Dalla cenere: l’uomo che non c’è

Certe volte mi domando se realmente il catechismo serva a qualcosa. Ora capisco certe domande un poco più profonde, più tecniche; ma spesso mi trovo a dovere rispondere a questioni sulla Chiesa che sono assolutamente fondamentali. O banali, se volete. Che basterebbe tenere gli occhi aperti, le orecchie attente, per conoscere. Eppure non si sanno; e questa ignoranza è indicativa di una ignoranza più profonda.

Si ignora, si sceglie di ignorare, quello che si è.

Si vive la vita senza farsi le domande che ogni persona si dovrebbe fare. Che ci faccio qui? Cosa fare per essere felice? Perché vivo? Ci è stato messo in testa che la risposta a queste domande non c’è. E che quindi è inutile porsele, una perdita di tempo.
Perché quindi si dovrebbe buttare ulteriore tempo ed energie interessandosi a chi di quelle domande pretende di avere dato una risposta?
Non c’è niente di più assurdo della risposta ad una domanda che non si pone. Se la domanda non ha senso, tutti quei tipi buffi vestiti da prete si agitano per niente. O per motivi più inconfessabili.

Questa è la prima ferita della Chiesa oggi, una ferita che non consente di camminare, un piede forato e piagato che la fa zoppicare e cadere. Che tanti, magari dicendo di far parte della Chiesa, hanno l’idea che non ci sia niente da capire della realtà. Che si viva, si vivacchi, e basta.
Si trascorre la vita nella banale quotidianità di ogni giorno, lottando per una promozione o guardando la tv, e nei rari momenti in cui potrebbe sorgere una consapevolezza – nascite, i funerali, o vedere persone inesplicabilmente felici – si sceglie di guardare altrove, di spiegare altrimenti, o di non spiegare affatto. La domanda aleggia però, nei giorni su giorni trascorsi senza lasciare traccia.
Occorrerebbe ridestare. Ma per destare qualcuno, bisogna essere svegli.

In questa maniera si sopravvive finché si arriva al punto in cui la domanda non può più essere ignorata. Il momento in cui ci si deve domandare per cosa si è vissuti. Guardarsi indietro, verso una lunga fila di eventi senza scopo, e accorgersi di ignorarlo.
Ci si può magari aggrappare ad un altro giorno inutile, ma anche questo finirà.

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 15 febbraio 2013 su Dalla cenere, meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 24 commenti.

  1. Si vive la vita senza farsi le domande che ogni persona si dovrebbe fare. Che ci faccio qui? Cosa fare per essere felice? Perché vivo? Ci è stato messo in testa che la risposta a queste domande non c’è. E che quindi è inutile porsele, una perdita di tempo.

    “Che ci faccio qui?” e “Perché vivo?” sono domande senza senso, sottintendono uno scopo nella nostra vita che non si dimostra esistere. “Cosa fare per essere felice?”, invece, è tutta un’altra domanda, non capisco perché è stata messa insieme alle due precedenti.

    In questa maniera si sopravvive finché si arriva al punto in cui la domanda non può più essere ignorata. Il momento in cui ci si deve domandare per cosa si è vissuti. Guardarsi indietro, verso una lunga fila di eventi senza scopo, e accorgersi di ignorarlo.

    Questa domanda è differente dalle prime tre (due): “per quale motivo sono vissuto?”, cioè “a quale scopo ho fatto uso della mia vita?” è una domanda legittima che si interroga sullo scopo che ciascuno di noi ha dato alla propria vita. È ben diversa, pertanto, dalla domanda “Che ci faccio qui?”, che significa “a quale scopo mi è stata concessa la vita?”.

    La differenza, sostanziale, spiega perché è inutile stare a sentire chi afferma di avere risposte alle prime domande e non all’ultima.

  2. @censore

    le domande “da dove vengo e perchè” e “Cosa fare per essere felice?” in realtà sono la stessa domanda.

    Alfa e Omega.

  3. Argomentare, prego.

    Evidenzio i termini della prova: affinché le domande “da dove vengo e perché?” e “cosa fare per essere felice?” siano la stessa domanda, deve dimostrare che hanno lo stesso dominio di validità e le stesse identiche risposte. Se una risposta vale per l’una ma non per l’altra, le domande non sono la stessa.

  4. la risposta è sempre la stessa: Dio è Amore.

    Da vove veniamo? Dall’Amore.
    Perchè? Per Amore.
    Come fare per essere felici? Ama.

    creati dall’Amore per Amore per giungere pienamente all’Amore

    Il tutto può sembrare zuccheroso e ingenuo ma solo perchè la parola “amore” come la parola “cuore” negli ultimi tempi hanno assunto una connotazione romantico/buonista.

