Il senso del bello

Quando io e la mia famiglia siamo andati al forte di Bard non ce lo aspettavamo.
La meta iniziale era il forte stesso: una montagna tramutata in fortezza, una immensa massa di pietre e malta dedicata allo scopo di bloccare la discesa in Italia di eserciti nemici. Il precedente castello, con un pugno di uomini, aveva fermato per due settimane il passaggio ad un’armata napoleonica cento volte più grande. Napoleone si vendicò facendolo demolire. I Savoia lo ricostruirono, molto più possente. Non fu mai usato.
Da alcuni anni ospita mostre. Quando ho sentito che quella attuale comprendeva i maggiori capolavori di Monserrat, mi sono detto, “vabbé”. Ci saranno artisti minori.

Ed invece Caravaggio, Monet, Rembrandt…un livello altissimo. Particolarmente nutrita la sezione degli impressionisti e dei modernisti – Napoleone, ancora lui, e i regimi anticattolici che si sono susseguiti in Spagna hanno devastato e disperso gran parte di quello che c’era prima.
Un paio di sale erano dedicate alla pittura contemporanea. Che impressione vedere i Picasso figurativi della fine del’800 trasformarsi nei Picasso cubisti dell’inizio del secolo seguente. E poi tutta una serie di opere dei più conosciuti artisti del periodo. Mirò, Braque, Dalì…
Ma che differenza.
I pittori fino ad un certo punto dipingevano quadri che erano simboli e tema: San Girolamo, Annunciazioni, Crocefissioni. Poi era svanito il simbolo ed era rimasto l’uomo, o il paesaggio: panorami, sale da ballo, ragazze tristi dal cui volto traspariva il vuoto. Ed erano ancora quadri belli da vedere, perché rimaneva comunque l’arte: la ricerca del colore, del tratto, della bellezza.
Da un certo punto in poi anche la bellezza se n’era andata. Rimanevano invocazioni al nulla, monche, colori buttati apparentemente a casaccio, tratti senza armonia, ingarbugliati, brutti. Come ho detto, quelli che passano essere i più famosi artisti del secolo scorso.
Quadri che dicevano tutto quello che avevano da dire in un’occhiata, o meno. Quadri che non veniva voglia di rivedere da vicino.
Che se non avessero avuto quel nome sotto, manco alla parete dell’asilo li avrebbero appesi.

All’uscita mio figlio ha voluto scrivere qualcosa nel quaderno dei visitatori.
Quando gli ho chiesto cosa, lui ha risposto “Che la mostra era bella, ma alcuni quadri non avevano nessun senso”.
Ecco, credo che abbia centrato il problema.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 25 aprile 2014 su gusto e disgusto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 25 commenti.

  1. Entri in un campo minato sai? Se passa di qui un critico d’arte contemporanea ti demolisce di chiacchere. Provo a cominciare io il lavoro ;)

    Sale da ballo, ragazze tristi al bar e paesaggi non sono tanto la reazione alle crocifissioni e ai martirii, quanto ai dipinti di argomento storico e mitologico che hanno dominato l’arte per tutto l’Illuminismo e il Romanticismo e che ora vengono praticamente ignorati dal pubblico (forse a ragione). E’ un po’ riduttivo parlare di “ricerca del colore, del tratto, della bellezza”. Da una parte, c’era appunto la volontà di indagare il mondo contemporaneo trovando più “verità” nelle ballerine di cabaret che non negli Orazi e Curazi. Dall’altra nel diciannovesimo secolo è arrivata la fotografia, che ha progressivamente reso impraticabile il criterio istetico della “mimesi”. La storia dell’arte dopo questo momento di frattura ha seguito grossolanamente due strade, una è la riflessione sulla percezione, l’altra è rivincita della soggettività (puntinisti/cubisti da una parte e espressionisti/surrealisti dall’altra, se vogliamo proprio tagliare le definizioni con l’accetta). L’astrattismo che ne è seguito è una conseguenza inevitabile di questo processo.

