Archivio delle Categorie: gusto e disgusto

Che inferno sarebbe?

Lo sapete perché T.S.Eliot, che probabilmente è stato il più grande poeta del XX secolo, ha imparato l’italiano? Per lo stesso motivo per cui lo ha fatto Jorge Luis Borges, che se non è stato il più grande scrittore è comunque bello alto in classifica.
Lo hanno fatto per leggere quella che è l’unica opera letteraria italiana che è conosciuta in tutto il mondo. La Divina Commedia.

Dante l’aveva pensata come un’opera pedagogica. Certo, oggi per pedagogico si intende qualcosa di lievemente differente: che so, liceali che si accoppiano in tutte le varianti. Il poeta fiorentino aveva un’idea un poco più alta: trasmettere un sapere che comprendesse tutto, non solo fisica o chimica ma proprio tutto, dalla storia alla teologia a ciò che muove il sole e le altre stelle. In forma poetica, e che forma.

E pedagogia è. Pedagogia cattolica, nella sua forma più alta. Probabilmente ci sono moltissimi che del cattolicesimo hanno appreso più dal poema che dal catechismo. Che inferno sarebbe senza Dante? Ci hanno fatto pure un videogioco, con un Dante nerboruto in armatura che combatte i demoni a spadate. Giuro.

Perciò non sorprende che dei ferocissimi anticristiani, mascherati da associazione culturale addirittura accreditata all’ONU, invochino l’espulsione del poema dal nostro sistema scolastico. Le accuse? Razzismo e omofobia.
Già, perché, signori miei, all’inferno ci sono degli omosessuali (anche se mai il loro peccato è nominato). E financo degli ebrei: Giuda e Caifa, laggiù in basso. Quindi è razzista e omofoba, e rende come bruti coloro che la leggono.

Di primo acchito sembrerebbe uno scherzo. Ma questi ci fanno? E’ una provocazione, vero? E invece no, ne sono proprio convinti. Sembrano la macchietta dei “giudei massoni e anticristiani” ottocenteschi. Agli occhi di bragia di questi severi censori sembra sfuggire completamente come e perché quei maledetti sono lì costretti. Che il peccato, e quindi il posizionamento all’inferno, segue una logica personale.
Giuda e Caifa sono all’inferno non perché ebrei, ma perché hanno tradito il proprio “padre” adottivo (Giuda) e condannato un innocente (Caifa). Se il criterio di lettura dei nuovi censori fosse corretto allora si potrebbe dire che Dante era anche leghista, in quanto in bocca a Lucifero mette sì un ebreo, ma anche ben due romani: Bruto e Cassio. Roma-Gerusalemme 2-1.

Se seguissimo il medesimo criterio ovunque, quali testi si salverebbero? Non Omero, con la sua esaltazione della schiavitù e l’antifemminismo, nè altri autori romani o greci. Certamente non la Bibbia, la fonte di quelle condanne deprecate, nè alcun altro testo occidentale fino quasi ai giorni nostri. E questo ci porrebbe nella imbarazzante situazione di non potere connotare in alcuna maniera la cultura, le tradizioni, la storia in cui siamo cresciuti e in cui siamo immersi, lasciandoci dolenti e perduti, senza speranza.

Ma di Maometto o Brunetto Latini, come si evince dalle repliche alle critiche e dai loro precedenti interventi, è evidente che ai promotori della mozione importa poco o niente.
E’ il “cristianesimo, una malattia grave, che obnubila le teste” che vogliono eliminare. Nella furia dell’odio però commettendo un passo falso.
Perché chi dal poema di Dante è stato toccato non può che scuotere la testa. E tutti lo siamo stati.
Nella Commedia non c’è odio: c’è la pena per tanta umanità perduta, e la gioia per tanta umanità redenta. L’odio è nelle menti di chi vorrebbe proibirla. Un odio che si rivela, e palesandosi svela anche il suo inganno.

Ti è manifestato cosa rischi di perdere, se segui il giudizio di chi ha la vista che non arriva ad una spanna. Tanto cieco da non meritare altre parole.
E quindi non ti curare di loro, ma guarda e passa.

Cosa sarà che dobbiamo cercare

Io non ho amato Lucio Dalla come invece ho amato altri cantautori. Forse perché lo trovavo, in un certo senso, troppo “semplicistico”.
Ciò non toglie che le sue canzoni mi siano sempre piaciute moltissimo. Fin da quando ero piccolo.
Di 45 giri – che per quelli più giovani erano quei dischi in vinile che contenevano due canzoni, una per lato – ne avevo solo uno, e quello era “Ma come fanno i marinai“. Era però il “lato B” che preferivo. La musica era di Ron, ma il testo l’aveva scritto proprio lui.
E’ una canzone che parla del senso religioso, cioè di ciò che ci fa cercare cose più alte, il senso della vita.
Ve la propongo: il mio modo di ricordarlo, ora che lui ha trovato.

Cosa sarà – che fa crescere gli alberi, e la felicità…

La musica più semplice

L’altra sera il coro in cui canto ha tenuto un piccolo concerto natalizio in quel di Moncalieri.
Sapete cosa mi ha colpito? Abbiamo cantato Handel e Palestrina e De Victoria, il meglio della polifonia di tutti i tempi, ma il bis che ci è stato chiesto non era uno di questi pezzi intricatissimi e pur bellissimi. Ci è stato chiesto quello più semplice di tutti.
Un canto sudamericano, un villancico: “Los Reyes Magos”, con accompagnamento di chitarre e percussioni. Una melodia facilissima, cantata a cappella.

