Giona, capitolo quinto

Fu così che per la predicazione di Giona la città di Ninive si convertì.

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Allora Dio disse a Giona: «Alzati, và ad Assur, la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me, come hai fatto con Ninive».
Giona andò ad Assur e prese a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Assur sarà distrutta». Alcuni dei cittadini di Assur dicevano "E' colpa del Re se questa città sarà distrutta". Il Re diceva "Uomini perversi! Mi accusate ingiustamente perché non volete rendere conto dei vostri stessi peccati". Altri ancora irridevano Giona e gli dicevano "Come può una città così grande essere distrutta? Tu vaneggi". E tutti: "Noi non facciamo niente di male. Vai a dire queste cose ai nostri vicini, che siano loro a pentirsi".
E si accapigliavano tra di loro, così che quaranta giorni dopo arrivò un altro Re dal paese vicino e disse "Ma che città è questa? Le torri sono deserte e le porte aperte, e si sente il rumore di litigio fin fuori le mura. La gente muore di fame perché tra loro non c'è accordo a causa dei loro peccati."
Il Re straniero entrò con il suo esercito nella città di Assur, la bruciò e ne fece gli abitanti schiavi.
 Giona si adirò con Dio e disse: "Ecco, mi hai mandato a predicare a Ninive ed hai avuto misericordia di essa. Mi aspettavo che tu distruggessi Assur perché non si è pentita, invece è arrivato un Re straniero che ne ha fatto scempio." Dio rispose: "Ehi, cosa ti aspettavi, che mandassi una pioggia di fuoco o un diluvio? E' il male stesso che hanno compiuto che li ha condannati, il persistere sulle sue vie che li ha perduti. Tu hai fatto quanto era richiesto. La loro sorte ricada sui loro stessi atti, perché hanno veduto quanto era necessario fare e hanno scelto di non farlo, dal più piccolo al più grande. Tra loro stessi non hanno avuto misericordia. Su di loro sarà usato lo stesso metro." 

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 28 settembre 2011 su Apocrifatti, fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 45 commenti.

  1. Perdona se te lo dico, ma come autore sacro non hai stile ^_^ d'altro canto sei un diavolo!

  2. Bello questo brano, ma sono convinta che quello precedente (quello di Musaka Kikiggwado ed suo nipote Kitizo ed il vecchio Bellabianca) fosse migliore. Non so, mi sembra che in questo usi un linguaggio poco comune e ricercato. Però non voglio essere critica, anzi, mi piacerebbe sapere come va a finire. Ciao e scusa delle critica. Laura

  3. Il precedente era un racconto "stand-alone".
    In questo ho cercato di imitare (salvo eccezioni…) il linguaggio del libro di Giona il cui link è all'inizio del pezzo. Vuole essere, più che un racconto, una provocazione – forse più che nei "fiaboidi" sarebbe andato nelle "diavolerie e cattiverie".
    In fondo non faccio che rendere più esplicito ciò che il libro originale (leggetelo, è brevissimo) dice: cioè che Dio è misericordioso e ci avverte in ogni possibile modo che stiamo andando verso la rovina. Se cambiamo vita questa non ci raggiunge. E anche se ci incazziamo perché "noi" siamo duri e puri e vorremmo che il bastardo venisse incenerito (Ninive era vista dagli ebrei come oggi certi leghisti potrebbero vedere Napoli e Roma combinate, non so se mi spiego) la misericordia di Dio è più grande.
    Ma se non ci si converte, non si cambia, allora si va proprio a finire male.
    Mi interessava che questo, oggi, nell'attuale situazione, fosse proprio chiaro.

  4. Io sono convinto che si dovrebbero leggere assieme Giona e Giobbe: si vedrebbe che la questione della misericordia e della giustizia divina non sono così semplici come vorrebbe Berlicche. Giobbe sembra dimostrare a YHWH che la giustizia e la misericordia dell'uomo sono superiodi a quelle del suo Creatore. Lo so che non si può "risolvere" quwesto mistero in due righe: forse varrebbe la pena di leggere quello che, sul Libro di Giobbe, ha scritto Jung. E anche le parole di Silvia Montefoschi sono illuminanti.
    Ciao.
    Massimo, Bari

  5. Massimo, come anche tu dici non credo che si possa rendere giustizia alla giustizia divina e a lla misericordia in un post da dieci righe. Neanche tutta la Bibbia basta, tanto è vero che è dovuto venire Dio in persona. Ne sono consapevole: quindi, quando supponi ciò che io vorrei, prova ad usare un briciolo di quella misericordia e quella comprensione.
    Non credo assolutamente che Giobbe dimostri "la giustizia e la misericordia dell'uomo sono superiori a quelle del suo Creatore". Basta leggere bene l'originale pe capirlo. Se poi qualcuno, per portare avanti un qualche tipo di ideologia arriva a conclusioni diverse bene, mi dispiace molto.
    Jung, ad esempio, nega che Dio sia un essere cosciente. In altre parole prendi Giobbe, buttalo nel cesso e inventati qualcosa che incidentalmente porta lo stesso titolo. Non conosco il pensiero della Montefoschi in proposito e se si distacchi dal suo maestro.
    Però assumere che Giobbe sia una risposta che l'uomo si dà da solo non rende giustizia. Né a Giobbe, né a Giona nè a Dio. O, se è per questo, all'uomo.

  6. Scusami, non volevo "giudicare" senza misericordia e senza comprensione quello che devi comprimere nelle poche righe che ci sono concesse: però, quando scrivi "Dio è misericordioso e ci avverte in ogni possibile modo che stiamo andando verso la rovina. Se cambiamo vita questa non ci raggiunge", secondo me è un modo per metterla giù un po' troppo facile. Pur da cattolico, quale mi sforzo e indegnamente spero di essere, faccio sempre fatica a tenere insieme la misericordia di Dio – che conosco per prova – con, tanto per fare un esempio tra mille, il turismo sessuale che, in Estremo Oriente, stupra, violenta e massacra decine di migliaia di bambini innocenti. Certo, c'è una misericordia divina: ma sempre di più mi convinco che quella misericordia opera a un livello di molto superiore a quello, come posso definirlo, della nostra quotidianità spicciola. Se avessi una visione sincronica dell'intera umanità sono sicuro che la vedrei meglio, questa misericordia: il problema è che quei bambini hanno uno sguardo che, inevitabilmente, si ferma al membro che li sodomizza, tanto per essere chiari. E lì, in quel momento, la misericordia sembra non esserci: nelle mani di un predatore sessuale si fa fatica a percepirla, specie se sei un bambino innocente. Tutto qui: e non me la sento di dire che, non so, le grida di dolore del bambino sodomizzato sono l'avvertimento di Dio nei confronti dello stupratore: questo, davvero, non solo non renderebbe giustizia a nessuno, ma trasformerebbe Dio in carnefice. E' questa discrasia che mi inquieta e mi affanna. Ciao. Massimo

  7. Massimo,è chiaro: la giustizia non è di questo mondo. In questo mondo non ci sarà mai, né ci può essere, la giustizia perfetta. Primo perché siamo limitati, secondo perché siamo liberi. La libertà implica la possibilità del male, implica le urla dei bambini – se non non potrebbe essere libertà. Si fa un'accidente di fatica a capirlo, ma è così.
    E quindi la sola possibilità è che stiamo lasciando qualcosa. O il cerchio non si chiude mai, non può chiudersi, o ci sta sfuggendo l'altra metà del cerchio.
    L'altra metà del cerchio non è di questo mondo. Come cattolici lo sappiamo, o dovremmo saperlo. Ci stiamo scordando Lazzaro e il ricco Epulone? Quello è il luogo dove l'insanabile viene sanato, i conti regolati, l'equilibrio ristabilito.
    In aggiunta posso dire che comunque si vive meglio anche in questo mondo: perché lo sfogo bestiale di istinti ci rende comunque  bestie. Ed è comunque mille molte meglio essere uomini.

