Vite indegne

Non può camminare. Non riesce a mangiare da solo. Non parla. Qualcuno deve assisterlo costantemente.
Eppure è felice.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 22 aprile 2014 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. Già …
    Basterebbe solo guardarlo.

  2. Un mio amico eremita, Gianfranco, mi disse che il cristiano è un mendicante di Dio: non ha nulla da offrire se non delle mani tese e sporche, riconosce di aver bisogno di tutto, la sua esistenza precaria lo porta a soffrire, eppure è felice e si sente amato, voluto. Come è bello sentirsi voluti, utili: ci si sente importanti. Io voglio essere così: un mendicante di Dio!
    Per Berlicche: se il cristiano è colui che intuisce che il senso della vita è Cristo, posso dire di essere cristiano, ma se rifletto sul mio modo di vivere spesso sono più un fariseo o un relativista:): so cosa è bene e cosa è male, ma faccio finta di averlo dimenticato per convenienza. Ma c’è speranza, no? Perchè forse la conversione è un cammino continuo che lascia spazio a cadute, dubbi, e anche a qualche urlo verso Dio: voce del povero che urla nel deserto. Buona notte:)

  3. Il cristiano è colui che sa dov’è il senso; il peccatore colui che lo sa ma sceglie di non badarvi. Ed è normale. E’ rifiutare che quel senso esista o possa essere trovato il vero dramma.

  4. Questo post è simile a uno sketch attribuito a vari professori di geriatria al momento dell’esame, che più o meno va così:

    “Il paziente è allettato, non autosufficiente, aprassico, afasico, incontinente. Si presenta ipoteso e disidratato. Cosa suggerisce?”
    “Atteggiamento conservativo, controllo dei sintomi”
    “Bravo, ha lasciato morire il mio nipotino di tre mesi”

    La boutade va bene per moralizzare uno studentello arrogante e anche per sfogare la tipica frustrazione dei geriatri, ma a livello argomentativo è piuttosto debole.

    Perchè se uno tratta un neonato come la vittima di una malattia degenerativa neurologica in stadio avanzato è alternativamente colpevole di negligenza grave o di accanimento terapeutico (come minimo), e quindi? Esistono effettivamente vite degne o indegne di essere vissute? La prognosi di un paziente e/o la qualità della sua vita, possono motivare la reticenza nel fornirgli una cura che è una risorsa costosa, o limitata, o che ha degli effetti collaterali significativi?

    Sono scelte difficili di valenza tutt’altro che ipotetica, che anzi hanno occorrenza quotidiana per molti professionisti sanitari e no. Provare a districarle vuol dire mettere in discussione il proprio sistema etico di riferimento, ricostruirne le stratificazioni (precristiane, cristiane e post-cristiane), e accorgersi inevitabilmente di quanto esso sia inadeguato rispetto a tantissime problematiche che dipendono direttamente da possibilità tecnologiche e realtà sociali sconosciute anche solo qualche decennio fa.

    “Relativismo”, per tirare fuori una delle parole più abusate del ventunesimo secolo, può anche voler dire che, ammesso che esistano dei principi universali ed eterni, noi possiamo conoscerli e comprenderli solo attraverso l’esperienza fisica di problemi etici reali. Ad esempio: fare esperimenti su persone non consenzienti o non informate è “universalmente” sbagliato? Difficile dire di no. Eppure, per accorgercene, abbiamo avuto bisogno a) che nascesse il metodo scientifico e con esso gli esperimenti e b) di assistere nella pratica e sottoporre a giudizio morale, ad esempio, gli esperimenti del gruppo di Tuskegee sulla sifilide.

    Al contrario, se qualcuno pensa di avere già una risposta etica di validità incrollabile (“la vita è sacra”, “l’embrione è vita”, “ogni vita è degna di essere vissuta”) si sottrae alla faticosa dialettica tra principio e realtà con cui costruiamo la nostra etica.

    La confusione nasce secondo me quando si sovrappongono due cose diverse che chiamerò grossolanamente relativismo filosofico e relativismo pratico.

    Dal punto di vista FILOSOFICO, il relativista pensa che questa etica che viene costruita sia specchio solo degli esseri umani che la costruiscono, mentre un non relativista può credere che stiamo scolpendo una figura che esiste già all’interno del nostro blocco di marmo, avvicinandoci sempre di più a una figura ideale. Dal punto di vista PRATICO però il relativismo è l’unica strada percorribile, perchè il suo contrario è l’assolutismo, cioè tenere il blocco di marmo intatto saldi nella convinzione di sapere già cosa c’è dentro.

  5. Inadeguato, Quente? Non so. Ma le decisioni devono essere pure prese in base a qualcosa, no?
    Il relativismo non è assolutamente la sola strada percorribile, anzi, è la sola da evitare assolutamente: perché evita di interrogarsi su cosa sia davvero giusto, e quindi il giusto diventa cosa si fa. Altro che assolutismo.
    Che poi l’assolutismo non è che il relativismo che il più forte impone agli altri.

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