    Che poi neanch’io sono particolarmente emozionato da Kandinsky o da Mirò. Ma definire il loro astrattismo come “ingarbugliato”, un “invocazione al nulla”, vuol dire ignorarne completamente la storia. Ed è essere fuori strada imputarlo in ultima analisi alla perdita del simbolo (o di Dio) da parte dell’arte. E, infine, è totalmente irrealistico aspettarsi che nell’epoca dell’infinita riproducibilità dell’immagine si mantenga lo stesso rapporto tra pubblico, autore e capacità tecnica.

  2. E’ vero, Berlicche,
    l’arte moderna è molto difficile da capire.

    Mi volevano regalare un biglietto omaggio
    per una mostra d’avanguardia moderna.

    Ho ringraziato, ma ho detto che non ci sarei andato
    perché non avrei capito nulla di quell’arte.

    Mi hanno risposto che io di arte ne capisco un Pi-casso.

    Non so se ritenerlo come un complimento…

  3. Ciao Berlicche,
    per me è stato fondamentale il bellissimo “Storia dell’arte” di Gombrich, che forse già conosci, per capire non tanto l’arte moderna, ma come ci si è arrivati. L’hanno ristampato in formato “tascabile” con i quadri a colori: fondamentale!

  4. Quente, con critici d’arte ho avuto più di una discussione…e credici, non ignoro assolutamente la storia dell’arte contemporanea. Ti potrei ribattere che tu non conosci cosa ha mosso l’arte per tutti i secoli precedenti, ma non mi interessa questo genere di approccio. Poiché però è un argomento che mi interessa non poco, ti assicuro che l’ho approfondito adeguatamente.
    Non credo assolutamente di essere fuori strada. Potrei scrivere trenta pagine sul perché gli impressionisti sono finiti a dipingere paesaggi e signore annoiate, che peraltro starei ore a guardare. Sta di fatto che hanno dipinto paesaggi e signore annoiate. E i loro nipoti hanno scritto con un pastello una frase sgrammaticata su un foglio d’accatto, e l’hanno chiamata arte. Io credo che il problema sia da ricercare esattamente in quello che ha individuato mio figlio: hanno perso il senso di quello che stavano facendo. Così tesi a ricercarlo da smarrirlo totalmente, perché incapaci di vederlo per quello che era.
    Nell’era della riproducibilità tecnica infinita la domanda continua a porsi, ne ho già parlato.
    Qual è la differenza tra un delizioso schizzo di Rembrandt, fatto con una maestria impagabile, e un legnoso ed approssimativo schizzo di un sussiegoso artista della banlieu parigina novecentesca? Perché a guardare il primo mi prende la voglia di ballare, inchinarmi, stringere la mano che l’ha tracciato e il secondo lo brucerei come carta straccia senza pensarci un attimo?

  5. E per te qual è il senso dell’arte? Produrre piacere? Rappresentare la realtà? Rappresentare un principio morale o religioso, o un ideale di bellezza? In quale momento della storia dell’arte pensi che il senso si sia perso? Perchè, grosso modo, alle critiche che muovi tu sono stati soggetti già gli impressionisti, i post-impressionisti, gli espressionisti, i secessionisti viennesi…

  6. Non me ne intendo molto di storia dell’arte, però ho una mia idea strampalata e sicuramente imprecisa, frutto dell’interesse da autodidatta; per cui mi scuso per le imprecisioni. Tra Caravaggio e cubismo-astrattismo c’è stato un secolo di illuminismo e positivismo che hanno ridotto l’uomo ad una macchina da smembrare, esaminare e superare, per tentare di creare qualcosa che non fosse producibile dalla mente umana e superasse l’uomo: l’astrattismo. Dall’altra parte col romanticismo e l’esistenzialismo si è arrivati a “L’Urlo” di Munch o a van Gogh in cui esce l’angoscia derivante dall’intuizione che la vita potrebbe non avere un senso: una realtà modificata dalla disperazione. È vero: l’armonia che è si vive contemplando un opera di Caravaggio è estatica, ma a me piacciono molto anche gli espressionisti: così potenti, così sofferenti, e così fragili: insomma dannatamente uomini contemporanei. È come mettere a confronto la pefezione di Bach o la lucida follia passionaria di Beethovn: l’amata nona sinfonia di Ludovico Van(cit). Cubismo e astrattismo non attirano la mia attenzione, ma non sono così colto per capire, e un po’ mi spiace.

