di voci…il pezzo migliore che ho trovato era estemporaneo, cantato su una cima e ripreso con un telefonino. Aveva qualcosa che negli altri mancava: il cuore.

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