L’uomo che gustava ogni parola

Capitò tutto per caso. Camminavo distratto, senza pensare, in una mattinata di pioggia primaverile grigia e fredda. L’urtai per caso, quelle collisioni tra sconosciuti che talvolta capitano sui marciapiedi frettolosi. Mi voltai a mezzo. “Ops, scusate”, dissi rapido.
Era un uomo di mezz’età, i capelli già grigi e il viso curato, vestito con un’impermeabile vagamente fuori moda e un cappello che l’invecchiava. All’udire le mie scuse si bloccò e mi guardò con un’espressione tanto sofferente che mi arrestai anch’io, allarmato.
“Cosa succede, vi ho fatto male?” Gli chiesi.
La sua smorfia si accentuò, con un visibile sforzo cercò di trasformarla in un sorriso tirato “In   un    certo    senso   sì,    ma    non     preoccupatevi .    Ci   sono    abituato .”
Mi colpì il suo modo bizzarro di parlare. Staccava ogni parola, ma non come chi ha difficoltà di pronuncia. Al contrario, ogni termine che gli usciva dalla bocca era carico di vibrazione e musicalità, colmo di un sentimento che sembrava arrivare direttamente dall’animo. Era come se dopo avere emesso ogni sillaba si soffermasse sopra qualche istante ad ammirarla prima di lasciarla andare.
Avrei potuto lasciare perdere. Avrei potuto lanciargli un occhiata perplessa e proseguire per la mia strada. Ma, niente da fare, sono curioso. E’ la mia natura. Fu così che ebbi uno degli incontri più strani che mi siano mai capitati.
Vide che mi ero fermato, il mio sguardo interrogativo. Cercò di spiegarsi. “Non    è    l’ urto   ,   è    cosa    avete    detto”.
Colse la mia perplessità aumentare, proseguì.
“‘Scusate’ ,   avete     detto .   Ma   senza    pensarci .”
“Guardate, sono veramente spiacente…”
Alzò la mano, mi interruppe. “Avete   parlato    in    fretta ,” Disse, con pazienza. “automaticamente .  La    parola    che    avete   detto    non    aveva    per   voi   significato    autentico .   Non   pensavate    a   cosa   vuole    dire   davvero     scusarsi .”
Fu così che mi espose il suo originale modo di rapportarsi con le parole.
Per lui era inconcepibile che si pronunciasse un termine senza gustarlo appieno. Senza pensare al suo senso profondo, al rapporto con se stessi e l’universo. Aveva ragione, le mie scuse erano state un riflesso automatico. Nel farle non avevo realmente inteso cosa sia domandare perdono, il fare uno sgarbo e riconoscersi in colpa, l’umiltà necessaria a questo atto, cosa sottintenda nelle relazioni reciproche, come sia possibile…insomma, aveva colto la mia fretta ed approssimazione, la mia trascuratezza. E questo gli aveva causato dolore.
Ma che razza di sensibilità aveva questa persona? Non era per la parola che si dispiaceva, ma per me.
“Se    aveste    di    fronte    un    manicaretto    incomparabile ,   lo    trangugereste   senza    assaporarlo ?   Se    aveste    davanti    un   quadro   di    incredibile    bellezza ,   lo    liquidereste    con    una    occhiata ?   E    allora ,   perché    parlare    senza    gustare   ciò    che   si    dice?”
Ci eravamo trasferiti in un bar, tutto questo me lo spiegò nel tempo che ci mette un caffé a raffreddarsi. Quando parlava si rigirava in bocca ogni lettera come fosse una dolcissima caramella. Davvero le gustava, come il contenuto della tazzina quando l’aroma è veramente buono.
“La   gente   pronuncia   la   parola   amore   e   non   pensa   alla   sua    ricchezza ,   alla   profondità ,   al   senso    immenso   che   hanno   quei    suoni.   Sono   solo   suoni,    per   loro ,   mentre    davvero   indicano    la   tessitura   della esistenza.    Ma   anche   ogni    altro  termine  che   diciamo   si   porta   dietro   profondità   che   meriterebbero   essere   contemplate   e   capite.    MA      “, e fece una pausa più lunga, ”   ANCHE     “, ancora si fermò, sempre guardandomi in viso con un’espressione dolcissima, ”    OGNI    “…
Finalmente avevo compreso, e devo dire che ero quasi spaventato. Parlava così lentamente perché veramente ogni singola parola, per quanto piccola, persino ogni articolo e congiunzione, erano per lui fonte di meraviglia e oggetto di contemplazione. Mi chiesi che vertiginosa comprensione avesse acquisito in anni di profondi pensieri su ciascuno di quei minuscoli monosillabi, e quale grandezza fosse giunto ad attribuire a quelle espressioni che di solito gettiamo lì con trascuratezza.
Certamente in lui non c’era falsità. Aveva un rispetto troppo grande per ciò che si diceva da anche solo immaginare che si potesse intendere qualcosa di diverso quando si conversava con il prossimo. Probabilmente pronunciare una menzogna l’avrebbe ucciso.