  7. Premetto che i miei pittori preferiti sono Lotto, Luini e Ferrari. Eppure quando ci capita di andare a Parigi non manchiamo mai di entrare al Pompidou – mio marito è appassionato di arte contemporanea – e ogni volta vengo “catturata” dal enorme rettangolo blu di Ives Klein e rimango meravigliata innanzi ad esso per circa una decina di minuti; mi capita tutte le volte ed è una esperienza travolgente ogni volta. Credo che la ricerca dell’arte sia sempre la stessa da che l’uomo è uomo e che le domande a cui l’arte cerca di dare “risposta” siano sempre quelle, oggi come 5 secoli fa. A me pare che nel mondo dell’arte ci siano “artisti” furbetti che mirano a fama e guadagno e che ci sia parecchia fuffa, ma penso che questo sia un problema di ogni epoca. Ma gli artisti onesti ora come secoli fa riescono a suscitare stupore e resistono alla prova del tempo.

  8. Mi capita a volte di rimanere rapito difronte al disco rosso
    del semaforo per parecchi minuti anche se è passato al verde…

    Poi mi desto di soprassalto dai clacson strombazzanti…
    tutta gente che non ha mai visto le opere di Ives Klein!

  9. @FedeFrodo: penso che il tuo ragionamento sia solo in parte fondato. Da una parte si ha gioco facile a ricordarti che molto spesso le avanguardie del novecento erano in aperta polemica con i valori positivisti e illuministi. Dall’altra è vero che nella difficoltà oggettiva (mi ci metto io per primo) a fruire di alcuna arte novecentesca c’è probabilmente l’eccesso di pensiero e di consapevolezza (del proprio ruolo socioculturale, della riflessione sulla percezione, degli studi teorici sull’arte) e forse in questo Berlicche ha ragione nel dire che “si è perso il senso” (come quando i bambini, crescendo, non riescono più a giocare in maniera totalmente spontanea e anarchica). Ma la consapevolezza non è qualcosa a cui si possa rinunciare volontariamente (così come non si può tornare bambini). Così nel novecento se qualcuno voleva essere considerato (dal pubblico ma anche da se stesso) un Artista, con la A maiuscola, non poteva ignorare i decenni e secoli precedenti di sviluppo culturale e limitarsi a dipingere un ‘bel’ paesaggio o un ‘bel’ ritratto.

  10. Hans Seldlmayr, storico dell’arte cattolico vissuto nel secolo scorso, ne ‘La perdita del centro’ legge la dissoluzione dell’arte come sintomo di quella malattia mortale che si è impadronita della società, dell’uomo. “La morte dell’arte manifesta chiaramente il fallimento del moderno umanesimo: partito pretendendo di creare un mondo razionale emancipato da Dio, esso è arrivato a estinguere la creatività artistica e a dissolvere il mondo estetico, subendo una influenza chiaramente demoniaca” (da un articolo in “Radici Cristiane”).
    A proposito delle correnti artistiche del Novecento, H. Seldlmayr scrive: “’… L’ elemento notturno, pauroso, morboso, molle, morto, putrefatto e sfigurato, il tormentato, dilaniato, ottuso, osceno, l’invertito, il meccanico, tutte queste sfumature, attributi e aspetti di ciò che non è umano, s’impadroniscono dell’uomo, del suo ambiente familiare, della natura e di tutte le sue manifestazioni. Essi trasformano l’uomo in un rudere e un automa, in un lemure e in una larva, in un cadavere e in uno spettro, in una cimice e in un insetto; essi lo dipingono brutale, crudele, abietto, osceno, mostruoso, meccanico. In diverse correnti della pittura moderna compare l’uno o l’altro di questi tratti antiumani, dove in sostanza dominano, nel cubismo la morte, nell’espressionismo il caos ardente, nel surrealismo la fredda demonìa del più profondo gelo infernale…” (Perdita del centro). Da leggere.

