Sacrum facio

“Per lui l’affermazione di sè consisteva nel sacrificio di sè” (Vita e Destino”,Grossman, Jaca Book).
Ah, la mia più grossa tentazione. La stessa tentazione che quasi fa cadere Thomas Beckett ne “Assassinio nella cattedrale” di Eliot, quel quarto tentatore inatteso che propone non beni terreni o materiali, ma l’ebbrezza del martirio, di essere santi perchè si è sacrificato tutto. L’orgoglio di umiliarsi, insomma, di dare tutto per la causa esaltando però in fondo solo se stessi. Mangiare il pane raffermo lasciando andare in malora il pane buono.
Perchè il punto è: per quale ragione lo fai.
Nella palestra che frequentavo un tempo era appesa una massima: no pain no gain, se non soffri non guadagni. Per acquisire muscoli tonici, per rendersi forti, occorre molto faticoso esercizio, molto tempo, molta volontà; occorre spingersi al proprio limite e quindi spostarlo di una tacca più avanti.
Per conoscere le cose bisogna passare molto tempo sui libri, e studiare, e vivacemente espandere quanto si sà con la curiosità e l’impegno. Quanti week-end, quante sere passate a leggere, a risolvere problemi! Ma la mente si affila e si fortifica.
Anche la volontà si può educare, si deve educare. E una volontà forte, bene allenata, fa cose incredibili.
Un corpo, una intelligenza, una volontà allenate rendono uomini migliori, fanno stare meglio con se stessi. Ma questo non è vero sacrificio, nel senso letterale del termine.
Sacrificio vuole dire: sacrum facio, rendo sacro. Sacro è cosa è attinente alla divinità: offro qualcosa al dio, e la cosa offerta diventa sacra, diventa parte del dio.
Noi cristiani sappiamo che tutto ci è donato da Dio. Quindi, in una certa maniera, tutto è sacro. Il sacrificio è dunque impiegare quello che ci è stato dato per il Progetto di Dio e non per il nostro. Utilizzarlo bene, per il fine per cui è stato creato. E’ dire: questo è già tuo, o Dio: io te lo offro.
Non è fustigarsi, devastarsi, infliggersi umiliazioni gratuite. E’ accettare quello che ci accade, di buono e di cattivo, il successo, la gioia, l’inconveniente, il disguido, il dolore, il dramma e dire: è Tuo, è per Te. Sia fatta la Tua volontà, anche se fa male, specie se fa male. E sorridere.

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 9 settembre 2005 su tra lassù e quaggiù. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

  1. Sì, è proprio vero.
    La santità è una cosa che si crea nel tempo, nella pazienza,
    non in un singolo atto eroico.
    Dobbiamo far accompagnare il quotidiano con l’eroico, e l’eroico con il quotidiano.

  2. Visto che in un altro post avevo tirato in ballo Teresa di L., fatemela citare ancora. :-)

    Teresa chiamava questa fatica quotidiana (che richiede una forte volonta’, ah se la richiede!) un “martirio a punture di spillo”.

    Riceviamo a diamo continuamente punture di spillo a quelli che ci circondano ed altre punture ci vengono dalla vita, dalle circostanze e dalla natura.
    Ogni tanto arriva qualche “sciabolata”, ma la maggior parte (grazie a Dio!) sono punture. La volonta’ allenata sa vivere le punture offrendole a Gesu’, ed evitando ad esempio di rispondere ad una puntura ricevuta con un altra puntura.

    Due osservazioni: la prima e’ che questa volonta’ “orientata” ha molto a che fare con l’Amore. Amare e’ molto piu’ un atto di volonta’ che un sentimento…troppe volte si confonde l’amare con l’innamoramento, per poi scoprire che “amare davvero” costa fatica ed e’, appunto, “sacrificio”.

    La seconda e’ che uno dei piu’ grossi ostacoli su questa via e’ la paura. Paura per noi stessi, paura di perderci, paura di morire. E questa c’e’ uno solo che la guarisce davvero…Paolo scrive agli Ebrei: “poiche’ i figli avevano in comune carne e sangue anche’Egli allo stesso modo ne divenne partecipe, per distruggere con la morte colui che ha il potere sulla morte, cioe’ il diavolo (=il separatore ndP), e per liberare quanti PER PAURA DELLA MORTE erano in schiavitu’ per tutta la vita”

  3. Bravo. Che bel post! Sandro

  4. Sempre interessanti post e commenti a seguito.
    Una facezia sul dettaglio amore e innamoramento.
    Ho notato infatti, parlando con chicchesia, che la maggiorparte delle volte si stupiscono del fatto che anche io li ritenga due cose distinte.
    Tanto che in genere devo dar ragione dei due termini.
    Me ne sono sorpresa.
    Evidentemente siamo in una società così proiettata solo alla caccia dell’emozione forte che davvero l’amore è diventato solo sinonimo di passione, farfalle nello stomaco e non so che altro..fino a confondere o sublimare sensazioni momentanee e realtà di fatto.