Proprio il suo essere immediato, di facile ascolto, eppure capace di far gioire il cuore e muovere i piedi dovrebbe insegnarci qualcosa.
La nostra preferenza immediata va non a ciò che sforza la mente, ma a ciò che ci fa sobbalzare il cuore.
Questo ci rende più chiaro perché Gesù sia nato in una stalla e non nel palazzo di un principe o nella casa di un filosofo; perché sia venuto al mondo a Betlemme e non ad Atene o Roma.

Perché tutti lo potessimo capire; perché fosse alla nostra portata, perché anche chi non sa di retorica o filosofia o scienza potesse avere l’anima piena di gioia e le gambe in movimento.
In modo che non ci fosse nessuna scusa, e la salvezza arrivasse per tutti coloro che l’aspettano con mente e cuore pronti ad accoglierla.
Questo è il Natale: la musica più semplice, che il nostro cuore attendeva.

Re Giorgio l’Eutanasizzatore

Quand’ero più giovane ed ero abbonato a “Time” aspettavo con curiosità dicembre per sapere chi la prestigiosa testata d’oltreoceano avrebbe nominato “Uomo dell’anno”. Crescendo in maturità e calando in ingenuità capii che quella “nomination” non rispecchiava tanto effettivi meriti del personaggio quanto chi, nella linea editoriale della rivista, andava esaltato e sponsorizzato.
Famiglia Cristiana ha copiato da Time l’usanza, e quest’anno ha nominato Giorgio Napolitano.

Tutto sta a capire che significato si dia a questo gesto. Se l’uomo dell’anno è colui che con i suoi atti ha lasciato il segno sui dodici mesi passati non posso non essere d’accordo. Come il fu Osama Bin Laden sarebbe stato la scelta perfetta per il 2001, così Re Giorgio, con il piglio degli antichi monarchi, ha influenzato pesantemente la nostra vita in un’annata in cui rappresentanti più diretti del popolo avevano perso autorevolezza a causa di campagne stampa esterne e comportamenti privati. Sempre volando alto, come un bombardiere su un villaggio libico, apparentemente non toccato dal fango di noialtri uomini comuni.

Se però ci si aspetta che l’”Uomo dell’anno” rispecchi l’ideale di chi lo nomina qualche perplessità ci viene. Perché Re Giorgio, prima di incoraggiare la dipartita del passato governo, con i suoi atti permise che un’altra esistenza si spegnesse.
Per chi ha la memoria corta ricordiamolo: il decreto che avrebbe salvato la vita di Eluana Englaro rimase non firmato sul suo tavolo perché “non aveva carattere di urgenza”. Era il 6 febbraio, Eluna morì il 9. Visto il costante richiamo del personaggio ai “valori”, ci si domanda quali valori perseguisse in quell’occasione e se questi possano coincidere con quelli di una testata che fa “cristiana” di nome.

Onore quindi al Presidente per il piglio che ha dimostrato nel pilotare la sconfitta dell’Italia nella guerra che si è combattuta nei mesi scorsi, non solo in Libia ma su tutti i mercati economici. Ma non chiedeteci di prenderlo come esempio. Questo no, questo proprio no.

I Messia fantastici

Non credo sia un caso che tutti e tre i più famosi cicli fantasy inglesi – vale a dire probabilmente i più popolari tout-court – siano profondamente religiosi. Anzi, che in tutti e tre possa essere rintracciata almeno una figura di Cristo più o meno esplicita.
Con religioso intendo un tipo di letteratura che si pone serie domande circa il destino ultimo dell'uomo, sulla sua natura, sul senso delle cose. Cosa sia il male ed il bene, e cosa voglia dire aderire al male ed al bene. Personalmente penso che nessuna narrativa veramente grande possa prescindere da questi interrogativi, anche se ne esiste di godevolissima che ne è priva. Per rimanere all'ambito fantasy Conan il Barbaro o Fafhrd e il Gray Mouser ne sono ottimi esempi.

I tre cicli sono Narnia, il Signore degli Anelli e Harry Potter.

Narnia è il più esplicito dei tre, perché si pone dichiaratamente in una prospettiva religiosa. Aslan è figura di Cristo, anzi, è Cristo stesso. Nel primo e più famoso libro della serie, il Leone la Strega e l'Armadio, fa esattamente quello che ci si aspetta: sacrifica se stesso, la sua vita, per poi risorgere.

"Non sei morto allora, caro Aslan?" disse Lucy.
"Non lo sono adesso," disse Aslan.

Lewis, l'autore, non fa mistero di avere scritto il libro proprio con questo intento. Facendone forse più un libro allegorico, come poteva essere il "Pilgrim's Progress", che un autentico romanzo di avventure.

Per contro Tolkien, nel suo "Signore degli Anelli", pur non essendo meno cristiano prende una strada completamente diversa. Nel suo caso chi si configura come un alter Christus è sicuramente Frodo. Anche lui, come Aslan, si sacrifica volontariamente. Le due figure però non potrebbero essere più diverse.
 Mentre Aslan è un leone, e non fa mistero di chi è in realtà, Frodo è la più piccola e umile creatura di tutta le Terra di Mezzo. E' trascinato recalcitrante nell'avventura, mentre Aslan sembra addirittura causarla. Mentre Aslan fa da solo, Frodo non potrebbe fare niente, anzi, fallirebbe miseramente se non fosse per gli amici, primo fra tutti Sam. Frodo è una figura messianica, nel senso del liberatore, ma gli manca qualsiasi altro attributo regale e sicuramente quella che è la caratteristica divina per eccellenza, cioè quella di perdonare, rimettere i peccati.
E' però l'agnello che sacrifica se stesso per la salvezza di tutti, "mite ed umile di cuore", profondamente conscio di essere solo uno strumento ma allo stesso tempo della necessità di quello che sta facendo.