  8. Berlic,
    è proprio perchè non mi scordo di Lazzaro e del ricco Epulone, che faccio fatica ad accettare che "Quello è il luogo dove l'insanabile viene sanato, i conti regolati, l'equilibrio ristabilito."
    Lo so che uno che, come me, crede di essere cattolico non dovrebbe avere di questi dubbi, ma faccio sempre più fatica a mettere insieme l'inferno (come pena eterna e non redimibile) con la misericordia e l'amore di Dio. Voglio dire: un peccato, per quanto grave, dura al massimo la vita di un uomo; la punizione di quel peccato è fuori del tempo e questo, qualunque cosa voglia dire, sembra essere eccessivo per un peccato, per quanto grave. Non c'è proporzione. E senza proporzione non c'è misericordia. Io castigo i miei figli, ma in maniera proporzionata all'età e alla mancanza: non mi sognerei mai di affibbiare un castigo eccessivo. Ecco,  a me il castigo del ricco Epulone pare eccessivo e quindi non misericordioso. Ovvio che sono cose affrontate miliardi volte prima di me e ovvio anche che c'è la questione dellaatemporalità dell'inferno, a rendere ancor più complicate le cose: ma se devo rimanere sul piano umano, mi pare che l'apocatastasi in cui credeva Adriana Zarri sia la soluzione più misericordiosa e amorevole. Certo, Adriana Zarri è in odore di eresia…
    Non so, sono confuso, scusa la tirata, grazie per le tue parole e per il tempo che sprechi con me, ciao. Massimo

  9. Massimo, all'inferno non ci mette Dio, siamo noi che decidiamo di andarci. E' una scelta, il luogo in cui decidiamo di abitare se vogliamo fare da noi. Decidiamo che possiamo fare a meno di Dio? Che sappiamo meglio noi di Lui cosa sia bene per noi stessi, per l'uomo? Allora il posto è quello. Lì, Dio non entra. Dio non ci salva contro la nostra volontà.

    Personalmente penso che l'inferno sia il luogo in cui eternamente si rifiuta la completezza: il bene, la giustizia, la verità. I tuoi figli li castighi perché possano imparare, ma cosa c'è da imparare se hai già deciso? E' stato fatto ciò che si poteva, ma la libertà ha deciso diversamente.
    Io non so come sarà realmente l'inferno. Ho scritto tanti raccontini in questo blog in cui ne do tante versioni. Il dubbio è sano quando è attesa di una risposta, e il fatto che la risposta non sia facile la dice lunga sul fatto che noi siamo effettivamente in grado di darla.

    La risposta vera, effettiva, c'è stato un solo uomo in grado di darla. Lui, e tutti quelli ha ritenuto opportuno rivelarla. Qualsiasi teologo che pensi di essere in grado di pensare qualcosa di meglio dovrebbe prima di tutto confrontarsi con questo fatto.   

  10. Ma all'inferno si continua a essere liberi? Se ne può uscire? E in paradiso? Continueremo a essere liberi anche lì, e potremo quindi a un certo punto rifiutarlo? Oppure la nostra libertà cessa con la morte? E perché dovrebbe finire, visto che è tanto importante da giustificare le sofferenze dei bambini?

    Amedeo

  11. Una risposta sempre e comunque approssimativa forse si legge in Dante: "State contenti umana gente al quia
    che se potuto aveste saper tutto,
    mestier non era parturir Maria"

  12. Belle domande, Amedeo. Oltre alla risposta data dal'anonimo #11, c'è da dire che una volta al di là non avremo più la fede, ma la certezza. Vedremo Dio in volto, ed è difficile a qual punto negare. In questo senso quella libertà non avrà più senso di essere.
    Ed è importante qui, ora, proprio perché da quella dipende il destino finale nostro. Che sarà scelto con giustizia.
    Poi mi si può far notare che anche Adamo ed Eva Lo vedevano in volto – come pure gli angeli ribelli  – ed hanno scelto diversamente…ma la situazione è diversa. 
    S.Tommaso, nella Summa Theologica, afferma che i beati non avranno volontà malvage, come i dannati non possono avere volontà buona. E' interessante vedere come ciò è giustificato, ma temo sia lunghetto. Tutti gli ultimi capitoli (quaestio) di essa sono su questo tema…

  13. "all'inferno non ci mette Dio, siamo noi che decidiamo di andarci. E' una scelta, il luogo in cui decidiamo di abitare se vogliamo fare da noi" (Berlic)

    Penso spesso a mio fratello, di tre anni più vecchio di me. Si è sbattezzato, non frequenta la chiesa da quando aveva 16 anni, non ha battezzato i figli, vive nella più totale lontananza dalla fede cattolica: sembrerebbe il ritratto di uno che "vuol fare da sè". Ma lo conosco bene, è onesto, buono, caritatevole, mite. Andrà all'inferno? Se l'inferno è destinato a quelli che rifiutano Dio, parrebbe di sì; se invece ci vuole qualcosa in più – non so, qualche peccato orrendo – allora non ci andrà, perchè peccati grossi non ne ha commessi (a parte fare figli senza essere sposato in Chiesa). Ma se non ci va, vuol dire che ci si può salvare anche senza l'intermediazione della Chiesa, che mio fratello rifiuta con forza. Sarà dannato perchè Dio deve condannare un figlio che Lo rifiuta? Non ci posso credere, un padre non può arrivare a tanto. Insomma, perchè ci si danna? Non riesco a immaginarmi mio fratello come un dannato, perchè – a parte rifiutare la Chiesa e tutto quello che ha a che fare con essa – non è un peccatore in senso "tecnico". Lui dice che credere nel Dio cristiano ripugna alla sua coscienza e alla sua ragione: ma, a parte il primo e il terzo Comandamento (la cui violazione è quasi inevitabile, date le premesse), non infrange gli altri Comandamenti. E sono certo che rispetta, e più di me, il Comandamento dell'amore, quello che Gesù ha detto essere il più importante. Ecco, penso a mio fratello e non riesco a pensare che uno come lui – che è proprio uno che vuole vivere come se Dio non ci fosse, che è proprio uno che vuole "fare da solo" – possa andare all'inferno. Dov'è che sbaglio, se sbaglio?
    Massimo

  14. @Massimo
     
    Vede, innanzitutto la sua domanda principale, se suo fratello o meno andrà all’inferno a causa della sua condotta, non può essere risolta: di regola, non si hanno notizie di chi sia precipitato laggiù, quindi la certezza assoluta della dannazione non si può mai avere, noi “di quaggiù” possiamo solo “pronosticare” che fine probabilmente farà uno in base allo stile di vita (inteso in senso omnicomprensivo) adottato.
     
    Ad ogni modo, mi rendo conto che ciò non risponde pienamente alla domanda, lunga ed articolata, è bene quindi analizzare più pienamente il fatto.
     
    Innanzitutto, la ridicola pratica dello sbattezzo: essa consisterebbe in nient’altro che un atto “giuridico” (http://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/#04), il che fa piuttosto ridere; ma non è questa la sede per dimostrare la pena, pietà e compassione che provocano i membri dell’UAAR. Piuttosto, faccio notare che al mondo vi sono migliaia, se non decine di migliaia o centinaia, che pur essendo battezzate vivono la loro vita senza minimamente avere attenzioni verso Dio: la cosiddetta “pratica dello sbattezzo” è perfettamente inutile ed infantile, basta già il nostro libero arbitrio a renderci incapaci di seguire Dio (e, nota in calce, un fax inviato al parroco non annulla un Sacramento).
     
    Sul “vive nella più totale lontananza dalla fede cattolica” e “sono certo che rispetta, e più di me, il Comandamento dell'amore, quello che Gesù ha detto essere il più importante.”, scusi ma vedo palese contraddizione: se il suo stile di vita è agli antipodi di quello che Gesù ci chiama a vivere, in che modo potrebbe perseguire proprio il comandamento dell’Amore? Limitarsi ad atti caritativi e di gentilezza nei confronti del prossimo non è l’Amore che Gesù ha chiamato a vivere.
     
    “È proprio uno che vuole vivere come se Dio non ci fosse, che è proprio uno che vuole "fare da solo"”: come sopra, mi resta sempre più difficile ed incomprensibile come egli faccia ad Amare il prossimo. Usando le sole proprie forze, lo so per esperienza, non si ottengono che mere caricature di quel che si è chiamati a fare: credersi onnipotenti ed invincibili è il primo passo per una rovinosa caduta, inevitabile e tanto più disastrosa quanto più abbiamo tentato di auto-issarci in alto sopra tutti gli altri (alla faccia dell’amore verso il prossimo, quindi).
     
