Ars III – I tuffatori

“Drawing is putting a line (a)round an idea.” –Henri Matisse

Ieri vi ho sottoposto una serie di immagini per cercare di definire meglio cosa sia, o non sia, l’arte.
Cominciamo col dire che cosa rappresentavano gli oggetti:
1
La Venere di Milo;
Copia in gesso della Venere di Milo
2
Foto di gruppo;
Una foto di Henry-Cartier Bresson
3
Testo di una spam mail;
Il lampo della bocca“, Ungaretti
4
Linee generate casualmente da un programma;
Leonardo da Vinci, “La scapigliata
5
Matthew Langley, The day the rain came down,  2012;
Piet Mondrian, Composition III with Red, Blue, and Yellow, oil on canvas,1935

E quindi cerchiamo di capire.
Sulla Venere di Milo, non ci sono dubbi, è arte. Ma anche la statuina rappresenta l’identico soggetto: quindi come mai non la percepiamo come arte? Voi potrete dire: perchè non è l’originale. Ma, attenzione, probabilmente neanche la statua “originale” è l’originale! Ci sono forti indizi che sia una copia di una statua preesistente, e comunque il medesimo soggetto lo troviamo identico da mille parti. Ma è il lavoro manuale di una persona che conosce molto bene il suo mestiere, con indubbio talento per la scultura, che ha richiesto tempo e fatica non indifferenti. L’altra è un calco fatto a macchina.

La foto di Cartier-Bresson coglie un attimo irripetibile; ma anche la foto di gruppo! E allora, perchè non la cogliamo come arte? Perchè la foto di Cartier Bresson appaga il nostro senso estetico, smuove quegli archetipi che tutti possediamo; e lo fa cogliendo l’immagine con perizia sopraffina, equilibrio, tecnica dove la foto di gruppo è spontanea, non meditata, improvvisata, scattata così come viene.

E così Ungaretti con il ritmo, la suggestione delle parole, dei concetti va ad una profondità che il testo a fronte non può lontanamente raggiungere.

Le linee casuali sono il risultato di un programma; possono anche essere piacevoli da guardare, ma non c’è stato sudore, nessun conscio volere scendere in profondità, solo un meccanicismo. Dove Leonardo ha usato del suo genio e della sua tecnica, faticosamente acquistata in anni di continuo allenamento, per darci un ritratto vivo.

Sull’ultima coppia, qualcuno le potrebbe etichettare entrambe come opere d’arte, o entrambe come porcherie. Il fatto che una sia molto famosa, almeno come stile, può indurre a far propendere per la prima ipotesi. Ma non conoscendo Mondrian? E se fosse un imitatore? Attenzione, però. Nell’istante in cui Mondrian dipinge il suo quadro, è il 1930,  sta facendo qualcosa di totalmente nuovo. Non solo, ma provate a dipingere ad olio mantenendo linee così nette e di una sola tonalità. Dietro c’è una tecnica non indifferente. Abbiamo qui quindi il valore di una originalità e di una fatica pur associata al non figurativo.

Ora, mettete a confronto il vostro giudizio con questa definizione:
Arte è l’uso conscio del talento e dell’immaginazione creativa diretto alla produzione di oggetti estetici.

Ovvero: talento, capacità, mezzi, capacità di immaginare e innovare, cioè fatica e sacrificio, usati allo scopo di fare qualcosa di bello, di significativo.
Lo spirito dell’uomo che si tuffa nella sua profondità in cerca della propria fonte, del proprio significato. C’è chi sa tuffarsi più profondo: è un dono. Chi si allena per scendere un metro in più. E chi sciabatta in superficie, o se va dall’acqua perchè gli fa paura. Ma, nel profondo, il tesoro attende i coraggiosi.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 30 settembre 2008 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

  1. > Arte è l’uso conscio del talento e dell’immaginazione creativa diretto alla produzione di oggetti estetici.

    Da filosofo cacadubbi ti devo dire, per contratto, che la definizione che proponi sposta solo il problema (cioè: sposta il problema che tu hai posto e che molti considererebbero mal posto, cioè quello della bellezza, ma su questo – siccome concordo sostanzialmente con te – lascio i dubbi da parte). Ovvero: il problema è tutto in quell’aggettivo: “Estetici”. Che cosa qualifica un oggetto come “estetico”. Che cosa ci vedo per definirlo tale? Dove passa la linea di demarcazione tra l’oggetto estetico e quello no? Mi pare che siamo da capo.

  2. Eh-eh, dillo al signor Webster…però non sono del tutto d’accordo. Qui dà una definizione di arte che coinvolge 1-la capacità personale 2-il lavoro personale 3-l’estetica. Io direi “il Bello”, l’archetipo del Bello che confina con il Giusto e con il Vero. Ma, ritornando a tema, non si limita al punto 3 ma tira in ballo i primi due. E’ quello che ho cercato di fare con gli esempi di ieri. Cioè: non tutto quello che è bello è arte, ma ciò che è arte deve essere bello. Cosa sia per me il bello l’ho detto sopra e l’altro ieri; ma in ogni caso una cosa buttata lì, un oggetto qualunque non è arte perchè manca delle altre due caratteristiche.

  3. L’osservazione dell’1 comunque è pertinente.
    C’è anche un aspetto che mi sembra non abbastanza esaminato, ed è quello della “intenzione”.
    L’arte dovrebbe contraddistinguersi anche per una precisa intenzione volta alla “poiesis” (fare in vista della migliore riuscita di quella cosa), a differenza di intenzioni volte a “praxis” (fare in vista di uno scopo esterno all’oggetto).
    Questo produce due differenti tipi di oggetto: il primo, finalizzato a sè stesso in quanto oggetto di contemplazione; il secondo, strumentale, finalizzato ad un diverso scopo (quindi, generando appunto uno “strumento”).

  4. Spiego meglio, ho dovuto interrompermi.
    E’ anche possibile che determinati oggetti contengano anche finalità strumentali: ma possiamo ricondurre alla categoria dell’artistico nei casi di un intento anche “poietico”, che trascende la mera “praxis”.

    Usando due esempi che hai fatto: la foto di compleanno ha una finalità pratica. Documentare, testimoniare per il ricordo, gli amici il giorno del compleanno. Non contiene tuttavia alcuna “poiesis”. Non traspare una intenzione di trascendere – anche se sarebbe stato anche possibile – il piano meramente strumentale.
    La foto di Cartier Bresson, al contrario, ha una intenzione esclusivamente poietica. Testimonia, si, un evento x, particolare. Ma è pensato come oggetto di contemplazione in sè (dunque, è anche curato nell’escludere elementi non pertinenti a quella intenzione, ecc.)

    Poi, ci sarebbe da esaminare un aspetto tecnico, in particolare esaminando la prima, la quarta e la quinta coppia di esempi che hai fatto.
    Ed è quello del perchè certe configurazioni sono belle e altre no.
    C’entrano, senza dubbio, le misure, i pesi, in una parola le “proporzioni”. Ma è un altro lungo discorso.

  5. Ottima osservazione, Aragonbiz. E’ quel “diretto a” della definizione.
    E’ interessante come negando una qualsiasi parola della definizione stessa non si abbia più arte.

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