  11. cachorroquente

    @franz odio adottare la reductio ad hitlerum come metodo argomentativo ma in che modo le parole di questo critico si differenziano da chi parlò di ‘arte degenerata’?

  12. Quindi, Quente, lasciami capire: se l’ha detto Hitler è sicuramente sbagliato? Potrei sapere esattamente la formulazione del dogma, in modo da sapermi regolare?

  13. @quente: mi pare che l’espressione “arte degenerata” sia non solo particolarmente efficace nel cogliere una situazione di fatto, ma anche semanticamente ed etimologicamente profonda. Che poi Mussolini (o chi per esso) ne abbia fatto uno slogan, buon per lui: avrà pur avuto anch’egli, poverello, qualche colpo di genio. Succede anche a me, per espressa concessione di mia moglie (che non manca mai di sottolineare la rarità dell’evento, con tono secondo me esageratamente stupefatto)!

  14. La perdita del senso è una problematica trasversale a un po’ tutte le discipline “artistiche” (e non solo! si pensi anche all’ambiente lavorativo, per cui forse bisognerebbe parlare di discipline più in generale “umane”).

    Un altro esempio, anche se trattato in maniera molto specifica lo trovate qui. Leggendo tra le righe –almeno per me– emerge chiaramente lo stesso spunto che cercava di evidenziare il nostro diavolaccio: l’effetto e le sperimentazioni prima della trama e dei protagonisti. La forma scollegata dal suo contenuto di senso.

    Ho avuto la fortuna di avere un padre che li guardava sempre, per cui da piccolo me la guardavo anche io, ma immagino che ai più “vecchi” ;) appassionati i nuovi film, come dichiara anche l’autore dell’articolo linkato, abbiano lasciato un po’ l’amaro in bocca…

  15. cachorroquente

    La reductio ad hitlerum è, per definizione, un’argomentazione idiota. Per questo meritate una spiegazione. Qua non stiamo parlando di un’opinione personale di Hitler ma di una polemica di parte nazifascista con connotazioni inaccettabili che fa parte di una battaglia culturale più ampia (nonchè, lo dico en passant, anticristiana, poichè votata alla creazione di un ‘cristianesimo positivo’ purgato della componente ebrea). Quando Berlicche critica l’intellettualismo sterile dell’astrattismo posso non concordare del tutto ma comprendo la sua posizione. Quando questo Seldmayr censura il tentativo delle avanguardie novecentesche di rappresentare i lati più profondi, oscuri, perturbanti dell’umanità (anticipati tra l’altro da autori cristiani come Bosch, Bruegel, El Greco, Pontormo, Blake ecc. Ecc.) sposa alla lettera il programma estetico di Hitler e di Stalin. Non si tratta di un dogma, ma di un campanello d’allarme.

  16. Quente, la polemica sull’arte “degenerata” predata il nazifascismo di almeno un secolo. Anche così, la sostanza della teoria su di essa è decisamente differente, in quanto la degenerazione dell’arte viene attribuita ad un concetto razziale e non a una ideologia che mette in dubbio il concetto di vero e di bello.
    In ogni caso, anche se Hitler e Stalin e Attila e Scalfari sostengono una cosa non per questo deve essere per forza errata. Lo è solo in funzione di quanto sia vera oppure no. Uomini loro, uomini noi…

  17. Gio,
    E’ per questo che bisogna lottare sempre per ritrovarlo, quel senso.
    Su Star Trek scelgo di astenermi. Per me, un film dimenticabile (e in quanto a buchi nella trama, il primo era anche peggio).