Frodo è da guardare abbinato a due altre figure altrettanto messianiche. Una è quella di Gandalf. Anche qui abbiamo una morte – negli abissi di Khazad-Dûm – ed una resurrezione che lo fa diventare il vero Stregone Bianco, dove il Bianco non è più una tinta a sé come nel caso di Saruman ma la sintesi di ogni colore. Giova ricordare che il peccato del maligno è quello di separare il particolare dal tutto?
La terza figura è ovviamente il Re, Aragorn, dai poteri taumaturgici, profetizzato e atteso, che ritorna a regnare anche lui in una certa maniera sacrificando se stesso. I tre insieme possono quasi formare una figura completa, una trinità che tuttavia rimane ben conscia del suo non essere divina. Lo splendore del vero, la divinità è vista in trasparenza, accennata ma non citata.

Anche in Harry Potter c'è un'esplicita figura messianica, che è il protagonista stesso. Harry è additato come tale, come salvatore, fino dal primo libro. Le sue vicende personali lo mettono però al riparo dalla troppa superbia: umiliato dalla sua famiglia di adozione, sarà nel corso delle vicende a fasi alterne osannato e disprezzato. Harry Potter è simile a Frodo: anche lui con un mentore, Dumbledore (Silente) al posto di Gandalf; anche lui con amici fedeli senza i quali fallirebbe; come lo hobbit capisce a poco a poco cosa ci si aspetti da lui fino al sacrificio finale.
Proprio come Gandalf, poi, anche Dumbledore può essere visto a sua volta come una figura di Cristo. Fino quando passa ad Harry il testimone.
Neanche Harry può redimere i peccati. La salvezza che porta è una salvezza dal male personificato ma non è "La" salvezza. Quella, solo l'autentica divinità può concederla.

E, anche se i maghi di Hogwarts possono fare camminare gli storpi con la magia, la remissione dei peccati è ancora una cosa che è oltre le possibilità di qualsiasi bacchetta.
 

La trama improbabile induce scetticismo nello spettatore attento

Chi mi segue lo sa: sono un appassionato di animazione, in particolare giapponese. Le serie che arrivano in Italia in televisione sono solo una piccola parte di quelle che vengono prodotte, spesso neanche le migliori; e così vado a pescare nel mare della rete quelle che mi sembrano meglio di altre e me le guardo. Qualche volta va bene, qualche volta va male.
Quella che sto seguendo adesso si chiama Gosick, ed è, almeno in parte, originale. Mi avevano attirato il disegno di buon livello, dai tocchi liberty, e l’inconsueta ambientazione: un immaginario regno di “Saubure”, coincidente all’incirca con l’ottocentesco regno di Savoia, ma nell’anno 1924. Insomma, le mie parti. Il fatto di essere tratto da una serie di libri mi sembrava garanzia per una certa solidità della trama.

Disgraziatamente la serie incappa in un problema comune ad altre opere: l’ambientazione è solo un pretesto, le categorie mentali che stanno sotto sono quelle giapponesi. I personaggi ragionano come giapponesi; agiscono come giapponesi; la loro concezione del mondo è quella giapponese e non certo quella europea, meno che mai dell’Europa tra le due guerre mondiali.

 E così quando una puntata è ambientata in un “convento” estone chiamato “il cranio di Belzebù” perché a forma di testa di mosca, dove viene tenuto tutti gli anni un festival di magia e si scopre che in realtà è una installazione segreta del "ministero del’occulto" capisci che hai fatto probabilmente una cattiva scelta. E non sai se siano più deprimenti le suore che staccano biglietti per il festival allietato da allegre conigliette o il fatto che le suddette suore brandendo un crocefisso come un amuleto abbattano uno stormo di aerei nemici invocando la morte degli assalitori, con apparizione in cielo di una gigantesca statua della Madonna…

Mentre guardavo finire l’episodio pensavo: “Ma guarda, si vede che chi ha scritto questo non ha fatto mai esperienza del cristianesimo. Eppure in Giappone è presente da secoli. Sarebbe bastato poco informarsi meglio, chiunque l'abbia conosciuto da vicino si rende conto che questa visione magico-occultistica non sta in piedi".
Poi mi sono venuti in mente Dan Brown, i film e i libri che della Chiesa danno un’immagine anche più distorta. Certi discorsi di miei colleghi ed amici che mi fanno meravigliare di come si possano completamente rimuovere anni di catechismo e realtà con cui, eppure, si ha a che fare quasi ogni giorno.

E mi sono detto: l’ideologia è vedere solo ciò che si vuole vedere, le proprie idee, e usarle per interpretare il mondo. L’opposto è cercare di capire, interessarsi ad ogni cosa, vedere gli errori dopo avere fatto il raffronto con la realtà. Fosse anche in un cartone animato, ma molto di più nella vita.

Doni e donatori

Ho trovato una versione della poesia che segue su un sito buddista, per propagandare il distacco da ogni cosa per raggiungere la felicità.
Errore. Il grande Czeslaw Milosz, in questa poesia, non afferma la vuotezza del mondo, ma la sua pienezza. Non c'è una mancanza di desiderio, ma la sua realizzazione, la consapevolezza di cosa sia realmente importante. E lo si può capire fin dal titolo.
Che dono può esserci, se non da parte di Qualcuno che ci vuole bene?