    è utile riflettere ulla Santissima Trinità, Dio è Amore, cioè relazione, due soggetti pienamente, reciprocamente e gratuitamente donanti e riceventi al punto da essere Uno tramite lo Spirito.

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20051225_deus-caritas-est_it.html

  5. Quindi tutti gli esseri umani che sono felici per altri motivi non sono felici? Non si è felici per la guarigione di un genitore, non si è felici per aver svolto bene il proprio dovere, non si è felici per aver superato un ostacolo che si riteneva insormontabile?

    Le è mai balenato il pensiero che tanta gente esiste, vive ed è felice senza condividere per filo e per segno i suoi valori?

  6. le è mai balenato che si è felici per gli altri perchè li amiamo?
    Che lottare contro gli ostacoli significa amare la vita?
    che fare bene il proprio dovere significa amare la realtà?

  7. E che vuol dire “amare” al di fuori dello zuccheroso mass mediale ?
    E che vuol dire “amare” al di fuori di “Non dire mai mi dispiace” copyrighy by Love Story di Erich Segal?

    Vuol dire che come primissima cosa sono contento che tu esisti, e quindi non ti abortisco, non mi separo da te, non divorzio da te, non ti metto all’ospizio, non ti eutanasio, se per debolezza di chicchessia litighiamo poi ti chiedo perdono oppure accetto a tua richiesta di perdono se mi precedi (altro che Love Story di Erich Segal), e se muori penso sempre a te nell’attesa di rivederti in Dio.

    Vuol dire che in ogni cosa che faccio voglio la tua felicità e non la mia, ovvero semmai “tu sei felice se anche io sono felice” allora la mia felicità sia anche benvenuta ma sempre in subordine.

    Vuol dire che semmai mi giunge il tuo male e la tua cattiveria addosso io non ci crederò, e se proprio le prove fossero contro di te, accoglierei la tua spiegazione, ci crederei, oppure ti aspetterei nel cambiamento, finito che sarà lo tsunami del tuo peccato originale, esploso adesso come un bubbone malefico

    Vuol dire fare per te ogni cosa, anche la massima cosa. Morire come ha fatto Gesù ???? No, molto di più.

    E cosa c’è di più grande di dare la vita per un’altra persona ?

    C’è “Prendere e portare su di sé il peccato di quell’altra persona” e come conseguenza di ciò forse ci sarà anche il sottoprodotto di nome “morte” (nel caso di Gesù è stato proprio così) ma non è garantito che ci sia.

    In un duetto tra Monica Vitti e Giggi Proietti sul film “Tosca”, lei canta “…. Mì madre è morta tisica, tu me farai morì de crepacore ” ….. “Ma sì lo sai cos’è …. Questo è l’amore ….” risponde cantando con voce baritonale Proietti, e di nuovo riprende con un canto sussurrato la Vitti con ” …. Ma sì …. Questo è l’amore …”.

    Niente è più misterioso dell’amore in quanto è una invenzione di Dio.

  8. fare bene il proprio dovere significa amare la realtà

    A me pare razionalizzazione: è stato comandato di amare, e pur di mantenere tale posizione si manipola e deforma il significato delle parole e degli eventi per poterli adattare a tale insegnamento. Anche quando questo significa sostenere posizioni incredibili come quella qui sopra.

    O, se preferisce questa formulazione, dubito fortemente che il pensiero “fare bene il proprio dovere significa amare la realtà” appartenesse al suo bagaglio culturale, prima di questa discussione.

  9. @censore
    non mi dia del mistificatore, le è mai balenato che la sua personale visione del cattolico magari non è quella unica e definitiva?

    inoltre non conoscendomi di persona e da lungo tempo eviti i giudizi.

  10. inoltre censore le insiste che sosteniamo una posizione incredibile ma mi pare di averle già detto che ha ragione.

    Il Vangelo afferma proprio che è avvenuto l’incredibile.

  11. @Alèudin: non le ho dato del mistificatore, né ho dato alcun giudizio su di lei. Si rilegga quanto ho scritto, prima di accusarmi.

  12. @censore

    si rilegga il suo commento sul mio conto:
    https://berlicche.wordpress.com/2013/02/15/dalla-cenere-luomo-che-non-ce/#comment-43687

    e non venga a contar balle.

  13. @Alèudin: la ringrazio per avermi fatto partecipe delle sue opinioni. Buone cose.

  14. @censore
    lei però non ci rende partecipe delle sue, è questo il problema, non si espone mai veramente, per poi tranciare con commenti come i suoi ultimi, per uscire di scena.

    Evita il dialogo.

    Buona serata.

  15. @Alèudin: quando lo faccio vengo accusato di darle del mistificatore!

    Il mio primo commento spiega il mio punto di vista, quello odierno delle 11:22 contiene la spiegazione del perché ritengo la sua visione errata.