Il mio primo impulso era stato di considerarlo pazzo, o maniaco. Ma più mi esprimava lentissimamente quel suo mondo interiore più non potevo fare a meno di sentirmi ammirato e, in un certo senso, umiliato. Era evidente che viveva ciò che pensava. Non osai immaginare quante difficoltà, quente incomprensioni doveva avere incontrato nella sua vita. Mi chiesi se fosse mai riuscito a finire un libro, se il suo rispetto così completo per la parola avesse finito per allontanarlo da essa.
Ma, guardandolo, conclusi che non era la parola che venerava. Era piuttosto la consapevolezza del senso, della radice, della realtà che indicava la parola che alimentava il suo curioso approccio. Era come chi guarda la mappa di una antica e meravigliosa città e si sofferma con la mente sugli edifici che vi sono indicati, visitandoli con l’immaginazione. In altre parole per lui i discorsi erano segni di un senso sottostante, di una bellezza generativa. Ed era quella che lui gustava.

Viveva costantemente nell’angoscia per la superficialità delle conversazioni di ogni giorno. Gli pareva che se ogni uomo avesse colto anche una piccola parte del segno immenso che erano i discorsi che pronunciava tutti avrebbero vissuto molto meglio. Ma il suo stesso ritenere preziosa ogni frase pronunciata gli impediva di esprimere questa sua convinzione in maniera persuasiva. In un mondo condizionato dalla fretta e dalla velocità la sua stupita lentezza appariva un ostacolo da superare senza degnarlo di una seconda occhiata. Quanta gente lo aveva urtato, lo aveva incontrato, e poi aveva proseguito senza più voltarsi.

Si era fatto tardi, avevo anche fatto saltare un impegno, ma da quell’incontro uscivo come stordito per le profondità inattese che mi aveva aperto.
Strinsi la mano di quello strano uomo, che probabilmente viveva più intensamente di quanto fossi mai riuscito a fare io.
“Vede, ” mi disse congendandosi “ogni   vibrazione    di     suono   non    muore ,   si    affievolisce   solo .   Ogni    parola   mai    pronunciata    continua   ad     aleggiare   per    la    eternità.   Così    sarà   per    quanto   ci    siamo    detti.”
Ebbi un brivido. Fino alla fine del tempo ogni parola trascurata, detta affrettatamente, con malizia, ogni menzogna, ma anche ogni frase d’amore, ogni giuramento, ogni promessa, ogni sospiro d’affetto sopravvive e non passa. Non ci avevo mai pensato.
Un peso da schiacciare un uomo, se ci si fa caso, se ci vuole pensare. A meno di non credere che tutto sia cointessuto in un arazzo di bellezza e splendore.

Guardai allontanarsi quell’uomo che gustava ogni parola, finché non lo persi di vista. Non l’ho più reincontrato da allora. Ma sono sicuro che, come le parole dette da lui, da me e da te, da qualche parte continua la sua esistenza piena di senso.
Non gli ho neanche chiesto come si chiamava.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 26 marzo 2014 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. Bellissimo, degno di Borges sia per tema che per stile.

    (l’aggettivo vertiginoso – l’aggettivo preferito di Borges – è un riferimento voluto?)

  2. Diciamo che è un aggettivo che ho dentro.

  3. Splen… di… do…
    Mi ha fatto venire in mente che parte del piacere di cantare risiede nella possibilità di pronunciare lentamente gustandone ogni sillaba parole che parlando vanno via veloci.
    Poi mi è venuto in mente quel SI che ha dato il via a tutto (argomento del post precedente) e immaginavo la Madonna che cantava il suo FIAT, lentamente con una voce delicata e commuovente e che quella voce ancora risuona…
    Grazie per questi brani ispirati e ispiratori…

  4. A me ha fatto pensare ad una PERSONA SPECIFICA, ma forse detto da me non conta.. perché sono un po’ fissato con quest’UOMO…
    Da un po’ di tempo mi sono messo in testa di collezionare (e soprattutto leggere!) tutti i SUOI libri.. e sono davvero una marea!
    È, forse, il più grande INTELLETTUALE VIVENTE… e, al contempo, un SANTO…
    insomma un GIGANTE della storia, che condivide con altri giganti la sorte di essere perlopiù INCOMPRESO dagli uomini del suo tempo…
    Il suo nome è. ….
    (vediamo chi indovina)

  5. Joseph Ratzinger?

  6. Esatto!
    Non era poi così difficile…..

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