Il dono
Un giorno così bello.
La nebbia s'è alzata presto e ho lavorato in giardino.
I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio.
Non c'era cosa al mondo che volessi possedere.
Non conoscevo nessuno degno d'essere invidiato.
Qualunque torto avessi subito, l'ho dimenticato.
Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.
Nel corpo non sentivo alcuna pena.
Quando mi sono raddrizzato, ho visto il mare azzurro e le vele.

(Czeslaw Milosz)
 

La sventurata rispose

Il dominio de "Il signore degli anelli" nella classifica del miglior romanzo fantasy di tutti i tempi è stato sfidato negli ultimi anni dalle "Cronache del ghiaccio e del fuoco" di George RR Martin. Con un certo merito.

Un'amica ha definito la serie di romanzi "ipnotica". E' un grande affresco narrato a più voci di una durissima lotta per il potere in un mondo simile alla nostra Europa medioevale, in cui sono presenti però elementi magici. Qualcuno ne ha parlato come dei "Tudor, con i draghi".
La psicologia dei singoli personaggi è approfondita e dettagliata, e non è risparmiato loro niente, ogni sbaglio si paga. Tant'è vero che quello che sembrava essere il protagonista principale muore a metà del primo libro. "Quando giochi il gioco del trono o vinci o muori. Non c'è via di mezzo."

Proprio in questi personaggi vividi e tormentati è la vera forza del ciclo. Fanno delle scelte, per il bene o per il male; a volte scelte in apparenza buone hanno conseguenze devastanti. E in effetti gli atti che causano i magiori disastri sono compiuti "per amore": "Amore, quante cose terribili si fanno in tuo nome" dice uno dei protagonisti mentre assassina un bambino.
Le migliori intenzioni, più che quelle malvage, causano il precipitare della situazione. E può accadere che le apparenze ingannino. Il confine tra "hero" e "villain" è quantomeno labile. Basta guardare il personaggio di Tyrion, "Il Folletto", uno dei meglio riusciti che abbia mai trovato in vita mia.

Questa lunga premessa per dire che è stato realizzato, dal primo libro della serie, uno sceneggiato (A Game of Thrones, "Il gioco del trono") in più puntate. E' abbastanza fedele; sebbene abbia abbondanza di mezzi adeguata ma non enorme – lo si vede ahimé nelle scene di massa e in certi effetti speciali – e alcuni personaggi siano un po' fuori ruolo, segue lo svolgimento dei fatti in modo eccellente. A parte per una cosa.

Nei libri le scene che potremmo chiamare d'orrore – gore, "sangue e budella" – si sprecano. E sono presenti anche scene di sesso, che sono tuttavia funzionali alla storia e ai personaggi stessi – carnali e passionali. Lo scrittore le rende con pennellate impressionistiche, senza appesantirle: quasi non si notano nel contesto nella narrazione. Come accade con la parola scritta, quando è scritta bene, è il lettore a riempire quanto è lasciato accennato con la sua fantasia.

Nei telefilm alla fantasia non è lasciato niente. Anzi, sono aggiunte scene supplementari particolarmente insistite e gratuite.
Ciò mi ha reso praticamente impossibile vedere il detto sceneggiato con i bambini attorno. Una disdetta, perché per il resto, come ho detto, è più che notevole. E mi ha suscitato una grande nostalgia per la televisione o il cinema o la letteratura di una volta, dove questa ossessione per il sesso non c'era, senza necessariamente cadere nell'errore inverso. Se è sbagliato censurare l'istinto umano, è tuttavia ancora più sbagliato porlo al centro. L'uomo non è quello, non è soltanto quello.

Ciò che tocca il basso resta basso; resta morboso, resta concupiscenza da voyeur, non si alza verso ciò che è vero. Si possono inserire accoppiamenti in Amleto, scene di omosessualità in Moby Dick, scendere nei particolari dei torbidi amori della monaca di Monza; ma questo non sarà un di più per questi capolavori, sarà un di meno per lo spettatore. Spettatore soll-eccitato in un organo e indotto a sottoutilizzare quell'altro, quello che lo qualifica, quello sì, come uomo: il cervello.


Il Rat-man che non ti aspetti

Devo ammettere che no, non me l'aspettavo.
Rat-man lo leggo da parecchi annetti. Geniale, senza dubbio. Un supereroe che di super ha praticamente niente, e che eppure nonostante la sua manifesta stupidità, la sua insignificanza fisica, la sua deprecabile personalità riesce sempre a…diciamo vincere.
Perché c'è un qualcosa in più. Un qualcosa che spunta fuori nel momento preciso in cui tutto sembra perduto, qualcosa di indefinibile a cui è difficile dare persino un nome.

Eppure non mi aspettavo questi ultimi tre numeri. Cominciati come una parodia delle solite, quella di "The expendables" (I Mercenari) e degli action-movie ramboidali, si sono trasformati in qualcosa di completamente diverso. Già, perché il terreno di sfida stavolta è il regno della morte, e la Palestina di 2000 anni fa.
Sul cristianesimo fino ad ora c'era stata qualche battuta, un paio di gag che comunque stupivano. Anche se alcuni indizi lasciavano pensare che il bravo Leo Ortolani, l'autore, qualche contatto con il giro delle parrocchie ce l'avesse – certe battute erano comunque troppo centrate per venire dall'esterno.
Ed ora questo.
Dove ci si accorge di come, per usare le parole della presentazione di Andrea Plazzi al secondo volume: "Il rispetto e la stupita contemplazione del Mistero possano assumere le forme più sorprendenti, ma sempre assolutamente sincere".