  18. Se la polemica predata il nazismo di “almeno un secolo” la stai mettendo in continuità con i critici che trovavano i quadri di Manet brutti e ridicoli fino al grottesco ed esaltavano quadri di argomento mitologico oggi dimenticati dai più. E, se vogliamo, anche con chi si scandalizzava per le scelte dei modelli di Caravaggio (le sue prostitute morte e i suoi piedi sporchi). Ma mi pare che sia un’estensione del campo della nostra indagine non necessaria.

    Se il Sedlmayr di cui parla Franz è l’Hans Sedlmayr di cui leggo or ora su wikipedia, stiamo parlando di qualcuno che criticava le stesse correnti artistiche dei nazisti, nello stesso periodo dei nazisti, e che era pure iscritto al partito nazista. Insomma nella mia ignoranza (per quanto ne sapevo le opinioni citate nel commento potevano essere degli anni ’20 o degli anni ’70 e/o scritte da un cattolico antifascista sopravvissuto ai campi di concentramento) mi pare di averci abbastanza azzeccato. Certo, non voglio dire che fosse un seguace delle assurde teorie pseudoscientifiche alla base dell’esposizione dell’Arte Degenerata (nè si può certo desumere qualcosa del genere dalle frasi riportate da Franz) ma rimane il terrore della contaminazione, il tema dell’infiltrazione esterna (diabolica o giudaica che sia), e soprattutto la volontà di colpevolizzare gli artisti per il tentativo rappresentare inquietudini e contraddizioni, tipica dei progetti estetici dei totalitarismi.
    Non vogliamo dire che il passo preso da “La perdita del centro” (“L’ elemento notturno, pauroso, morboso, molle, morto, putrefatto e sfigurato, il tormentato, dilaniato, ottuso, osceno, l’invertito, il meccanico, tutte queste sfumature, attributi e aspetti di ciò che non è umano, s’impadroniscono dell’uomo, del suo ambiente familiare, della natura e di tutte le sue manifestazioni. Essi trasformano l’uomo in un rudere e un automa, in un lemure e in una larva, in un cadavere e in uno spettro, in una cimice e in un insetto; essi lo dipingono brutale, crudele, abietto, osceno, mostruoso, meccanico. In diverse correnti della pittura moderna compare l’uno o l’altro di questi tratti antiumani, dove in sostanza dominano, nel cubismo la morte, nell’espressionismo il caos ardente, nel surrealismo la fredda demonìa del più profondo gelo infernale…”) è nazista? Non diciamolo. Diciamo che è ridicolo, che è una caricatura del conservatorismo culturale e dell’atteggiamento censorio di chi ritiene peccaminoso raffigurare il peccato e malvagio raffigurare il male.

    PS “In ogni caso, anche se Hitler e Stalin e Attila e Scalfari sostengono una cosa non per questo deve essere per forza errata.” te lo ricorderò quando la prossima volta che farai risalire una pratica o teoria a te invisa a Robespierre, Hitler o Nerone…

  19. PPS giusto per rompere le scatole, nell’ultimo mese della tua attività bloggica ci sono almeno quattro immagini di chiara ispirazione surrealista…

  20. Quente, se definivi la reductio ad hitlerum idiota direi che ora stai cadendo proprio nel ridicolo.
    Stai partendo dal giudizio sulle persone (“Sono dittatori! Era nazista!) per ridicolizzare il loro giudizio su una questione completamente diversa. O meglio: per cercare di ridicolizzare il mio giudizio: che però si basa su considerazioni completamente differenti e che tu manco hai provato ad approfondire.
    Se volessi fare il cattivo, direi che stai seguendo esattamente il ragionamento di chi condannava l'”arte degenerata”: ovvero, non giudichi l’opera in sé e quello che sta dietro, ma chi l’ha fatta: loro razza inferiore, io persona inferiore.
    Se esamino il tuo commento, infatti, cosa vedo? “Non voglio dire”, “Non voglio dire”…ma dici. Non sai, eppure pontifichi; non dai una sola ragione delle tue affermazioni.
    Se mi fai notare che ho preso quadri surrealisti, non ti viene in mente che è perché non condanno il surrealismo, ma la mancanza di senso nell’arte?
    E, per tua edificazione, io ho sempre dato le ragioni per cui una certa pratica non va; e non è che non va perché l’ha fatto qualcuno che “non va”, ma è chi l’ha praticata che è squalificato da essa.

