150: Fare gli italiani

Ma l'Italia, da chi è fatta? Chi sono gli italiani? Cosa li unisce?
La lingua, dirà qualcuno. Ma centocinquant'anni fa questa lingua non è che fosse così chiara. La maggior parte degli italiani parlava solo dialetto. Re compreso. E alcuni di questi dialetti sono lontani dall'italiano come e più di altri linguaggi, sono lingue vere e proprie.
E neanche era vero che l'Italia gemesse sotto tallone straniero. A parte il lombardo-veneto, i sovrani delle altre terre erano tutti italianissimi, anche più dei Savoia. Se vogliamo dirla tutta anche il tallone degli Asburgo non è che fosse così oppressivo. Come, ad esempio in Veneto, hanno dovuto poi constatare le popolazioni.
Non discutiamo poi su alcuni luoghi come Nizza – che, non dimentichiamolo, ha dato i natali a Garibaldi – Val d'Aosta, Corsica, Trentino, Istria la cui italianità è in bilico.
Italiano è solo quello al di sotto delle Alpi, più in su del Mediterrraneo? O esiste un qualcosa di più profondo, che non si può confondere con altro?

Perché qualcosa esiste, è chiaro. Ce l'abbiamo chiaro adesso come ce l'avevano chiaro nell'ottocento. A cui è stato appicicato qualcosa, ovvero che questo sentimento nazionale debba per forza esprimersi in uno stato-nazione univoco. Se esaminiamo lo svilupparsi dell'idea troviamo che è – ovviamente – strettamente connessa con i nazionalismi ed è molto più recente di quel sentimento patrio di cui sopra. Gli abitanti di Modena e Palermo si riconoscevano italiani anche senza un unico governo, dovunque esso stesso risiedesse.
E' facile far vedere, storiografia alla mano, che quest'idea di stato unico sia stata propagandata e imposta come solo possibile risultato storico da chi aveva tutto l'interesse a farlo – i Savoia, con l'aiuto di alcune nazioni europee a dire la verità più interessate a far fuori il Papa che ad un'Italia unita.
La dimostrazione spicciola di ciò è nella famosa frase "pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani" che il D'Azeglio scrisse. Quest'unità fu un'unità imposta, e il prezzo fu ed è altissimo.

Nel mondo attuale si tende di più alla divisione che all'unione. Le nazioni di un tempo si spezzano, gli indipendentismi prosperano. Forse varrebbe la pena ragionare su cosa possa tenere uniti ancora gli italiani, al di là di una retorica vuota; cosa convenga – e non solo in una prospettiva di egoismo spicciolo. Il problema si può vedere a qualsiasi livello: cosa ci costa stare in un'Europa che cerca di imporre un pensiero unico, ad esempio, quando questo pensiero non sia il nostro.
E mi domando se il problema non sia più alla radice: ovvero che non contino la bandiera e l'inno, espressioni parziali di un'identità, quanto il concetto di autorità, di governo, di stato di chi in una maniera o nell'altra è chiamato a governarci. Cosa unisca gli uomini e cosa li separi. Ancora una volta questione di persone, di libertà, di verità.


 Altri post della serie "150" e affini:
Ottocentoeuno: domande
Ottocentoedue: Massoni
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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 16 marzo 2011 su 150. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

  1. Da trentino, ti dirò che l'identità italiana del Trentino è indubbia. Altra cosa è il Sudtirolo (la cui non italianità era indubbia).
    Tra gli altri, hai citato due concetti: divisione e unione. Consideriamone anche altri: autonomia e solidarietà, ad esempio.
    Saluti

  2. xCerutti: utile, essenziale anche il messaggio del Papa che hai riportato nell'altro post.
    Sì, ho scritto trentino ma avrei dovuto dire "Alto Adige". Avendolo frequentato per anni lo conosco bene, e conosco bene (anche sulla mia pelle) la questione dell'italianità. Autonomia e solidarietà sono argomenti che già rientrano in un altro specifico: a me premeva porre l'accento sulla differenza tra una visione solo "politica", da cittadino o suddito, e la persona umana.
    Comunque tornerò sulla questione.

     

  3. utente anonimo

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Madamina%2C_il_catalogo_%C3%A8_questo#body

    Un post interessante sull'identità italiana.
    Secondo me qualsiasi "identità nazionale" è una convenzione. Cos'è che mi accomuna di più a uno sconosciuto nato a Ragusa o a Modena, rispetto a una persona ugualmente a me estranea nata a Tokyo o a Nairobi? Ma allo stesso tempo, cosa mi accomuna ai miei fratelli e ai miei genitori rispetto a un qualsiasi passante? O perchè devo provare un senso di affezione maggiore nei confronti del passante, o di un mio amico, rispetto a quella che provo per un cane, o una giraffa, o una pietra? A furia di razionalizzare si rischia di arrivare al nichilismo.