Già, perché potrebbe sembrare che in un fumetto dove i protagonisti sono Gesù e Chuck Norris lo sbracare sia quasi inevitabile.
Errore.
Date un'occhiata. Leggete con attenzione. Al di là del paradossale e del sarcastico c'è qualcosa di più che – oh, cielo – fa anche pensare.
Riusciranno Stallone, Steven Seagal, “il nero muscoloso che poi fa una brutta fine” e il Ratto a non-salvare Gesù? Dovremo attendere il prossimo numero…

Il Sig.Cogito e l'immaginazione

Di tanto in tanto, leggendo in giro, si capita su qualcosa che non si conosceva e che ti stupisce, ti esalta, con cui trovi immediata corrispondenza.
 
Io  per esempio non conoscevo Zbigniew Herbert, un grandissimo poeta polacco del secolo scorso su cui sono incappato per caso. Non vi rubo tempo: di seguito trovate la traduzione di un suo poema – traduzione di traduzione, quindi con i suoi limiti. Ma leggetelo, specie la seconda parte; cogliete, vi prego, questa opportunità, questo fiore.

Il Sig.Cogito e l'immaginazione

   1

Il Sig.Cogito non si era mai fidato
dei trucchi dell'immaginazione

il piano sulla cima delle Alpi
suonava falsi concerti per lui

non apprezzava i labirinti
la Sfinge lo riempiva di disgusto

viveva in una casa senza cantina
senza specchi o dialettiche

giungle di immagini intrecciate
non erano la sua abitazione

raramente si sollevava
sulle ali di una metafora
e quindi cadeva come Icaro
nell'abbraccio della Grande Madre

adorava tautologie
spiegazioni
idem per idem

che un uccello è un uccello
schiavitù è schiavitù
un coltello è un coltello
morte rimane morte

amava
l'orizzonte piatto
una linea diritta
la gravità della terra

   2

Il Sig.Cogito sarà annoverato
tra le specie minori

accetterà indifferentemente il verdetto
dei futuri studiosi della lingua

egli usava l'immaginazione
per scopi completamente diversi

voleva renderla
uno strumento di compassione

voleva capire fino in fondo

- la notte di Pascal
- la natura di un diamante
- la malinconia dei profeti
- l'ira di Achille
- la pazzia dell'assassino
- i sogni di Maria Stuarda
- la paura del Neanderthal
- la disperazione degli ultimi Aztechi
- le lunghe convulsioni di Nietzsche morente
- la gioia del pittore di Lascaux
- l'ascesa e la caduta di una quercia
- l'ascesa e la caduta di Roma

e così riportare ciò che è morto in vita
preservare il patto

l'immaginazione del Sig.Cogito
ha il moto di un pendolo

oscilla con precisione
da sofferenza a sofferenza

non c'è posto in essa
per i fuochi artificali della poesia

lui vorrebbe rimanere fedele
all'incerta chiarezza

House, una croce e lo squalo

Il dottor House ha saltato lo squalo? Questa la domanda che mi sono fatto guardando la puntata della settima stagione dello show intitolata "Piccoli sacrifici".
Per chi non lo sapesse, "saltare lo squalo" vuol dire raggiungere il punto di non ritorno di una serie televisiva, la puntata in cui gli sceneggiatori hanno raschiato il fondo del barile delle trovate. E di conseguenza tirano fuori qualcosa di così implausibile e velleitario che sarebbe stato meglio chiudere baracca e burattini prima e finire in bellezza. Tipo in "Happy Days" quando, appunto, fecero saltare a Fonzie uno squalo con gli sci d'acqua…

In questa puntata abbiamo un "latino" povero ed ignorante ed evidentemente cattolico che si fa crocifiggere per adempiere un voto. Quando, sorprendentemente, collassa sulla croce, lo portano da House. Il quale passa un buon dieci minuti ad insultare pesantemente lui e la fede. Quindi si scopre che la causa del male dell'uomo è una sclerosi al cervello, e la sola cura è una miracolosa terapia non sperimentata a base di staminali embrionali. Ovviamente, essendo ignorante, il peone la rifiuta rischiando di morire ("E' contro la mia fede!") fino a quando il nostro medico non lo inganna facendogli perdere la fiducia in Dio. La malattia è curata, l'ignorantone dice che la sua caduta è stata voluta da Dio per farlo guarire, e House dimostra a tutti quanti (anche grazie ad una serie di plot paralleli) che solo chi mente e non ha nessuna morale vive e si porta a letto le ragazze. Fine.

Dal punto di vista medico il plot è così implausibile da affondare nel ridicolo. Diagnosi a parte, di cure di staminali embrionali non ne esistono, figuriamoci una in grado di rimettere in piedi in un giorno. Il comportamento di tutti i personaggi è così implausibile e macchiettistico da essere imbarazzante. I dialoghi sono senza spessore, tutti tesi a dimostrare solo che mentire è bello e che avere fede, o fiducia, è da fessi (o da latino povero, ignorante, sfigato e malato al cervello). La fede raffigurata nel telefilm è la sua caricatura: una convinzione cieca, senza argomentazioni. Qualunque cattolico che facesse un voto simile sarebbe preso a calci dal suo confessore. Dio non si compra – o si ringrazia – facendosi del male.

