Figli, ciliegie e la felicità

Poniamo che voi abitiate in un paese dove ci sono solo alberi di pere e di mele. Si avvicina un tizio e vi chiede: qual è il frutto più buono? E voi rispondete “La pera, ovviamente”. “Valutate da 1 a 10 il vostro grado di soddisfazione sulle pere”, e voi indicate 9, siete molto soddisfatti delle vostre pere.
Il giorno dopo qualcuno vi porta qualcosa da voi mai veduto: un cestino di ciliegie.
Secondo voi, se dopo che le avete assaggiate quel tizio tornasse e vi rifacesse le stesse domande, voi dareste le stesse risposte?
Probabilmente no. La vostra scala è cambiata. Cosa è successo? Avete fatto un’esperienza.
Non è che prima foste in cattiva fede. Ma cosa accadrebbe se quel tizio elaborasse le vostre risposte per fare un’articolo? Direbbe, forse: “a chi mangia le ciliegie non piacciono le pere”. Ma sarebbe veramente così? Le pere non sono cambiate: è cambiata la percezione che avete di esse.

Come tutti i giorni, ieri io e mia moglie abbiamo dovuto gestire i figli. Abbiamo dovuto sopportare i loro litigi, le piccole provocazioni (gli adolescenti ti mettono sempre alla prova), aiutarli nei compiti, fornire loro trasporto, cibo, vestiti, supporto. “Non ce la faccio più”, diceva mia moglie al sommarsi di questo con tutte le altre enormi complicazioni della vita. Invece di andare a teatro, ritagliarsi un momento anche solo davanti al televisore, c’erano questi due soggetti a cui badare, di cui occuparsi e preoccuparsi.
Ma potremmo rinunciare ad essi?
Conoscete una madre, un padre che potrebbero abbandonare i loro figli, anche se “abbassano la felicità”? Forse sì. Ma che genere di persone sono?

Ciò vuol dire che c’è un qualche problema nel concetto di felicità. Quello che spesso ci viene proposto, che infatti è un vero o e proprio imbroglio. Ci vogliono fare credere che la felicità coincida con il perfetto egoismo, fare tutto per sé. Quando è l’esatto contrario.

Cosa sia la felicità lo potete capire guardando i vostri figli, o i vostri genitori. Se non potete rinunciare a loro, se siete disposti a sacrificare tempo e spazio e il vostro giochino preferito per loro vuol dire che la felicità, quella vera, non sta in voi, in quello che fate solo per voi.

Se io oggi valuto le mie pere 9, e domani 6, e se sono disposto a fare dieci chilometri per un cesto di ciliegie mentre le pere ce le ho sotto casa vuol dire che paragonare la felicità e la soddisfazione di coloro che sono con i figli con quelli che sono senza figli è una bestialità, come uno che volesse trovare statisticamente qual’è la frutta più buona senza tenere conto che metà delle persone a cui chiede non hanno mai mangiato ciliegie.

Gli studiosi di cui parlavamo ieri, intenti a valutare se chi ha figli sia più felice di chi non ce li ha, danno per scontato che, quantomeno per gli americani, un figlio sia una specie di gadget. Si decide se si prende o no a seconda della voglia, come un cagnolino o un nuovo televisore.
Ci si può illudere che un figlio sia qualcosa di proprio, che l’avere coincida con il volere, ma non è così. E’ una verità che padri e madri apprendono; un figlio non si possiede. Illudersi di essere noi a decidere, avere il controllo, porta solo a immense infelicità e solitudini.

Si può rimanere a mangiare pere a vita, convinti che sia il massimo. Se l’uomo pensando di trovare la felicità si chiude nel suo baccello di egoismo, di cose fatte perché piacciono, escludendo il resto dell’universo, diventa estraneo all’universo. E, come una pianta senza radici, ci si dissecca e muore. Quello che dà la felicità è altro, è qualcosa che vale, tanto da essere disposti a cedere un po’ di falsa felicità per esso. Per usare una parola antica: sacrificarsi per esso.
Ma chi lo dice, chi lo spiega a statistici e sociologi e giornalisti che le ciliege sono buone?

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 17 gennaio 2014 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 11 commenti.

  1. Figli amore e ciliegie vanno d’accordo

    (Alessandro Turchi detto l’Orbetto, 1578-1649, Allegoria della Carità)

  2. ale@ssandro.it

    “Per usare una parola antica: sacrificarsi per esso.”

    No. Non basta. Morire per esso,

  3. Quando hai figli semplicemente le cose di prima sbiadiscono o meglio, appaiono nella loro reale importanza.

  4. Ci sarebbe anche da dire una cosuccia, però.
    Avere figli è una vocazione, e dunque non è per tutti. Sì, sono d’accordo, si può essere felici anche senza figli, se Dio ha stabilito che il tuo destino è non averne.
    Si è felici quando si compie il destino che Dio ha già scritto per la propria vita, si è infelici quando non lo si compie.
    E’ tutto così semplice…

  5. Il tuo ragionamento è interessante, ma non mi convince al 100%. Che non si possa confrontare la soddisfazione tra due persone se una di queste non è consapevole di avere delle opzioni di cui l’altra ha usufruito è alla fin fine una considerazione arbitraria da parte tua. Vista così, solo un’assoluta libertà di scelta e di sperimentazioni tra diversi stili di vita può dare vera felicità (altrimenti c’è solo soddisfazione ignorante) e credo che nessuno lo pensi. Anche l’argomentazione per cui nessuno abbandonerebbe i figli, o tornerebbe indietro dopo averne avuti, è fallace perché avere dei figli, credo, ti cambia ed è difficile immedesimarsi nel proprio sé passato, cioè escludere idealmente una conoscenza una volta che se ne è appropriati. Non so se mi spiego (credo di no).