    La verità è che ci sentiamo "italiani" solo nella misura in cui ci identifichiamo con gli altri italiani più che con gli stranieri, ragion per cui i giornali vendono più copie se sotto a "Terremoto in Giappone" scrivono "Non si hanno ancora notizie di 30 connazionali".
    Sicuramente un'identità italiana predata il risorgimento, ed era "self evident" per pensatori come Machiavelli o Dante. L'unità di Italia era un'esigenza politica, più che una rinascita di fratellanza tra i diversi stati italiani, che erano già uniti a livello di elite; l'identità italiana a livello popolare a cominciato a sentirsi, credo, con la Prima Guerra Mondiale che unì forzatamente sardi, veneti, piemontesi, calabresi…

  4. utente anonimo

    Ricordiamoci che il Risorgimento non fu solo quello anticristiano dei Garbaldi e dei Cavour.

    Nell'anniversario della nostra Unità, si vada a rileggere Le mie prigioni, in cui il grande patriota (cattolico) Silvio Pellico per le sue idee è stato messo in prigione.
    bella riflessione.
    ciaoooooooooo
    luisa

  5. "Le mie prigioni" ce le ho in un libretto targato 1895, uscito – badate – dalle stamperie di Don Bosco. Il Risorgimento del Pellico – tra l'altro, anch'io ho visitato i suoi alloggi… –  è stato battuto da quello truffaldino ed anticattolico del Cavour. Non per niente gli ultimi anni Pellico si ritirò dalla politica.

    Grazie all'anonimo#4: articolo interessante (e commenti di livello!) anche se su alcune tesi non sono d'accordo.
    Cosa unisca gli italiani, cosa sia l'Italia, si può dire
    "una d'arme, una d'arme di lingua d' altare di memorie di sangue e di cor". In altre parole, una tradizione in cui, come fa notare il Papa, il cattolicesimo ha larga fetta. Anche se non come definito nell'analisi fatta dall'articolo di cui sopra. Non sono d'accordo che fossero uniti a livello di elite, tanto che sono proprio le elite a farsi la guerra; e l'identità nazionale fu costruita passo passo da una propaganda martellante – e chi ha letto "Cuore" sa cosa intendo.
    Sento un italiano più vicino di altri perché condividiamo pensieri e ricordi, tradizione appunto. Ma l'altro rimane sempre altro – estraneo – se non c'è qualcosa che fa superare questa divisioni in tribù sempre più piccole. Ovvero, se non c'è un cristianesmo a dirci che siamo tutti fratelli perché figli di un medesimo padre.
    In mancanza di questo, nazioni posticce prendono il sopravvento.

  6. utente anonimo

    Sentirmi italiano? Che vuol dire?
    Facciamo un esempio, In Giappone sta saltando la centrale nucleare, in tre prima ed ora il cinquanta si sono offerti volontari per andare a cercar di spegnerla,e si sono ben irraggiati,gli altri fin dall' inizio "si sono allontanati"!)
    Ora immaginate la scena fosse successa in Italia, chi sarebbe rimasto?
    Nell' improbabile caso qualcuno fosse rimasto, sarebba ora considerato una persona normale o un fesso?
    Gli Italiani considererebbero da imitare chi è rimasto?
    Incredibilmente, so che ci sono in Italia persone che sarebbero rimaste, ma sarebbero state in qualche modo riconosciute dagli italiani? Sarebbero stati generosi nelle eventuali pensioni per le vedove ed avrebbero fatto studiare i figli?
    Temo che in Italia sia impossibile vivere da uomini, figuriamoci da italiani!

  7. Anonimo #7, io credo che ci sarebbero persone che sarebbero rimaste. Come ci sono tante persone che rimangono dove nessuno andrebbe, a fianco di chi nessuno vuole.
    Un anno e mezzo fa pubblicai un post su un terremoto in Giappone. Saperlo, che un terremoto ancora peggiore di quello che veniva prospettato avrebbe colpito! Allora rilevavo che i giapponesi reagiscono come membri di una società, noi come persone. Ma la persona è tale in ogni circostanza, anche quando la società si sfalda.
    Tocca a me e a te vivere da uomini. Tocca a me e a te capire cosa vuol dire esserlo, ed essere esempio per gli altri. Ogni lamento è una scusa per non esserlo.