    “Lui dice che credere nel Dio cristiano ripugna alla sua coscienza e alla sua ragione”: mi dispiace per lui, ma nel mondo ci sono state (e ci sono ancora) moltissime altre persone che possono dire l’esatto contrario. Tommaso d’Aquino, per dirne una: non esattamente il primo ‘gnurante del paesello; o Isaac Newton, o Galielo Galilei, o Gregor Mendel, o Aleksandr Solženicyn…
     
    In conclusione, non so dirle se suo fratello andrà all’inferno, ma da quel che ho letto non posso di certo dire che non se la stia cercando: Dio ci ha concesso il libero arbitrio, e in virtù di esso siamo liberissimi di adorarlo o di avversarlo in ogni modo che ci viene in mente, dallo sbattezzo ai poster sugli autobus ai campi di concentramento e/o di rieducazione. Però, se si decide coerentemente con se stessi di viver “come Dio non fusse”, non si protesti alla fine se saremo lasciati alle conseguenze delle nostre scelte.

  15. utente anonimo

    Lightswarrior

    Ma è proprio questo che mi manda in crisi. Il messaggio evangelico – se lo si può riassumere in una riga – è quello di GV, 13, 34: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi gli uni gli altri».
    A me sembra di vedere che mio fratello – in famiglia, sul lavoro, nella vita quotidiana – cerca di attenersi a questo comando: certo, non perchè vede nel volto del fratello il Cristo, ma perchè ci vede un fratello. E se alla fine della vita saremo giudicati in base all'amore che avremo dato e ricevuto, sarò solo l'amore con il nostro "timbro", a valere, o sarà l'amore e la misericordia che avremo dimostrato, a prescindere dalla fede in Dio o nell'umanità? Se avremo aiutato la vedova, l'orfano o il carcerato, ci salverà l'averlo fatto per misericordia verso costoro o l'averlo fatto anche perchè Gesù ce l'ha comandato? Voglio dire: aiutare il prossimo come fa Gino Strada non conta nulla?

    Certo che mio fratello vive nella più totale lontananza dalla fede cattolica, ma intendevo dire che non va in Chiesa, non crede nella nostra morale sessuale e non santifica la festa come noi: ma le assicuro che non saprei cosa rimproverargli circa l'amore per il prossimo, la carità, la misericordia e il senso di giustizia.

    Non chi dice Signore Signore, è stato scritto: e lui non dice Signore Signore, ma la Sua parola cerca di metterla in pratica, anche se senza un fondamento di fede cattolica.

    In quanto sbattezzo, lui dice che l'ha fatto per una questione di coerenza: non essendo più cattolico, non vuole fare parte del numero dei cattolici. Voglio dire: lui dice che se in Italia ci fossero tanti sbattezzati quanti sono quelli che effettivamente sono lontani dalla Chiesa (per convinzione e non per comodità), questi "non cattolici" potrebbero esseree non finire nelle statistiche secondo le quali i cattolici in Italia sono, non so, il 90%: sarebbero di meno, con le ovvie conseguenze politiche e amministrative.

    Infine, mi perdoni, ma mi pare che il suo riferimento ai campi di concentramento e/o di rieducazione come conseguenza inevitabile di chi si allontana da Dio mi sembra offensivo: lui – e molte persone che frequenta – non avversano Dio, ma vivono facendo a meno di lui, senza criticare o offendere i credenti (non mi ha mai offeso o deriso o criticato per il mio cercare di vivere la fede in Cristo): semplicemente, lui, sua moglie e i loro tre figli mi pare vivano serenamente senza Dio e la sua Chiesa. Cioè, vivono come una famiglia normale, ma lontani dal Padre. Io è questo che non mi fa dormire (per modo di dire, ovviamente): come si può solo pensare che un Padre condanni un figlio solo perchè segue una sua strada, diversa da quella che il Padre spera e gli augura?

    Non scrivo queste righe solo per amore di mio fratello: è che il pensiero che possa esistere un inferno per quelli "diversi da noi" e che però nelle opere sono così simili a noi è una delle croci più difficili che porto.

    Grazie per avermi letto e risposto, non è facile trovare chi ha voglia di perdere tempo con i dubbi di uno come me, di fede a volte salda e a volte tremolante. Massimo

  16. “aiutare il prossimo come fa Gino Strada non conta nulla?”: sì e no.
    Sì, da una parte, perché in ogni caso si ratta di gesti che vanno in aiuto del prossimo. Ma anche no, dall’altra, in quanto se il sentimento che muove le azioni è mera filantropia l’anima non ne ricava un bel niente di positivo. Io posso elargire un’elemosina al barbone accovacciato per strada, e ciò è un bene <i>per il barbone</i>, ma affinché lo diventi <i>anche per me</i> conta anche il “come”, la disposizione del mio animo al momento dell’elemosina: se era solo per fare bella figura, o per non sentire più il lamento, o per altro egoisticamente parlando, allora sarebbe stato meglio non elargire niente e passare oltre.
     
    “la Sua parola cerca di metterla in pratica, anche se senza un fondamento di fede cattolica”: e ancora una volta non riesco a vedere il <i>come</i> possa fare; la Sua parola comprende anche il Padre Nostro: “Padre Nostro, <i>sia fatta la tua volontà</i>”, non quella che pare a noi anche se ci pare più giusta/bella.
     
    “sarebbero di meno, con le ovvie conseguenze politiche e amministrative”: le ovvie conseguenze ci sono anche oggi, senza anti bisogni di scomodare l’anagrafe. Uno può vivere la via insegnataci da Gesù, oppure no: la scelta è sua, ma le conseguenze sono ovviamente diverse.
     
    “come si può solo pensare che un Padre condanni un figlio solo perché segue una sua strada, diversa da quella che il Padre spera e gli augura?”: innanzitutto mi scuso, ma il commento di prima non voleva essere offensivo nei confronti di suo fratello, volevo solo far notare che la morale senza Dio presenta rischi di apocalittica portata. In quanto al resto, non dobbiamo dimenticare l’onniscienza divina ed il Disegno della Salvezza: il fine ultimo a cui tutto tende è la Seconda venuta di Cristo, con tutte le sue conseguenze ed il suo post; tuttavia, affinché ciò si realizzi, ognuno ha da fare la sua parte. Dio ci chiama a certe “vocazioni” (in senso lato, dal farsi prete allo svolgere con ardore una certa professione), noi possiamo assecondare la sua volontà ed essere così parte piena ed integrante del piano salvifico; oppure, in virtù del libero arbitrio, possiamo dire di no e gestirci la via come ci pare. In questo secondo caso, però, ci assumiamo l’intera ed inderogabile responsabilità di un “cambio di programma in assetto d’opera”: non è un peccato il non rispondere ad una vocazione, ma ciò non significa che ciò non abbia ripercussioni, anche pesanti, sul piano salvifico; il “fare di testa nostra”, anche se all’apparenza può sembrarci essere la via migliore e che porta più benefici, può tranquillamente essere in realtà quella che a lungo andare rende tutto peggiore, ed è proprio questo peggioramento generale, a cui abbiamo contribuito, che consiste nella nostra colpa.
    È vero d’altra parte che Dio può sempre perdonarci, si veda la parabola del figliol prodigo, ma è ancora più ovvio il fatto che sia meglio che non vi sia nulla da farsi perdonare. Mio padre può perdonarmi se, giocando a calcio con gli amici, sfondo il vetro della finestra; ma intanto il vetro è rotto e va ripagato, e i soldi andati nella riparazione non possono più essere usai per un giorno in più di vacanza la prossima estate, con conseguente calo del divertimento e con cose in meno da parte nostra di poter essere viste ed apprezzate… il tutto per colpa nostra.

  17. utente anonimo

    @ Lightswarrior

    "Se si fa elemosina solo per fare bella figura, o per non sentire più il lamento, o per altro egoisticamente parlando, allora sarebbe stato meglio non elargire niente e passare oltre".

    No, non è questo l'insegnamento di Gesù: a parte il fatto che si può fare elemosina anche perchè si sente che è l'unica cosa a nostra disposizione, in quel momento, noi non sappiamo il motivo per il quale il Buon Samaritano si ferma: sappiamo però che né il Levita né il sacerdote si fermano, mentre il Buon Samaritano sì. E Gesù ci spinge a fare come lui, anche se non sappiamo le motivazioni che l'hanno indotto ad aiutare l'uomo ferito.