Dov'è finito il dottor House cinico sì, bastardo sì, ma umano? In fondo era meglio quando era dolorante, drogato e puttaniere. Quando, di tanto in tanto, si accorgeva di non essere Dio.

Chi cerchiamo

"Nei libri e nei poeti cerchi te"
(Guccini, "Un altro giorno è andato")

L'adolescente che ho davanti manco sa chi sia, Guccini. Forse è un po' delusa della conferenza che è appena terminata. Alessandro D'Avenia ha appena finito di parlare di adolescenza, educazione, vita. E' stata magnifico, divertente, passionale. "Ma parlava più ai professori che a noi, credevo fosse più per noi".
Errore, mia bambina. Ha parlato agli educatori perché voi capiste – l'ha detto, tra le righe. Perché a parlarvi direttamente voi non capite, non potete capire. Per un motivo molto semplice: non sapete ancora chi siete.

E' questo tutto il punto: l'adolescente non sa chi è, e solo se si sa chi si è ci si può rapportare efficacemente con il mondo. Se non si sa chi si è non si conosce invece il propro posto; e tutto diventa noia, o è incomprensibilmente ostile. Che non è così male, perché la noia e la rabbia fanno cercare qualcosa di meglio. E' letale solo chi ti dice che la noia è la condizione normale, che non c'è niente da cercare perché non c'è niente da trovare. Parla così solo chi si è cercato e non si è trovato, ed è rimasto un nulla a forma di uomo.

La nostra anima risuona quando troviamo qualcosa che ci è affine. A poco poco per affinità scolpiamo il nostro essere, ci individuiamo, ed a un certo punto senza neanche accorgercene ci troviamo. Capiamo chi siamo noi, e che ci sono gli altri: che non sono noi, e che ci sono donati. E' il momento in cui diventiamo adulti.

A volte mi guardo allo specchio e mi domando chi sia quel vecchio che mi restituisce lo sguardo. Ma se cerco me stesso io so esattamente chi sono. Io sono io, e sono esattamente qui..

Una risata per seppellire

C’è una risata che spaventa. E’ quella che si fa quando vediamo qualcuno farsi male.
Bucce di banana. Giravolte e capitomboli. Le comiche di un tempo, i clown del circo.
Ma, a ben guardare, se la caduta fosse vera. Vertebre che si rompono. Ossa fratturate, sangue che cola, dolore.
Non fa così allegria, se ci pensate. A meno che non vogliate veramente male alla vittima, alla vittima della vostra risata.

Ci sono risate così. Un baluginio di denti affilati. Una gaia crudeltà.
A me piace l'allegria. Ma perdonatemi se stavolta non rido.
 

Vano

Nelle sale d'aspetto dei dottori trovi spesso riviste che non t'aspetti. In quella della mia c'è Vanity Fair.

Il titolo è perfettamente azzeccato. A sfogliarla sembra fatta per ricchi cazzeggiatori di sinistra. Quelli che comprano le borse di Vuitton, ma solo perché c'è Bono che devolve un chissaché a qualche africano. Radical chic, qualcuno li chiamava. Le pagine patinate sono sovraffollate di modelle neolesbo con abitini che costano quanto un appartamento. Faccia a faccia con il meglio – fate un po' voi – dell'intellighenzia postcomunista che succhia e sfrucuglia improperi contro il sistema lutullandoli in bocca come caramelle al limone, ché l'Espresso è più a destra. Maledetti Berlusconi e il Vaticano, fossi io al potere.

Fa oggettivamente una certa impressione vedere come il consumismo più sfrenato vada a braccetto (anzi, si abbandoni a pratiche sadomaso) con l'anticapitalismo filosessantottino. Come i nobili filoilluministi che giocavano alla rivoluzione francese, i borghesi della nuova nobiltà rossa si trastullano con la rivoluzione maoista senza sapere che è putrefatta da un pezzo.

In fondo però è solo una facciata: il vero fil rouge che unisce ogni pagina della rivista è l'esaltazione della pretesa.
La direttrice di banca che si esalta perchè ha mollato il suo amore di vent'anni per un uomo più vecchio con famiglia. Perchè se lo sentiva. Il sesso, il potere, famiglia e figli, ogni rapporto come gioco vinco io perdi tu. L'esaltazione del tradimento, dell'apparenza, del fa quel che ti pare, del sentimento totale usa e getta, del perché limitarsi, del signora mia quanto sono indietro quelli. Con l'elemosina e la causa civile, la foca il nucleare la foresta equatoriale per pulirsi la coscienza, che ha dire il negro gli ho mollato venti euro per i preservativi contro l'AIDS.
Voglio, pretendo, che sia così. E posso comperarmelo.

Vanità. Ciò che è vano, vuoto, cavo, il niente a colori. Anime secche come ossa di morti di sete in un deserto.

Si sente la nausea? Mi ha chiesto la dottoressa. Sì, avrei voluto dire, mi viene da vomitare. Ma so da cosa dipende.

Il fiore dell'umanità

Una cosa che colpisce nel leggere la vita di Marija Judina, grande pianista russa del secolo scorso (Marija Judina- più della musica, Giovanna Parravicini, La casa di Matriona 2010), è l'eccezionale qualità delle persone di cui questa pure straordinaria donna è circondata crescendo.