  21. cachorroquente

    Tu non condanni il surrealismo, lo condanna il passo citato da Franz. In maniera inappellabile. Mica ho accostato il tuo post all’esibizione dell’arte degenerata, spero si sia capito.

    E comunque io giudico le idee per quello che sono, ma il loro inserimento all’interno di un progetto più ampio aiuta a orientarsi nel giudizio ESATTAMENTE come tu sostieni che una politica apparentemente innocua è da leggersi come prosecuzione delle persecuzioni giacobini (e utilizzi il riferimento come argomentazione per dimostrare la sua nocività).

    Se uno dice che l’espressionismo e il surrealismo sono opera del demonio (letteralmente; pregasi rileggere il testo da cui sono partito) non ho bisogno della reductio ad Hitlerum per spernacchiarlo, è un’idea che si giudica da sè. Una riflessione un pelino più approfondita e un’occhiata alla biografia del tipo però situa quella che potrebbe essere una bizzarra idea personale nel punto di conversione tra l’antimodernismo cattolico e la politica culturale nazifascista. Una zona grigia in cui i deliri pseudoscientifici antisemiti e la paranoia rispetto alle novità culturali (perturbanti, cosmopolite, inquiete, votate all’ambiguità e al dubbio) hanno fatto la parte dei proverbiali ‘strani compagni di letto’.

    E poi: io non ho giudicato Seldmayr con pregiudizio. Ho letto il testo, l’ho considerato inaccettabile, l’ho paragonato alla cieca alle teorie naziste, senza sapere nulla di lui. Se la sua biografia mi dà conferma non ci posso fare niente.

  22. Quente, a meno che non mi sbagli tu non hai letto Sedlmayr. Tu hai letto un piccolo brano di Sedlmayr estrapolato dal contesto e, apparentemente, non lo hai capito. Un’idea che si giudica da sé non esiste: sono sempre gli uomini che giudicano, e tu stai giudicando partendo da un preconcetto – senza comprendere neanche perfettamente di cosa stai parlando.
    Come ti ho già detto, si può criticare una tesi, ma bisogna criticare la tesi. Avere abbastanza capacità e cultura per farlo – e il signore che ridicolizzi è stato comunque uno dei più grandi critici di arte e architettura del secolo scorso. Tu non hai portato alcun argomento, a parte una similitudine (che a ben vedere non c’è) tra le sue tesi e quelle naziste e l’adesione dello stesso a quel disgraziato partito. Perdonami, ma come atteggiamento mi sembri più nazista tu.
    Ti suggerisco peraltro, se vuoi inquadrare meglio almeno la cornice, di leggere la prefazione all’ultima edizione americana di quel libro, che grazie a Google puoi trovare per intero qui.

  23. Me ne rendo conto, anche se a volte è praticamente impossibile lottare (soprattutto quando c’è di mezzo lo stipendio) e la tentazione del gregario che esegue senza pensare è fortissima…

  24. Anche per me l’arte contemporanea non ha senso perchè non esprime nulla, rispetto agli impressionisti sti qui sono bimbi dell’asilo! Ma ci sono gusti e gusti e se hanno appeso lì quelle cose ci sará un motivo, no? Faccia tanti complimenti a suo figlio, è un genio!!!

  1. Pingback: Scrittori conservatori - Pagina 7

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