    E anche per le opere di carità Gesù dice lo stesso.

    Poi, certo, è meglio aiutare per amore che per interesse: ma credo che mio fratello aiuti il prossimo (le volte che lo fa: mica è un ricco benefattore…) perchè gli sembra giusto dal punto di vista umano.

    Cioè: mi sembra che faccia quello che Gesù ci ha ordinato di fare. E di certo non ci ha detto di "passare oltre" finché la nostra intenzione non fosse diventata retta e pura.

    "[Se non accettiamo di] essere parte piena ed integrante del piano salvifico e, in virtù del libero arbitrio, diciamo di no e gestiamo la via come ci pare, ci assumiamo l’intera ed inderogabile responsabilità di un “cambio di programma in assetto d’opera”: il “fare di testa nostra” può essere quello che a lungo andare rende tutto peggiore, ed è proprio questo peggioramento generale, a cui abbiamo contribuito, che consiste nella nostra colpa."

    Mi perdonerà, ma leggo nelle sue parole un concezione davvero meccanicistica della volontà divina e della libertà umana. Ci sarebbe, cioè, un solo ed unico piano salvifico: chi lo segue fedelmente si salva; chi non lo segue rischia di dannarsi. Il che equivale a dire che non c'è libertà. Voglio dire: se l'obiettivo è scalare una montagna, quello che conta è arrivarci: che poi io salga dal versante est o da quello ovest; che ci metta due o tre giorni non conta – sempre che mi comporti secondo le regole dell'alpinismo, senza trucchi, imbrogli o scorrettezze.

    Che libertà, che libero arbitrio c'è, se per ottenere il premio (la vetta, il Paradiso…) posso e devo fare solo nel modo prescelto e stabilito per me? Magari è proprio dal "cambio di programma", che scopro una via migliore…

    E non è sempre chiara qual è la via da seguire. Di fronte alla vita che nasce so qual è la strada: proteggerla. Ma di fronte a 10.000 miliardi di possibili spese militari, che devo fare? Cos'è più giusto, comperare 100 bombardieri? O comperare 10 bombardieri e 10.000 trattori e pozzi d'acqua? Oppure 20 bombardieri e 2.000 asili e 300 case per anziani soli?

    Non so, credo che Dio ci voglia salvi, liberi e felici: ma credo che mentre Dio scrive nel cuore il desiderio, la via per la salvezza, per la libertà e per la felicità è lasciata alle mille, difficili e alle volte contraddittorie scelte dell'uomo.

    Cos'è giusto fare, nei confronti degli immigrati? Accoglierli tutti, accoglierli in parte, accoglierli solo per salvarli e rimandarli a casa, accogliere solo quelli che hanno un lavoro, accogliere solo quelli che vengono da paesi dittatoriali, solo quelli che vengono perchè hanno fame, non accogliere nessuno, accogliere solo quelli che vengono da Paesi culturalmente simili al nostro…? Non credo esista un piano immodificabile scritto da Dio: siamo noi che dobbiamo scegliere, avendo nel cuore e nella mente la Carità e la Misericordia.

    E infine, mi perdoni ancora, ma l'unico modo per essere sicuri che non si romperà un vetro giocando a calcio in strada (non tutti e non sempre possono andare al campo sportivo) è quello… di non giocare affatto: i bambini stanno imparando, non sanno trattare il pallone come Messi. Vuol forse dirmi che è meglio stare fermi, anziché muoversi e rischiare? Ma quella è la scelta dei tiepidi: e, come sa, è proprio ai tiepidi che sono riservati i posti più caldi dell'inferno.

    Con viva cordialità la ringrazio per le sue parole. Massimo.

  18. Se è per questo, sappiamo perfettamente perché Giuda voleva dare ai poveri l’unguento: i poveri li avremo bene o male sempre, se c’è una cosa che non manca a l’uomo è la miseria (materiale e morale) in cui può gettarsi, mentre Gesù? Che cosa stiamo facendo per lui? Come già detto: il filantropismo non basta proprio per niente all’animo di una persona.
     
    Ci sarebbe, cioè, un solo ed unico piano salvifico: chi lo segue fedelmente si salva; chi non lo segue rischia di dannarsi. Il che equivale a dire che non c'è libertà. –> no: equivale a dire che la liberà d’agire è radicale, carica di responsabilità. Suo fratello, per esempio, poteva evitare la pratica dello sbattezzo: l’averla scelta è portatrice di conseguenze a breve e lungo termine.
    Riguardo alla metafora della montagna, è facile ribattere che si può tranquillamente precipitare in un burrone se si svicola dai sentieri, alpinisti provetti o novelli che si sia.
     
    E non è sempre chiara qual è la via da seguire. –> proprio per questo esistono sia i ragionamenti che la preghiera, indispensabili premesse per una buona prassi. Suo fratello ha deliberatamente rinunciato al 50% del “preambolo”, è come costruire una casa montando solo metà delle fondamenta.
     
    Non l’ha capita la metafora sul calcio: non era un’esalazione dell’ignavia, bensì si concentrava sul danno persistente nonostante il perdono, operato tramite una nostra libera ma malvagia scelta. Un altro modo per non rompere la finestra è giocare con criterio e intelligentemente, seguendo la saggezza sportiva di chi ha ideato il regolamento, mentre volendo fare tutto da sé il danno è assicurato.

  19. utente anonimo

    @ Lightswarrior

    Mi perdoni, ma lei sta svicolando. Lei ha scritto che
    "Se si fa elemosina solo per fare bella figura, o per non sentire più il lamento, o per altro egoisticamente parlando, allora sarebbe stato meglio non elargire niente e passare oltre": questo, dal punto di vista del Vangelo, è falso: e la parabola del Buon Samaritano lo dimostra. Lei consiglia al soccorritore di "passare oltre" se egli è solamente un filantropo, come se la filantropia fosse troppo poco per aiutare il prossimo: ma se io fossi l'uomo sulla strada per Gerico, mi basterebbe incontrare un semplice filantropo.

    Cosa c'entri in tutto ciò Giuda non l'ho capito: si stava discutendo se la misericordia e la carità richiedano un animo cristianamente orientato o se siano praticabili anche da chi cristiano non è: e mi sembra davvero fuor di misura riservare ai soli cristiani la misericordia autentica, mentre quella di chi cristiano non è sarebbe sospetta, tanto da tirare in ballo, addirittura, Giuda. Mi sembra un po' troppo.

    Io sarò anche un cattolico che sbaglia, ma la sua sicumera mi spaventa: secondo lei la pratica dello sbattezzo "è portatrice di conseguenze a breve e lungo termine". Io mi rifiuto di minacciare il prossimo in questo modo, quasi che noi cattolici si sia gli unici destinati a salvarci, quasi che la potenza di Dio – che è ben più vasta della nostra fantasia – non possa prevedere altre strade per la salvezza eterna. Lei pensa che – un nome tra i tanti –  Etty Hillesum non sia nella gloria di Dio solo perchè non cattolica? Mi scusi, ma mi verrebbe da ricordarle il passo nel quale Gesù ricorda che le prostitute e i peccatori ci precederanno nel Regno dei Cieli.

    Perdoni la franchezza, ma lei ha dei problemi con le metafore. Certo, a seguire il sentiero segnato difficilmente si sbaglia: ma ogni progresso dell'umanità è merito di persone che hanno scelto un sentiero mai percorso prima. Da Colombo a Copernico a Fleming, la storia umana è fitta di camminatori solitari su sentieri sconosciuti.

    Lo stesso vale per la finestra rotta con una pallonata: ci si può attenere a tutte le regole del calcio, ma se si gioca in strada qualche finestra si può rompere, come ben sanno tutti quelli che sono cresciuti – come me, come era normale fino a 30-40 anni far – per strada. L'alternativa è stare a casa sul divano a guardare la TV. E poi, siamo franchi, se voleva fare un esempio di "malvagia scelta", come la chiama lei, avrebbe potuto scegliere un esempio in cui, di malvagio, non c'è proprio nulla – un bambino che gioca a pallone e rompe un vetro non è malvagio, è un bambino.