Che persone erano mai, i maestri e anche gli studenti!…Erano davvero il "fiore dell'umanità"! Disinteressati, laboriosi, tutti responsabilità, bontà fattiva, forza di pensiero…Nessuno pensava alla "carriera", erano "oro puro, senza contraffazione" (pg 29)
Al centro, per tutti e per ognuno c'era la ricerca della verità…Ciascuno a modo suo poteva ripetere le stupende parole di Blok: "Sento il fruscio delle pagine di storia che si voltano" (pg.30)

Tutti quei talenti saranno stroncati, letteralmente martirizzati dalla rivoluzione e da quello che ne segue.

A me non rimane che un sospiro. Paragonando quei maestri, quegli allievi alla mia esperienza mi meraviglio di cosa sia successo a noi, di come sia possibile che di quell'idealità poco o niente sia rintracciabile oggi. Forse perché il Vangelo e tutte le cose in cui a quel tempo loro credevano, passando giorni a discutere, ora sono irrise. Siamo in un presente morto di poesia.

Chissà cosa sarebbe stato del mondo se quei talenti fossero stati lasciati liberi di esprimersi. Chissà cosa sarebbe di questo mondo se noi, qui, adesso, ritrovassimo quello spirito.

L'incredibile perseveranza di Marija Judina nel resistere a testa alta al potere è da lei così spiegata:
"Sono cresciuta in mezzo a persone di eccezionale statura a cui, come dicevano gli antichi, "non sono degna neanche di sciogliere i lacci delle scarpe". Cerco di essere all'altezza della loro memoria. (pg 32)

C'è solo una cosa che possiamo fare per fare memoria dell'eccezionalità: essere noi, proprio noi, a nostra volta eccezionali.
Non cedere mai.

Jack Barron e il futuro

Attenzione: il post che segue svela la trama di un libro. Se avete intenzione di leggerlo fate attenzione alla parte "coperta" (evidenziare per vedere).

Ci sono certi libri che sono profetici. E sicuramente "Jack Barron e l'eternità" (ristampato come "Jack Barron show", titolo originale "Bug Jack Barron", di Norman Spinrad) rientra in questa categoria. 

Questo capolavoro della fantascienza new wave è stato scritto più di quarant'anni fa, e si vede. E' ambientato in un futuro che è vent'anni nel nostro passato, pensato per un'America sessantottina in cui il '68 è già morto. I capi della rivolta si sono istituzionalizzati, hanno fatto carriera. Il più furbo, il più tosto, Jack Barron, è scappato dalla politica e adesso conduce una trasmissione televisiva che può ricordare "Le Iene" nostrane: "Bug Jack Barron", Scocciate Jack Barron. Con tanto successo da attirarsi le attenzioni dei potenti. Soprattutto, di un certo industriale che vende eternità.

 Il primo titolo italiano non era così sbagliato, perché è l'eternità, la vita eterna il filo conduttore di tutto il libro. Benedict Howards, il potentissimo magnate di cui sopra, iberna i morti in attesa di scoprire il segreto dell'immortalità. E questo segreto Howard l'ha scoperto. Ma è talmente terribile da non poter essere rivelato.
 E' su questo che si gioca la storia. Il ricchissimo uomo d'affari ha bisogno della popolarità di Barron per mettersi al sicuro dal e con il segreto. Ma non ha fatto i conti con l'egocentrismo assoluto del protagonista.

La vita eterna di cui si parla non è mai quella cristiana. Il materialismo qui è totale. Ma la ricerca spasmodica di più vita è indicata come ciò che muove ogni uomo.

"Non riuscirà ad imbrogliarmi con quel suo sfoggio di purezza (…) Lei è venuta qui perché è affascinata, come tutti gli altri, è venuta qui per fiutare l'odore dell'eternità.
Rinunci a tentare di farmi fesso, non c'è uomo o donna sulla Terra che vorrebbe avere un posticino nell'Ibernatore pronto ad aspettarlo quando muore; non vorrebbe avere la certezza che quando il cerchio d'ombra si stringe e la spegne come una candela non è per sempre, non la riempiono di formaldeide e non la danno in pasto ai vermi e addio Sara Westerfeld, addio per sempre."

E' impressionante l'aridità che si respira in ogni pagina.
Ogni rapporto è basato su lussuria, denaro e potere. Anche gli ideali. Ideali che sono mossi più dall'odio che dall'amore, da un moralismo pronto a tradire se stesso perché inconsistente.

"(…) si rese conto che solo l'odio aveva potuto tenere insieme l'intera faccenda minibolscevica. Già, proprio così, noi odiavamo tutto quello che non era come noi volevamo che fosse. (…) Tutto quello che che non era assolutamente giusto era assolutamente ingiusto, e così potevi odiarlo, dovevi odiarlo (…) Non odiare, noi lo chiamavamo un tradimento.

ma

"Tutti noi possiamo venire comprati".

La frase forse più famosa del libro è

"Il giorno più triste della tua vita non è quando tu decidi di venderti. Il giorno più triste della tua vita è quando decidi di venderti e nessuno vuole comprare."

Anche la storia tra Jack e Sara, la sua antica fiamma, è giocata sul sesso e sulla prevaricazione mentale piuttosto che sull'affetto. I sacrifici dei protagonisti appaiono più gratifiche personali, atti di orgoglio ("Nessuno sarà il padrone di Jack Barron"), di calcolo invece che d'amore. Tutti cercano più vita, ma la vita che vivono è miserevole, drogati dal piacere del potere. E quando una vita è miserabile nel presente, renderla infinita è solo rendere infinita la miseria.