  8. utente anonimo

    Condivido in pieno, sottolineavo solo che non è certo quello l'ideale proclamato in Italia!
    In italia si esalta l'individuo, il furbo, soprattutto quando riesce a fregare i "fessi" di cui sopra….
    Cosa vuoi, eredità del mondo ellenico…

  9. E' l'ideale propagandato da qualcuno. Non certo da tutti. Sul fatto che sia un'eredità ellenica, non ne sono così sicuro…

  10. utente anonimo

    «In un’epoca di inganno universale, come la nostra, dire la verità viene fatto passare per un atto rivoluzionario»  
    (G. Orwell).
    Non su tutti i blog è gradito il discorso che smitizza il Risorgimento: una lode è dovuta all'onestà e al coraggio di  chi annuncia questa  necessaria"caduta degli dèi".
    Provate a leggere questa ottima serie di contributi, in particolare quelli di A. Pellicciari:
    http://www.sacrocapo.com/1/upload/il_risorgimento.pdf

    Why

  11. utente anonimo

    e poi  leggete ancora:
    "I risorgimentali, di ogni tempo, sono coloro che per primi hanno voluto dividere il paese. Basti pensare al termine che hanno imposto per definire, appunto, il loro processo di unificazione: Risorgimento. Un termine fortissimo, quasi religioso, dicotomico, che segna una cesura. Hanno detto, costoro, che prima di Garibaldi, Mazzini, Cavour, e Napoleone III, l’Italia era morta.
    ….
    Ecco, allora, come stanno le cose: ci sono più Italie
    ……..
    … Io ho la mia Italia, Rea e Prosperi la loro. Loro festeggiano perché sono nati il 17 marzo 1861, mentre per tanti altri l’Italia, benedetta e bellissima Italia! , esiste da oltre 20 secoli: 

    l’Italia cuore dell’Impero di Roma, ponte tra la cultura latina e quella greca, capitale della cultura cristiana, non solo nazionale, ma mondiale. L’Italia che avrebbe potuto venir unita in altro modo, e da persone ben più degne dei carbonari, dei Savoia, e degli avventurieri.
    L’Italia che ora amiamo così come è, anche se i Prosperi, i Rea e mille altri cercano sempre di tagliarne le radici, di delegittimarne la storia, di creare ghetti per i "non degni", di separare "secoli bui" e epoche, presunte, luminose."
    da:
    "Amo l'Italia",  di Francesco _Agnoli
    (articolo lucido, impietoso, appassionato, con la passione della Verità)
    ……..
    Why

  12. Non entro nel merito della discussione, se non per precisare che ovviamente la frase dello pseudo D'Azeglio è un consapevole falso storico (quello che Hobsbawn ha definito, in merito al caso alla storia delle Highlands, un esempio di "invenzione della tradizione"). La frase è stata 'inventata' da Ferdinando Martini all'indomani di Adua e consapevolmente attribuita a D'Azeglio per recuperare il senso della formazione dell'Italia bambina.
    Riporto a questo proposito un passo da uno dei moltissimi ottimi libri che hanno affrontato la storia dell'educazione di un'Italia bambina:
    !“Fare gli Italiani”: Fatta l'Italia bisogna fare gli Italiani": questa frase, spesso ripetuta come squillante imperativo pedagogico, non è stata mai pronunciata, n‚ scritta, come comunemente si ritiene, da Massimo d'Azeglio in epoca risorgimentale. È stata scaraventata nel gran calderone dei motti celebri patriottici, all'indomani della sconfitta di Adua (1896), dall'ex ministro della Pubblica Istruzione Ferdinando Martini nel governo Giolitti (deputato dal 1876, poi ministro delle Colonie nel I e nel II governo Salandra) con l'intento di ricucire una dolorosa ferita prodotta nel tessuto civile e sociale in una fase dell'età liberale venata da più di una tentazione autoritaria. " (Fare gli Italiani. Storia e cultura nell'Italia contemporanea, a cura di S. Soldani e G. Turi, Bologna, Il Mulino, 1993.

  13. Precisazione: l'autentica frase di D'Azeglio è quella che cito nel post. Ovviamente il D'Azeglio la diceva con un senso e un contesto diverso da quello della ben più famosa parafrasi successiva. Rimane il fatto che gli italiani non c'erano.

  14. Lo so bene, è la Prefazione dei Ricordi! Ma non avrebbe avuto il significato simbolico che ha avuto se non ci fosse stata la costruzione pedagogico-educativa di Martini…

  15. xPovna: D'accordissimo. La parafrasi è geniale nella sua forma; D'Azeglio era geniale nella sua analisi.

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