    Non so, mi sembra che non ci stiamo capendo. Io ribadisco che la sua sicumera mi spaventa, perchè non vedo tracce d'amore, di speranza e di misericordia: lei vede solo il destino (infernale) segnato per tutti quelli che scelgono diversamente da noi cattolici. Io non vedo nessun inferno spalancato davanti alle persone che, onestamente, si sforzano di seguire la propria coscienza, compiendo azioni che – almeno dall'esterno – assomigliano a quelle che Gesù ci comanda: il perdono, la fiducia, l'abbandono alla provvidenza, la carità. Tutte cose che producono frutti, che io vedo: e, non glielo devo certo ricordare io, è dai loro frutti, che li riconoscerete. Non dalle chiacchiere. La ringrazio, perdoni la franchezza, ma credo che il dialogo richieda anche toni un po' ruvidi (ma l'intenzione, le assicuro, è onesta, almeno per quanto me ne posso rendere conto). Massimo

  20. Non è affatto un po’ troppo: qual è il fine che spinge un non credente in Dio a fare del bene al proprio prossimo? Il senso di giustizia, il buonismo, il politicamente corretto, il Geist, la Mano Invisibile, la Ragione morale? In base a quali ragioni l’egoismo del singolo dovrebbe piegarsi di fronte ad esse? Gettare degli spiccioli al bisognoso di turno, senza minimente curarsi del perché lo si faccia, è semplicemente inaccettabile.
     
    Non è una minaccia, è molto peggio: si ratta di una constatazione. Chi vive come se Dio non esistesse ha ben poco di realmente positivo da offrire nella maggior parte dei casi.
    Stessa cosa per la signorina Hillesum: sembrerò brutale e disumano, ma il semplice fatto d’essere rimasta vittima del genocidio nazista non garantisce affatto che ella adesso sia parte della Gloria divina, cattolica o no che fosse.
    E, per inciso, peccatori e prostitute che smettano di essere tali, o che ci provino con tutti se stessi: la Maddalena non peccò più da quando venne salvata dalla lapidazione. Perseverare in una condotta peccaminosa e/o lassista, rimandando tutto all’amore di Dio che ci salverebbe in ogni caso, è semplice follia.
     
    Sentieri che si è scoperto solo dopo che portavano a sviluppi interessanti della situazione: per qual che ne sapevano i contemporanei, Colombo aveva fallito miseramente il progetto di raggiungere le indie. Chi ci assicura che questi camminatori solitari non se ne vadano per conto loro su una strada inutile o addirittura dannosa? Lei è disposto a gettare alle ortiche (perché questo è stato fatto) la sua fede, come ha fatto suo fratello, per seguirlo?
     
    “un bambino che gioca a pallone e rompe un vetro non è malvagio, è un bambino.” –> mai stato nelle banlieue, le cittadine periferiche, d’intorno Parigi?
     
    La sicumera non c’entra un bel niente: dai frutti li riconosceremo, ma tra essi è altamente improbabile trovare chi vive senza Dio, visto che anche chi vive di chiacchiere nel dire di seguirlo provoca solo pena, pietà e compassione. E, come già detto, il vivere senza Dio non aiuta di certo, ma proprio per niente, a guadagnarsi la salvazione.

  21. Massimo, io non so com'è suo fratello. Posso dire una cosa: ho conosciuto e conosco tanta gente che si sforza di essere "buona" senza essere cattolica.
    Però le giuro che non ne ho mai conosciuta una felice. Danno, si affannano, si arrabattano. Cercano con le loro forze di capire cos'è bene, e spesso sbagliano clamorosamente bersaglio, e si ritrovano a fare il male perché vogliono fare da sè; e sono tristi perché niente di quello che fanno basta; e sono incazzate  con questo e con quello, e spesso finiscono con l'odiare questo e quello, di un odio feroce…perché, mi spiace per loro, ma non hanno Cristo.
    Ne ho conosciute tante, le dico. E ho visto come anche la più grande generosità si corrompe, perché siamo fatti così.
    Io credo che sicuramente verremo vagliati per le nostre opere. E le nostre opere possono essere buone anche se non siamo stati cattolici, e pessime se lo siamo stati. Dante ficca nell'inferno anche alcuni papi.
    Ma la Chiesa non esiste per trasmettere un messaggio, esiste per realizzare una Presenza. Senza quella presenza il nostro tentativo umano fallisce: l'ho visto troppe volte. Possiamo sperare, e pregare che quanti ora sono lontani lo capiscano, e si riconciliino. Il Padre ha accolto il figliol prodigo, no?
    Non è questione di essere buoni, o generosi, ma di quanto si ama. 

  22. che interessante…
    "grazie jahweh per non avermi fatto peccatore come il fratello di massimo…"

  23. utente anonimo

    @ Lightswarrior

    La sicumera, a mio parere, c'entra, e c'entra sempre di più: ma chi è, lei, per criticare, giudicare e condannare le ragioni che spingono un non credente in Dio a fare del bene al proprio prossimo? E perchè dovrebbero essere ragioni inferiori alle nostre? Perchè guardiamo con disprezzo i frutti altrui, solo perchè sono stati prodotti diversamente dai nostri? Quale presunzione la autorizza a pensare che chi non crede in Dio si limiti a gettare degli spiccioli al bisognoso di turno, senza minimente curarsi del perché lo si faccia? Sono tutti avidi calcolatori o informi buonisti, quelli che non sono come noi? La sua non è più sicumera, è disprezzo verso di chi è diverso da lei.

    E alla sicumera si accompagna l'ignoranza: si vede che lei non ha mai letto una pagine di Etty Hillesum, altrimenti saprebbe che la sua grandezza non sta nell'essere stata vittima della Shoah (che è assolutamente secondario), ma nella sua straordinaria vita spirituale, della quale i suoi diari risplendono da ben prima dell'Olocausto.

    "Il vivere senza Dio non aiuta di certo, ma proprio per niente, a guadagnarsi la salvazione", lei scrive: ma come la mettiamo con i miliardi di persone che, prima della venuta di Cristo, hanno fatto del bene non sapendo nulla del vero Dio? E come la mettiamo con i miliardi di persone, che – dopo la venuta del Figlio di Dio – pur non vendo avuto la possibilità di conoscerLo (pensa all'Asia, all'Africa, all'Oceania…), hanno fatto del bene e si sono comportati in maniera retta?

    "Chi vive come se Dio non esistesse ha ben poco di realmente positivo da offrire nella maggior parte dei casi": è proprio questa sua ossessione a voler leggere nel cuore altrui e a decidere che la giustizia e la misericordia di chi vive senza Dio (o senza la Chiesa) siano inferiori e indegni, che mi inquieta: perchè ciò significa disprezzare i fratelli in nome della Legge. Un po' coma la preghiera per i perfidi giudei: persone da compatire e da convertire, quasi che il buon Dio guardasse solo alla "carta di identità", per pronunciare il suo giudizio. Io credo che guarderà sì alle opere, ma anche al cuore, alle intenzioni e alla coscienza: tutti luoghi, egregio signore, ai quali nessuno – se non Dio stesso – ha accesso.

    "Perseverare in una condotta peccaminosa e/o lassista, rimandando tutto all’amore di Dio che ci salverebbe in ogni caso, è semplice follia": questo è ovvio. Ma perchè mai chi vive senza Dio dovrebbe necessariamente condurre una vita peccaminosa e lassista non lo capisco: conosco molte persone "senza Dio" che conducono vite per nulla peccaminose e lassiste. Che Dio Padre abbia per loro riservato l'inferno ripugna alla mia coscienza.

    Andranno all'Inferno i sacerdoti Maya che, non conoscendo Dio Padre senza colpa, hanno scannato migliaia di persone (in una società in cui il sacrificio umano era legge naturale)? Mi perdoni, ma non riesco a crederlo. Non sono cattolico abbastanza? E' possibile: ma la coscienza è un osso duro, che finora nessuno è riuscito a convincere del contrario.
    Massimo

  24. utente anonimo

    @ berlic

    Conosco mio fratello, e conosco altre persone: come tutti noi, danno, si affannano, si arrabattano, cercano con le loro forze di capire cos'è bene, e spesso sbagliano clamorosamente bersaglio, e a volte si ritrovano a fare il male perché vogliono fare da sè – o meglio, cercando nella propria coscienza quello che è bene e quello che è male. Ma non mi sembrano tristi, anche se sanno che niente di quello che fanno basta; e se alle volte sono incazzate  con questo e con quello, non mi sembrano odiare questo e quello, di un odio feroce.