    Non che umanamente l’amore non sia anche farfalle nello stomaco, ma mi chiedo: se è tutto qua e si sà che la quotidianità qualche farfalla la fà volar via, il destino davvero alla fine non diventa cercare sempre nuovi stimoli..per cui, evidentemente, di continuo altre persone che ce li procurino?

    Magari non tutti si arriverà a Dio e alla scoperta della possibilità di amarsi oltre l’ideale, mentre non corrispondiamo affatto ai desideri reciproci, ma mi domando se non ci sarebbe comunque bisogno più della tanto trita “educazione” sessuale di una educazione ai sentimenti.
    Almeno ad accorgersi di ciò che davvero stai cercando, quando pensi di amare.
    Forse da lì..

  5. Ciao Upi. Penso che il grande equivoco sia fra amore-come-soddisfazione-del-mio-bisogno e amore-come-dono-di-se`.

    In un caso vivo la relazione con l’altro in funzione del mio bisogno di sesso, compagnia, tenerezza, stima etc.
    Facilmente si finisce per cercare di prendere il piu` possibile e dare il meno possibile, un po’ come in uno scambio commerciale. Quante volte si sente dire “devo difendere il mio spazio, voglio mantenere un mio spazio”.

    Nell’altro caso (amore-dono) vivo la relazione nell’attenzione al bisogno dell’altro, nella sollecitudine verso la sua vita in tutti i suoi aspetti. Come dicevo prima, questo modo di vivere l’amore genera in noi la paura di perdersi, di dare la vita a fondo perduto. L’amore-dono e` “kenosis”, svuotamento di se`. Magari avro` ancora il “mio spazio”, ma lo ricevero` in dono dall’altro e sapro` che e` un suo dono.

    Un’ultima osservazione: Fromm osservava, giustamente, che vivere la relazione di coppia in una esclusivita` totale (“Non amo che lei/lui!!”) non e` saper amare. L’amore vero e` per sua natura apertura a tutti (pur nella differenza di ogni relazione dall’altra)…altrimenti diventa un “egotismo di coppia” mediante il quale la coppia vive in simbiosi, nel reciproco soddisfacimento, ma si chiude al mondo esterno.

  6. Un giorno un’amica parlava di sacrificio, e di fatica.
    Le chiesi che differenza ci fosse tra le due cose.
    Mi rispose: “Il sacrificio è la fatica fatta con un senso”.
    Non compresi subito bene la profondità della sua risposta, e forse non la comprendo ancora bene nemmeno ora; tuttavia mi torna spesso alla memoria, soprattutto quando vivo una fatica e mi nasce il desiderio di… sacrum facere quel momento difficile.

    Grazie Berlicche, buona settimana.
    Cuoredipizza

  7. Ciao poemen, sì capisco bene quello che dici. E concordo con ogni riga.
    Anche se poi pur essendo d’accordo, sempre è un combattimento lasciare che quella kenosis avvenga. Lasciare che Dio con i fatti della nostra vita e la sua Grazia ci svuoti di noi per far spazio a Lui che sa amare, rendendoci ancora di più noi stessi davvero, rendendoci quello che desidereremmo essere profondamente, ossia capaci di amore.
    E’ vero che fa paura pensare di non difendere nulla, credo che in questo ci aiuti il crescere della fiducia nelle opere che Dio compie, nell’Amore che c’è dietro tutto questo.
    ..”Non dubitare mai del Tuo amore”..

    Vedere cosa riesce a fare nelle vite delle persone accanto a me, è quello che mi fa venire voglia di abbassare le braccia.

  8. Upi, secondo me hai fatto centro, scrivendo: “fiducia nelle opere che Dio compie, nell’Amore che c’è dietro tutto questo”.

    E’ questo che c’e’ anche dietro al brano di Paolo che ho citato.
    Vivendo, ma soprattutto morendo!, cosi’ come e’ vissuto e morto (*), Gesu’ ci ha rivelato che e’ possibile amare fino al dono completo di se’, che un Amore del genere esiste e che un amore del genere e’ quello che chiamavamo e chiamiamo Dio. Un Amore cosi’ non puo’ morire, semplicemente perche’ piu’ muore e piu’ e’ vivo, piu’ muore e piu’ si realizza.

    Questo Amore e’ gratuito ed e’ PER ME e non me lo devo meritare. Questa e’ la nuova nascita, questa e’ la consapevolezza che ti permette di andare verso gli altri vincendo la paura.

    (*) Nota che il centurione riconosce la divinita’ di Gesu’ da come quell’uomo, che lui stesso aveva crocifisso muore, ancora non c’era stata la risurrezione.

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