    Tornando al tuo esempio di partenza, se io muoio senza sapere che esistono le ciliegie non sarò meno felice di chi è vissuto mangiando ciliegie tutti i giorni. Sarà meno felice chi sa che esistono le ciliegie ma non può permettersele, o chi a forza di ciliegie si è provocato il diabete. Il sociologo o lo psicologo che si limiti a chiedere al mangiatore di mele e al mangiatore di ciliegie il livello di soddisfazione sta facendo in maniera intellettualmente onesta il suo lavoro, e così chi confronta il livello di soddisfazione e di stress tra persone che hanno figli e persone che non ce l’hanno, perché l’intento non è sconsigliare la procreazione (in un afflato schopenaueriano?) quanto avere degli strumenti per predire outcome psicologici in una determinata popolazione. Il grande paradosso secondo me è che chi più esalta la famiglia, pensa che due miliardi di anni di storia della riproduzione sessuata possano essere distrutti da un articolo sulla Repubblica o dal diritto matrimoniale francese.

  6. Non hai colto la mia tesi, Quente. Che è duplice: da un lato, non puoi confrontare due esperienze che hanno scale diverse in modo significativo, perché la presenza dell’elemento esperienziale supplementare altera in modo irrimediabile la scala, come anche tu ammetti. Sarebbe come se tu facessi una statistica su come è bello viaggiare ponendo insieme chi ha fatto il giro del mondo tre volte e chi non è andato più lontano della fine del paese. Non stiamo parlando di assoluta libertà, ma di un paragone che abbia senso. E dall’altro di qualcosa che, se non hai figli, evidentemente non riesci ad immaginare: ed infatti non lo immagini. Parli di immedisimazione, e non sai di cosa parli. Non è che te ne faccio una colpa: ne riparliamo tra qualche annetto (spero per te).
    Ti faccio notare che fino a pochissimi anni fa sarebbe stato del tutto inimmaginabile, per non dire incomprensibile, che qualcuno potesse sostenere un matrimonio omosessuale come uguale al matrimonio normale. Tanta è la forza di questo potere che ti rifiuti di vedere. Non è che saranno distrutti: saranno negati, e chi si richiama a quei due miliardi di anni incarcerato e costretto ad abiurare.

  7. Anche la mia risposta è su due piani, uno più filosofico e uno più pratico. Quello più filosofico è che se qualcuno non può neanche immaginare una possibilità di felicità forse è comunque felice, ed è sicuramente più felice di chi sa che esiste ma non può raggiungerla. Ti faccio un esempio: mio nonno era medico, e negli anni ’60 finì da Padova a fare il pediatra in Sardegna. Per tutta la vita ha detto che i pescatori che ha conosciuto lì (che vivevano come cinquanta o cento anni prima) erano le persone più felici che avesse mai visto. Avrebbe rinunciato alla sua laura, alle sue letture, al suo amore per l’arte, alle sue riflessioni politiche e filosofiche per mettersi a pescare a Stintino? No, ma questo non gli impediva di confrontare la sua felicità a quella di chi aveva un mondo estremamente più chiuso e ignaro delle possibilità che esistono. Non ti dico che la posizione di mio nonno è ineccepibile, anzi, ne abbiamo discusso per tutta la sua vita, però volevo contrapporla alla tua.

    La mia obiezione più pratica è che al sociologo o allo psicologo non interessa (in teoria almeno) sminuire la felicità e l’importanza della nascita di un bambino, ma confrontare due condizioni di vita nella prospettiva di conseguenze sociali o cliniche. Mi riallaccio al commento di Mercuriade: tu a una persona che non può avere figli dici che è condannata ad essere “chiusa nel suo bacello di egoismo”? Non credo proprio. E mi pare una notizia interessante, e importante, sapere che chi non ha figli non vive divorata dalla depressione.

  8. Sì, Quente, ma ti ripeto: volere fare un confronto è mischiare patate con mele. Mi fa piacere che chi non ha figli non sia divorato dalla depressione, ma poi dire che per questo sia più felice, facendo il confronto, non è serio. E’ come se tu facessi una statistica su quant’è bello guidare una Ferrari tra quelli che non ne hanno mai vista una.

  9. L’ha ribloggato su Il Guerriero della Luce.

  10. Vedi anche questo (la ricerca è un’altra…si sprecano, in questo periodo)

  11. Si può però fare un mezzo-paragone; io non ho figli, ma sono stata figlia in una famiglia genitori e 4 figli. Ho esperienza della felicità si all’interno della mia famiglia di origine sia all’interno della mia nuova famiglia composta da me e mio marito. Quello che mi salta subito all’occhio è che la felicità in entrambi i casi non dipende dal fatto che ci siano o non ci siano bambini, ma dalla relazione tra ognuno e tutti i componenti della famiglia e dalla capacità di capire l’altro. E nel mio caso la felicità dipende anche dalla nostra relazione con il totalmente Altro.

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