    Sono inevitabilmente "cristiani" perchè vivono in un luogo e una cultura cristiani da millenni: e si sforzano di mettere in pratica una giustizia e una carità che vive "naturaliter" in loro.

    Solo che – da quello che ho capito parlando con loro – non riescono a credere che sia indispensabile quello che per noi lo è, e cioè la mediazione della Chiesa: si ostinano a coltivare la loro spiritualità lontano dai nostri riti e dai nostri Sacramenti.

    "Non è questione di essere buoni, o generosi, ma di quanto si ama": è vero, non c'è altro, sull'amore saremo giudicati. Ma se è vero, noi non possiamo dire nulla, perchè non possiamo giudicare l'amore: non ci riusciamo nemmeno col nostro, figuriamoci con quello dei nostri fratelli. Ma se noi continuiamo a ritenere che solo la nostra, è la via giusta per la salvezza, non vedremo mai nel volto dell'altro un fratello: vedremo qualcuno che sbaglia, qualcuno diverso da noi, da correggere, da indicare come peccatore – e l'intervento di Orsopio ("grazie jahweh per non avermi fatto peccatore come il fratello di massimo…") lo dimostra con un'evidenza accecante (a meno che non si tratti di una raffinata ironia, ma tendo ad escluderlo).

    Vediamo di fronte a noi solo un peccatore, un errante, uno destinato alla perdizione: quando invece dovrebbe essere solo un fratello, uno che cerca – nella libertà che il Pader ci ha regalato – la sua strada per essere felice, giusto e sereno.

    E' Gesù che risponde con chiarezza a Orsopio:

    "Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato."

    Grazie. Massimo

  25. Non è disprezzo, è -ribadisco per l'ennesima volta- semplice constatazione: vivere senza Dio è di per sé un pessimo punto di partenza per ricercare la salvazione. Può liberamente continuare a non credermi, ma ciò non cambia il dato di fatto: Dio può liberamente decidere di salvare anche chi non crede in Lui, in virtù del persono e dell'Amore, ma è pura e semplice logica elementare il fatto che voltargli le spalle non sia proprio per niente il passo migliore verso ciò.

    No, non l'ho mai letta, ma continuo a non vedere in che modo ciò possa averla automaticamente portata alla salvazione.

    "Andranno all'Inferno i sacerdoti Maya che, non conoscendo Dio Padre senza colpa, hanno scannato migliaia di persone (in una società in cui il sacrificio umano era legge naturale)?" –> estremamente probabile, da quel che ne sappiamo noi: converrà che uccidere una persona non è cosa buona e giusta.

    E buon per me che non ho accesso ai pensieri ed al cuore degli altri: basta perfettamente l'esterno a deprimermi all'ennesima potenza.

  26. utente anonimo

    Cosa aggiunge il cattolicesimo – "l'avere Cristo", per usare l'espressione di Berlicche – che permette di fare il bene e non il male, che fa sì che la generosità non si corrompa? E' semplicemente la conoscenza dell'esempio di Cristo, come si trova nei Vangeli? E' l'obbedienza ai precetti del Magistero? Oppure è un venire incontro di Dio? E in questo caso, perché Dio non assisterebbe anche chi non crede?

    Amedeo

  27. "E' Gesù che risponde con chiarezza a Orsopio:

    "Due uomini salirono al tempio a pregare:…"
    m'hanno scoperto… non solo per pastafariano, ma anche per plagiario!

    che vergogna – ramen

  28. e… per troll, magari…?

  29. utente anonimo

    @ Lightswarrior

    Se "uccidere una persona non è cosa buona e giusta", allora andranno all'inferno tutti i membri dei governi italiani che hanno appoggiato (e partecipato al) le guerre in Irak e in Afghanistan, che hanno provocato decine di migliata di morti innocenti; e qualche responsabilità ce l'avranno anche chi quei governi hanno sostenuto e votato. E che dire dello Stato della Chiesa, dove la pena di morte è stata applicata fino al 1870? E per gli Stati Uniti ci vorrà un sacco di posto all'inferno: per non parlare di quanto avvenuto in terre cristianissime come Cile, Guatemala e Argentina, dove si sono fino a ieri consumati veri e propri genocidi.

    Per il resto, scusami – ti do del tu, vedo che ho il doppio dei tuoi anni – ma non posso che ripetere quanto mi inquieti la tua alterigia e la tua certezza priva di dubbi: la fede non è, come tu insisti a ripetere, un dato di fatto, una logica elementare, una semplice constatazione: la fede è un rischio, nè più nè meno come la scelta opposta. La fede è avere fiducia – e la fiducia non riposta sulla certezza matematica, ma sul credere quia absurdum.

    Certo, ci sono tante fedi quanti sono gli uomini: mi perdonarai, spero, se "preferisco" la fede di Bernanos alla tua, così sicura di sè e del prossimo – un prossimo ridotto a macchietta laicista, per di più.

    Non mi vanterei troppo per non aver Letto Etty Hillesum: l'ignoranza – per quanto il mondo l'abbia eletta a valore assoluto – ci isola nella nostra autoreferenzialità. E per un cristiano, affrontare il prossimo con il sorrisino sufficiente e superbo di chi crede di conoscere la verità e il cuore altrui, lasciatelo dire, non è certo il miglior modp per comunicare con un fratello. Sempre che l'altro sia ancora un fratello, e non – come mi pare di percepire dalle tue parole – un poveraccio da compatire, un ignorante da istruire o un nemico da combattere.

    Con infinito dolore, Massimo.

  30. utente anonimo

    @ Amedeo

    Mi pare tu abbia colto il punto del mio rovello: che cosa "permette di fare il bene e non il male, che fa sì che la generosità non si corrompa?"

    E' solo la fede nella Chiesa di Gesù o ci può anche essere altro? C'è un'unica strada, un'unica Chiesa, un'unica fede, che trasformano l'agire umano in agire divino, o sono dati anche altri percorsi?

    Perchè è qui, e non altrove, l'essenza della libertà umana e della misericordia di Dio.

    Grazie. Massimo

    PS: per Orsopio: uh, abbiamo l'appuntato Orsopio, della psicopolizia di Berlicche. Ti manca solo un bel "Dogumenda, brego!" e poi la parte è tua. Ti faranno commissario, se continui così.

  31. utente anonimo

    @ Orsopio

    Certo che per te la vita è facile: "Urca, un troll!", e giù la mannaia. Ti risparmia la fatica del pensiero, certo. Come per i talenti, hai i neuroni contati, vedi di non sprecarli.
    Massimo

  32. Niente flame. "Orsopio della psicopolizia di Berlicche" direi che, sapendo chi è Orsopio, mi fa scompisciare dalle risate. Mi dispiace, Orsopio, ma con gli interventi scarponi che hai fatto è il minimo. Cerca di avere rispetto, o non otterrai rispetto. Massimo un troll? Può darsi, non so dire, ma pone comunque questioni serie, e alle questioni serie va risposto con serietà.
    I prossimi interventi "fallosi" saranno cancellati.

    Massimo, se ne conosci di non tristi, presentameli, perché io non li trovo. Quando sono allegri lo sono perché non ci stanno pensando; rimuovono il peso della vita. Ma di fronte al male e alle difficoltà vedo solo rabbia, negazione e frustrazione.
    Non riescono a credere alla Chiesa? Accade, spesso anche perché non sanno niente di cosa sia la Chiesa. Scommetto che i due terzi dei miei abituali "infestatori" veramente non lo sa. Spesso si disprezza ciò che non si conosce. E con questo non voglio neanche dire che sia tutta colpa loro.