    Se davvero è interessato al mio punto di vista, eviti di accusarmi di volerla insultare e legga quanto ho scritto…

  16. quella è la sua opinione? non mi pare proprio una opinione ma solo una affermazione che non aggiunge nulla alla discussione, se non una dichiarazione di dubbio rispetto alla onestà intellettuale dell’ interlocutore.

    Fare bene il proprio dovere è amare la realtà, perchè la realtà creata buona da Dio ci viene incontro in quello che cristianamente viene chiamata Provvidenza.

    R. Guardini afferma, e io sono d’accordo, che il Signore prende l’uomo tra due fuochi, il fondo della coscienza o cuore (nell’accezzione berlicchiana) e la realtà che Lui gli propone.

    Accettare e amare la realtà, il proprio lavoro, le occupazioni domestiche, la cura dei figli, degli anziani, il proprio dovere etc.. etc.. come partecipazione alla creazione, anzi alla co-creazione è da sempre un bagaglio del cristiano e del Cattolicesimo, non me lo sono certo inventato io oggi.

    San Paolo: “Chi non lavora neppure mangi.”

    Ora et labora. S. Benedetto

    Per non parlare poi del discusso ma pur sempre cattolico Teilard de Chardin:
    «Il nostro lavoro ci appare soprattutto come un mezzo per guadagnarci il pane quotidiano. Ma la sua virtù definitiva è ben più alta: per suo tramite perfezioniamo in noi il tema dell’unione divina […]. Perciò artisti, operai, scienziati, qualunque sia la nostra funzione umana, noi possiamo, se siamo cristiani, precipitarci verso l’oggetto del nostro lavoro come a un varco aperto verso il supremo completamento dei nostri esseri»

    ueste sono le prime cose che mi vengono in mente.

    partecipazione alla realtà buona e quindi da amare.

  17. Don’t feed the troll

    la dimostrazione è che per più di 48 ore, finché non è stato alimentato, non è stato generato nessun flame. C’è chi commenta per capire, c’è chi commenta per condividere e uno che commenta solo “per vedere l’effetto che fa” ovverosia provocare e battagliare con le parole.

    Al lettore comprendere quali dei tre sia il più distruttivo e inconcludente.

  18. Alèudin, “il mio primo commento” è il _primo_ dei miei commenti, quello delle 22:04 del 15 febbraio. Come possa essere “una dichiarazione di dubbio rispetto alla onestà intellettuale dell’ interlocutore” lo sa solo lei.

    L’articolo di Berlicche afferma che alcune persone “scelgano di ignorare ciò che si è” perché non assegnano alcuna importanza a certe domande.

    Ora, per lei quelle domande sono importanti, per altri sono senza senso: affermare che si è ignoranti solo perché non si condivide l’importanza di tali domande con voi è imporre il vostro punto di vista agli altri. “Non rispondi a quelle domande fondamentali perché sei ignorante” significa “Non la pensi come me perché sei ignorante”. Parlava di mettere in dubbio l’onestà intellettuale degli altri, se ricordo bene…

    Lei ritiene di essere stato messo al mondo per uno scopo? Faccia pure, ma non venga a dire a me che sono ignorante perché affermo che non è così.

  19. Suggerirei di lasciare il troll senza scopo al suo destino che non ha.

  20. Provo una forte frustrazione quando le persone con cui sto discutendo decidono di ignorare quanto scrivo e passano ad attaccare me invece che le posizioni che esprimo.

    Trovo ingiusto essere definito “troll” quando non rispondo alle domande e quando rispondo alle domande. O che a darmi del “troll” sia qualcuno che ha marcato la propria intenzione di provocare persino nel proprio nome.

    Credo che sia piacevole e facile esprimersi quando tutti alzano una salva di osanna e di lodi ad ogni cosa che scriviamo; più difficile è accettare le critiche anche quando sono molto scomode, anche quando non le condividiamo.

  21. La provocazione fatta per provocare e non per capire, la polemica e non la ricerca della verità, la menzogna invece della tensione a trovare il giusto è quello che distingue un troll da un avversario anche critico.
    Non sei scomodo, Censore: scrivi consapevolmente balle. Basta guardare agli altri commenti per vedere che delle critiche qui non c’è paura. E’ il mentire che non sopporto.
    Chi non ha uno scopo è un perditempo. E’ un uomo che non c’è. Tu non ci sei.
    Non date da mangiare all’uomo che non c’è, fino a quando non scoprirà di esserci.

  22. Mi sta insultando, Berlicche. Ne prendo atto.

  23. Non dico niente di più di quello che le ho già detto, motivandolo, quando l’ho proclamata troll.
    E lei stesso si è indignato quando le hanno detto che aveva uno scopo anche lei…
    E de hoc satis.

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