La bestia nel buio

Il buio non è solo mancanza di luce. I bambini lo sanno: dentro l’oscurità si nascondono cose.
Uno dei pezzi più belli del “Signore degli Anelli” di Tolkien,  il momento in cui il libro prende veramente il volo e diventa praticamente impossibile staccarsene, è il viaggio attraverso i cunicoli della città di Moria sotto le montagne. Dubito però che chi non ha mai trascorso qualche ora in una vera grotta o in una autentica miniera possa apprezzare appieno il claustrofobico terrore che ispira la consapevolezza di milioni di tonnellate di roccia attorno a sè e, soprattutto, la completa, totale, impenetrabile oscurità.
Nella nostra civiltà della luce abbiamo fatto di tutto per cancellare il buio interiore riempendo di luci lo spazio esteriore. Anche nelle notti coperte di nubi, anche all’interno delle nostre case l’oscurità più fitta non è nient’altro che una penombra più densa.

Niente a che vedere con il vero buio. Parecchi anni fa trascorsi una notte nel cuore di una montagna  che gli uomini hanno trasformato in un dendritico intrico di gallerie. Questa immensa miniera abbandonata si annoda su se stessa in decine di chilometri di cunicoli che si intersecano e si dipanano nella roccia viva, ora salendo ora sprofondando verso il cuore del pianeta, a tratti aprendosi in alte camere da che danno origine a nuovi oscuri passaggi. Talvolta lo stretto sentiero sotterraneo corre affiancato da un impetuoso torrente, che si tuffa poi in una cascata nell’abisso, giù verso un mare senza sole. Una trave di sostegno marcia, una scaletta di ferro arrugginita che si apre in un pozzo verticale, i frammenti di un piccone sono tutto quel che segnala ancora l’origine umana di quel dedalo di fori che altrimenti parrebbero generati dai mostruosi contorcimenti di un immenso, biancastro verme cieco. La lampada ad acetilene rischiara a fatica i pochi metri attorno, al di là dei quali si stende un buio solido, consistente, definitivo.
Spegnere la torcia per pochi istanti fa assaporare un terrore primigenio,  la consapevolezza che solo una tenue fiammella separa i terrori di una notte senza luna e senza stelle antica quanto il tempo dall’essere civilizzato con i suoi fari e lampadari e lampioni e quant’altro ha inventato per scacciare il fantasma della mezzanotte. Una oscurità così assoluta che non stupisce che la terra del morto e del dimenticato, dello strisciante e del maligno risieda per ogni cultura nel cuore della terra. Il gocciolio costante delle gelide vene della montagna, il lontano rombo di acque invisibili che precipitano in ciechi abissi sembrano il palpito di una bestia senza nome che solo il buio ci impedisce di vedere. Tutti gli spettri che vagano in questo limbo sono attorno a noi, pronti a toccarci. E, nel buio, siamo lì, dimenticati, soli.
In quell’istante si capisce cos’è veramente l’inferno, la mancanza di Dio, la mancanza di ogni calore e di bontà, di ogni luce; e la nostra anima invoca aiuto, mentre le tenebre ci chiamano e sembrano risucchiare il ricordo del calore dalle ossa. Poi la fiamma si riaccende, e si può risalire ancora, verso la luce, verso il sole, verso il nuovo giorno che ci aspetta.

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 13 settembre 2005 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

  1. E nel buio dell’inferno, neanche il conforto di una voce amica, il sollievo di condividere l’angoscia.

    A volte, a notte fonda, mi sveglio e ho paura. Nel buio fitto, il buio di una casa isolata in piena campagna, penso alla morte…sono spiacevolmente consapevole di ogni battito del mio cuore…in fondo so che e’ solo questione di tempo, ogni istante potrebbe essere “quello” ed ogni battito mi avvicina a “quel” momento. Tutto il mio essere si ribella all’idea di quel nulla che mi vuole inghiottire…certo il “come” della morte mi fa paura, ma il “dopo” mi paralizza di terrore.

    Che fare?

    Nel buio mi ricordo di non essere solo. Allungo un piede a sfiorare il suo, un contatto che riaccende la speranza, che mi rida’ la forza per una preghiera: “Ave Maria…” – comincio – e, affidandomi, mi riaddormento.

  2. “…piena di Grazia,
    il Signore è con te.
    Tu sei Benedetta fra le donne,
    e Benedetto il frutto del Tuo seno, Gesù.
    Santa Maria, Madre di Dio,
    prega per noi peccatori,
    adesso,
    e nell’ora della nostra morte.
    Amen”.

  3. beh nessuno ha la certezza che dopo ci sia qualcosa o dopo ci sia il nulla.. purtroppo!
    io non dico di credere che dopo ci sia il nulla, ma non dico di credere che dopo ci sia qualcosa.. purtroppo è una cosa che mi rode tantissimo il “non sapere”.. può sembrare sciocco ma è così per me!
    mh anche tu nato l’uno dicembre? passerò a farti gli auguri sul blog allora! :D
    cmq mi piace qui! ci passerò piu spesso a leggere i tuoi post!

    ciao ciao!
    istantanea

  4. Io ho la ragionevole certezza che ci sia qualcosa dopo, così come ho la ragionevole certezza che mia madre mi voglia bene. In “gergo tecnico” si chiama certezza morale, ed è quando ci sono miriadi di segni che puntano nella stessa direzione.
    E non è sciocco il rodersi! Anzi, sarebbe sciocco il contrario. L’essere umano è tale proprio perchè vuole sapere cosa c’è dopo. Siamo fatti così: qualcuno lo chiama “senso religioso”.
    Ben trovata, ti aspetto!

  5. beh io purtroppo non riesco a essere certa su qualcosa di cui non ho le prove concrete.. son fatta così!
    magari andando avanti nell’età cambierò.. ma ora non voglio cambiare :P

    ciao!

  6. Oh, ma io sto parlando proprio di prove concrete! Se no, non sarebbe che un’illusione, un sogno.
    L’importante è saperle riconoscere, queste prove. Occhi aperti, cuore disponibile.

    Ri-ciao.

  7. Mi accodo a berlicche.
    Avoglia se ci sono le prove!!
    Come ben dice l’amico diavolo il problema è avere occhi e cuore aperto.
    Non ne abbiamo più l’abitudine, questo è il problema e ci fanno una testa tanta nel frattempo per distrarci e farci accontentare dei piatti di lenticchie al posto di “quell’enormemente di più” che sarebbe già nostro.

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