    Non è neanche vero che "non potremo dire nulla" se è amore. L'amore si vede. Ho ben presente certi volti. Se non si vede, probabilmente non è amore.
    Non è neanche giusto dire che che se "solo la nostra, è la via giusta per la salvezza, non vedremo mai nel volto dell'altro un fratello: vedremo qualcuno che sbaglia, qualcuno diverso da noi, da correggere, da indicare come peccatore".
    Sapere la via giusta non ci deve inorgoglire, perché non è la "nostra" via giusta, ma la via giusta che ci è stata indicata, e che noi stessi spesso lasciamo. Peccatori lo siamo tutti, e nel nostro occhio abbiamo travi ben grosse.
    Se non fossimo sicuri che la via fosse giusta, come potremmo indicarla a qualcuno?  Se tuo fratello ti dicesse "ho trovato la mia via, è quella della religione Maya, per cui adesso vado a cavare un po' di cuori", che diresti? "non so se la tua via è quella giusta, quindi vai pure e attento a non tagliarti"?
    Sul peccato, giusto per sgombrare qualche equivoco, ti invito a leggere questo

    Amedeo, la risposta alla domanda è quella che la Chiesa chiama "Grazia". Cristo non è venuto a portarci un esempio; non è venuto a dettarci dei precetti o una morale. E' venuto a donarci Lui stesso.
    Ti faccio un esempio. Se qualcuno ti dice "Alzati alle sei di mattina e sposta questi pezzi di ferro da trenta chili per quattro chilometri, naturalmente senza paga" tu dici "Aho, siamo matti?"
    Ma se quel qualcuno è la donna che ami lo fai senza protestare, perché la ami e di lei ti fidi, hai fede in lei, e sai che se te lo chiede una ragione c'è. Quella cosa assurda diventa ragionevole.
    Ed è precisamente quello il motivo per cui essere cristiano conviene, essere nella Chiesa conviene. Perché c'è la presenza corporale di chi ami e ti ama, ti ama fino a morirne.

  33. il commento 28 è il seguito del 27. nessunoè stato accusato di trollaggine (trollità? trollismo?). mi chiedevo se il troll fossi per caso io.

    quanto agli interventi scarponi, mah… non ho fatto che citare il vostro Statuto quasi alla lettera… o, senza la bibliografia, è sconosciuto persino QUI?

  34. utente anonimo

    Berlic: semplificando un po' brutalmente, si può dire quindi che l'amore per Cristo favorisce la pratica proposta dalla dottrina?

    Amedeo

  35. No. Il cristianesimo non è un manuale e non è una dottrina. Il cristianesimo è un incontro, è qualcosa che accade.
    La tua domanda è equivalente a "E' vero che amare la propria donna favorisce la scelta della tappezzeria della casa?"
    Può anche darsi, ma per la propria vita cos'è veramente importante?

  36. utente anonimo

    Allora ho frainteso cosa intendevi dire con la metafora della donna che ami che ti chiede "Alzati alle sei di mattina e sposta questi pezzi di ferro da trenta chili per quattro chilometri, naturalmente senza paga"…

    Amedeo

  37. Cerco di spiegarmi meglio. "favorisce la pratica proposta dalla dottrina" porta l'accento sul fatto che ci debba essere una pratica che una dottrina propone.
    Ma la dottrina non è che un cristallizzarsi della verità, di cui si rischia di smarrire la fonte. "Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne" diceva Mounier. Non un prontuario da seguire, come se si potesse ottenere la salvezza, si potesse essere felici seguendo bovinamente una lista di cose da fare.
    "Questo è l’orrendo e occulto veleno del vostro errore: che pretendiate di far consistere la grazia di Cristo nel suo esempio e non nel dono della sua persona” diceva S.Agostino ai pelagiani che sostenevano giusto questo.
    Quando ami una persona, vedi tutte le cose alla luce di questo amore. Davanti ad una scelta non vai a leggere il manuale, ma usi della tua libertà proprio partendo da quell'amore. Se una scelta ti appare conveniente ma sai che arrecherebbe dolore a "lei", non scegli quello. Ti spingi un poco oltre i tuoi limiti; cambi quella brutta abitudine perché vuoi essere degno di lei.
    La pratica è l'uso della libertà. La libertà è aderire alla verità. Te lo può anche dire una dottrina cosa devi fare, ma se non nasce dalla carne, se non nasce dall'amore per quella verità non ha nessun senso. 

  38. utente anonimo

    Ma in ogni caso stiamo sempre parlando di fare delle cose, no?, per amore di Cristo, certo, non perché stanno scritte da qualche parte – anche se poi in effetti sono anche scritte da qualche parte.

    Amedeo

  39. Ancora una volta, non è il fare. Se no il disabile, l'anziano, che fare non possono, dove finirebbero?

    Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi Amore, sarei come il bronzo che risuona o il cimbalo che tintinna.
    E se anche avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza; se anche possedessi una fede così grande da trasportare le montagne, ma non avessi Amore, io non sarei nulla.
    E se anche distribuissi tutti i miei averi ai poveri e offrissi il mio corpo perché fosse bruciato, ma non avessi Amore, niente di tutto ciò mi gioverebbe.

    (Prima lettera ai Corinzi, Cap.13)

  40. utente anonimo

    Caro Berlic,

    non lo so: se mia moglie mi dicesse "Alzati alle sei di mattina e sposta questi pezzi di ferro da trenta chili per quattro chilometri, naturalmente senza paga", le chiederei perchè. E se mi rispondesse "Fallo e fìdati", forse lo farei una volta, ma non la seconda. E se mi desse una risposta che non condivido, chiamerei una ditta di facchinaggio, perchè non voglio prendermi l'ernia.

    E a me pare di amare mia moglie.

    Che poi tu veda tanti "senzadio" infelici e incazzati, è fuori discussione: ma non credo lo siano perchè vogliono vivere come se Dio non ci fosse. Semplicemente, molto più semplicemente, vivono secondo i dettami di questa società a consumismo compulsivo, riflettono poco, leggono poco, si interrogano poco. Vivono come animali, guidati solo da un desiderio che la società dei consumi nutre e agevola, perchè la nostra economia si fonda sulla soddisfazione di ogni desiderio. E' il sistema economico, ad essere ateo: chi è contento di sé e della sua condizione, chi è sereno anche senza SUV e telefonino di ottava generazione, non è un buon consumatore. E senza buoni consumatori la civiltà occidentale va a rotoli. Non pensare che gli infelici siano tutte persone che – consapevolmente, dopo lunghe riflessioni – hanno scelto di vivere senza Dio: sono solo persone che fanno parte del branco, un branco che il potere economico (e pure quello politico, in secondissima battuta) vuole ridotto a gregge desiderante e consumante.

    Per quanto riguarda il peccato originale, da molro molto prima che Mancuso – l'orribile Mancuso, l'eretico diabolico – lo scrivesse, io penso che il peccato originale sia una specie di provvida sventura. Ciò che ci distingue dagli animali è la libertà, la percezione della morte e il senso morale, cioè la distinzione tra il bene e il male: ed è solo grazie al peccato originale che abbiamo acquisito coscienza di noi, della morte e del male. Nell'Eden nulla sapevamo:  vivevano nudi e ignari della morte. Come gli animali, appunto.

    Sempre più mi convinco che avesse ragione Sant'Agostino:
    "Quia de deo scire non possumus quid sit, sed quid non sit, non possumus considerare de deo, quomodo sit sed quomodo non sit."

    Sempre di più credo che bisogna vivere come Gesù ci ha insegnato: 

     Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?  Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena

    Il resto viene da sé, tutto il resto. E tutto il resto sono chiacchiere inutili. Consapevolezza e fiducia, non c'è davvero altro.

    La felicità e la serenità, per quel poco o tanto che ci è concesso di viverle, stanno solo nella consapevolezza di sentirci al nostro posto nel mondo, sia fatto di gioia, di dolore, di malattia…

    E' per questo che preferisco la messa in latino: non capisco niente, ma "sento" tutto. Chi mi vuole spiegare le "cose di Dio", oramai non lo ascolto neanche più. Eresia? Può darsi, ma accetterò il rischio. MIca siamo liberi per niente.

    Ciao. Massimo

  41. Massimo,
     "semplicemente, vivono secondo i dettami di questa società a consumismo compulsivo, riflettono poco, leggono poco, si interrogano poco". Vuoi forse dire che se non fossero in una "società dei consumi" sarebbero felici? In un diverso sistema economico non ci attende che la gioia?
    No, mi dispiace. Così sostenevano certuni che sostenevano di potere creare il paradiso in terra e hanno creato l'inferno. Un pugno di uomini su un'isola, senza sistema economico dietro, riusciranno comunque ad essere infelici, senza Dio. 
    Quelle che tu descrivi sono le conseguenze, non le cause. Il male non è nel sistema economico, è dentro di noi.  
    Ed è appunto il peccato originale, che NON E' la conoscenza del bene e del male, o il libero arbitrio, ma il credersi déi. Si era ignari della morte perché si era ignari del peccato, non perché si era animali. Quello che ci distingue dagli animali è la consapevolezza di qualcosa di più grande per cui vivere.
    Consapevolezza e fiducia: ma fiducia in chi? In uomini? No, in Dio, e Dio presente qui e ora, nella sua Chiesa pur fatta di uomini.
    Perché quale maggior orgoglio di credere di avere la perfetta consapevolezza, di essere a se stessi bastanti?

  42. utente anonimo

    Berlic,

    ma ci mancherebbe altro che pensassi un'idiozia del genere: è ovvio – ma mi vergogno a doverlo specificare – che non è cambiando sistema economico che cambia il cuore degli uomini. Quello che intendevo è che certamente questa società, fondata sul consumismo compulsivo, non solo è finalizzata a soddisfare ogni nostro desiderio, purchè quel soddisfacimento sia monetizzabile, ma addirittura inventa nuovi desideri e li impone ai consumatori. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l'economia attuale sa che il problema non è la produzione (problema sìrisolto con la delocalizzazione e l'automazione), ma è il consumo: come farta consumare una produzione sempre crescente.
    E' ovvio che una società che sussiste solo se i consumi crescono (ci sono 1,3 miliardi di cinesi che producono di tutto: se non compriamo i loro prodotti, chi li tiene? Le motovedette di Calderoli?) non è una società che favorisce l'introspezione, la modestia, il sapersi accontentare…
    Tutto qui.
    Ovvio che il cambiamento vero avviene solo all'interno di noi: ma è anche ovvio che una società materialistica e atea come la nostra non "aiuta".

    Sul peccato originale: se non fosse stato commesso il peccato originale saremmo rimasti per sempre nel Paradiso terrestre, nudi, dotati della scienza infusa e immortali. Non credo sia una prospettiva piacevole. Non è solo il fatto che perchè Cristo ci potesse redimere, doveva avvenire il peccato; ma se siamo uomini morali – cioè se cerchiamo di distinguere il bene dal male – lo dobbiamo solo al peccato originale. Nel quale, comunque, faccio fatica a credere, anche perchè è inumano essere colpevoli di un fatto che non si ha personalmente commesso. La Chiesa non è ancora sicura su che fine facciano i bimbi non battezzati, e se il Limbo esista o no: ora, pensare che un Padre possa escludere dal Paradiso dei bambini solo perchè, senza loro colpa, hanno un peccato originale, mi pare una follia. Quindi qui la mia fede vacilla.

    La più forte sensazione di fiducia e di serenità l'ho provata sentendomi in armonia con il mondo, con il destino e con la mia vita: difficile da spiegare, come è difficile da spiegare l'amore. Come posso dirlo? Accetto il mio posto nel mondo, accetto il mio essere finito e transeunte, mi sembra di mettere a frutto il talento che ho: questa è la fiducia, questo è il senso di benessere che provo, questa è la tranquillità che vivo. Che spesso ha fatto a meno della mediazione della Chiesa – è una questione tra me e quel senso di assoluto, qualunque cosa sia, che mi abita. Massimo

  43. Massimo,
    Il peccato originale ci ha fatto non uomini morali, ma uomini immorali. Come ho già specificato proprio nel post su questo tema (http://berlicche.splinder.com/post/25507932/esperimento-originale) il punto non è quello che conosci, ma la scelta che ti si pone.
    Non sarebbe poi stato tanto male girare nudi, cioè senza malizia, in un mondo fatto per noi.
    Un mondo dove non ci sia menzogna, dove non ci si mette su maschere per ingannare, dove il proprio nome – ciò che siamo – è certo.
    Solo se sai chi sei puoi essere tranquillo. Il bambino è tranquillo quando sta nell'abbraccio della madre. Non ti puoi inventare una madre, così come ogni tentativo di inganno, o autoinganno, su chi si è veramente è destinato al fallimento. C'è sempre un particolare che ti svela per quello che sei, agli altri o a te stesso.
    Pensare di riuscire a fare senza Dio, o senza Chiesa, è una illusione di breve durata. Dura il tempo di rendersi conto che non bastiamo a noi stessi. E se non ce ne accorgiamo è peggio. 

  44. utente anonimo

    Berlic,

    non ci capiamo sull'italiano, pure. L'uomo morale non è quello che si comporta secondo la morale (quale, poi: la morale epicurea? La morale stoica?), ma è l'uomo capace di scelte morali, capace cioè – tra due percorsi logicamente e fisicamente possibili – di scegliere quello che porta al bene, o al male minore. L'uomo morale è l'uomo che è in grado di comportarsi diversamente da quello che la natura (la cupidigia, la brama, la volontà di potere…) gli suggerisce.

    Ed è quello che l'uomo ha acquisito nel Paradiso terrestre, infrangendo il comando di Dio. Se non l'avesse fatto, sarebbe rimasto com'era: un essere incapace di peccare perchè privo della conoscenza del bene e del male. Ti pare un'ipotesi piacevole? Un mondo nel quale non si può peccare perchè mancano le basi stesse della possibilità di peccare, cioè la cognizione del bene e del male.

    Siamo uomini grazie a quella provvida sventura.

    Che poi l'uomo sia immorale grazie al peccato originale, non mi pare accettabile: cioè non mi pare che gli uomini, in virtù del peccato originale, siano necessariamente condannati all'immoralità. Non mi pare si possano definire uomini immorali Marco Aurelio, Socrate, il Buddha o Platone: eppure sono vissuti con il peccato originale, senza nulla sapere di Gesù o della Sua Chiesa. Erano uomini, con i loro errori e le loro debolezze: ma non li definirei – sapendo quello che si sa delle loro vite e delle loro opere – uomini immorali. Erano uomini capaci di scegliere tra il bene e il male, e si può dire che – prevalentemente – fossero orientati al bene.

    Io so chi sono: lo so chiaramente. E non ho bisogno dell'abbraccio della mamma, perchè nella vita c'è un tempo per essere bambini e un tempo per essere adulti. Certo, la tenerezza dell'abbraccio di mia madre mi scioglie il cuore e mi muove alle lacrime, ma so camminare da solo nel mondo e so qual è il mio posto. Il fallimento è possibile, come per tutti, ma io confido che, alla fine della vita, potrò guardare con serenità al presente e al passato.  Presunzione? La stessa di chi crede che, tra le braccia della Chiesa, pensa di sapere chi è.

    Massimo.

  45. Massimo,
    l'uomo che ha il peccato originale è quello che è "homo homini lupus", e non è capace di prescindere da questa sua natura. In questo senso immorale. Perché non esiste uomo, e se c'è portamelo davanti ed indicamelo, che riesce a vivere sempre in modo virtuoso. Nessuno di quelli che hai indicato, che noto essere vissuti tutti un paio di millenni fa, al riparo da intercettazioni telefoniche o biografie scomode.
    In altre parole: il pensare di riuscire da sé è una manica di stronzate, e porta alla disperazione più nera quando ci si accorge che non è possibile.
    La tua definizione di peccato originale, poi, è errata. Se fosse corretta Adamo ed Eva non avrebbero potuto neanche pensare di mangiare del frutto proibito. Il peccato consiste invece nello sceglierela strada sbagliata; come ho già detto, il volere essere come Dio. Che ha come conseguenza tutto il male che anche tu elencavi. E di cui, francamente, mi piacerebbe proprio fare a meno.

    Se tu sai chi sei, bene, io non lo so. Tu sei Massimo? O sei "Norberto da Fiesole", che condivide il tuo stesso IP ma con un tono ben diverso? O ancora qualcun altro, di cui so bene il nome? Sei quello che disprezza la Chiesa di certi commenti o quello che l'apprezza di altri? Io non so chi tu presuma di essere. Sicuramente uno che pensa di potere fare da sé, e questo è l'inganno originale, l'inganno più grande.

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