Come dicevo all'inizio ci sono tante previsioni azzeccate. La parabola del sessantotto, la progressiva disumanizzazione dei rapporti, lo strapotere della televisione. Persino il nome di alcuni presidenti.
Forse la previsione più corretta e insieme più sbagliata è il modo in cui questa immortalità si può raggiungere. In parole povere, si ottiene uccidendo dei bambini, strappando loro delle cellule per trapiantarle nel corpo dei privilegiati.
Così si giustifica Howards, l'industriale:

"Assassinio?" gemette Howards. "Perchè parla di assassinio? Noi due siamo vivi, e due di loro sono morti…per quanto tempo sarebbero vissuti? Al massimo un secolo, e poi, in ogni modo, quei bambini sarebbero finiti nello stesso posto. Morti. Quindi, costa due vite dare a due persone due milioni di vite. Non capisce? la vita è in vantaggio un milione a uno! (…) Non farlo, quello sì sarebbe assassinio, assassinare se stessi, gettarsi nel cerchio nero (…)

 Ma l'orrore che il procedimento suscita – persino in un mondo così cinico – è troppo grande per tutti, compresi i bastardissimi protagonisti.

Oggi, quarant'anni dopo, quello stesso fatto che per l'autore sembrava troppo da reggere – uccidere degli innocenti per tenere in vita altri – nella nostra società suscita al più una scrollata dii spalle. Tanto siamo cambiati. Tanto ci hanno fatto cambiare.
Howards ha vinto, nel nostro mondo. Non è Jack Barron che ci può salvare.

Un vuoto a forma di croce

Oh, l’idea poteva anche essere buona. Chiamare artisti a ridisegnare il crocefisso, a riempire lo spazio della croce. Nella sua forma artistica medioevale classica, che abbiamo visto tante volte: Cimabue, Giotto.
 Certamente sono bravi, questi pittori. Ma sono lontani un milione di chilometri, dall’altra parte dell’universo rispetto ai loro avi. Che riempivano la croce con il Crocefisso, con Cristo. Che riempivano la croce con il senso della croce.

Questi, invece, riempiono la croce con loro stessi. Con la loro idea di un cristo, nei casi migliori. La croce diventa un esercizio di bravura, non uno strumento di morte. Non uno strumento di redenzione.

La croce non è un vuoto da riempire. E' il pieno più pieno che si possa immaginare, un pieno che riempie il mondo.

Si esce dalla chiesa, si esce dalla mostra con la sensazione di amaro, di tradimento, di incomprensione.
Sulla croce voglio qualcuno che mi salvi, non qualcuno che salga lassù solo per farsi vedere.
Che è quasi come entrare in chiesa solo per dare un'occhiata, e non per farsi trovare da chi lì dimora.

Cattivo, cinico, con cuore

Una brevissima recensione del film "Cattivissimo me".
Si ride. Parecchio.
E sotto la semplicità da favola tratta un tema importante: il perché si cambia.

Si cambia quando il tuo cuore si innamora.
Il cuore si innamora quando vede un bene per sé che non pareva possibile.
Ma occorre essere veri uomini. Avercelo, questo cuore. Sapete quando ci si rende conto che il protagonista del film è sì cattivissimo, ma può cambiare? Quando decide di rubare la luna. Meglio: quando si capisce che lui non la vuole solo per dimostrare di essere il più cattivo, per possederla, ma alla luna ci tiene veramente. Insomma, che il suo cuore è grande, vuole le cose grandi, non si accontenta e non è piccolo e meschino. Il primo requisito per smettere di essere cattivissimo, perché uno è cattivissimo quando vede solo sé.

Così come il protagonista dell'altro film finalmente in programmazione nelle sale: quel Porco Rosso di cui già vi parlai, opera del grande Miyazaki. Qui abbiamo un pilota che le delusioni e il cinismo hanno trasformato in un umano dal volto di maiale. Sarà l'incontro con persone vive a risvegliare il suo grande cuore.

Perché opere come queste sono tanto belle? Perchè in esse c'è più verità di quanta normalmente tentino di ammannirci, cercando di convincerci che siamo solo istinto o sentimento.
Il cuore non è un sentimento: è il nostro collegamento con il centro delle cose. Anche certi film possono essere allenamento perché lo sia veramente.

O-saki ni

Sul sito di streaming scorro le ultime novità dell’animazione giapponese. Poche cose realmente interessanti. Le tendenze sono horror scollacciati e polpettoni romantici. Un breve video musicale attira la mia attenzione. E’ tecnicamente notevole, e mi ricorda come stile Satoshi Kon, uno dei miei registi preferiti. Già, Satoshi Kon. E’ un pezzo che di suo non vedo niente di nuovo, chissà su cosa sta lavorando. Digito il suo nome per la ricerca in rete, apro la pagina dei risultati.
Mi blocco, incredulo.
Satoshi Kon è morto due settimane fa.
Se l’è portato via un cancro, in tre mesi. Aveva circa la mia età.

Sono profondamente commosso. Lo sguardo umano dimostrato da questo sceneggiatore e regista nelle sue opere era assolutamente non comune. E che tipo di persona eccezionale fosse si capisce anche dalla profonda lettera di addio che ha lasciato sul suo sito.
Che dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che per costruire occorre avere sul mondo uno sguardo di amore e curiosità.
Ci mancherà, quello sguardo.

La cosa che più mi ha impressionato ve la lascio come conclusione.
Si potrebbe dire che andarsene così, nel pieno della vita e della carriera, con tante cose ancora da dire e da fare, potrebbe riempire di odio e recriminazione. Ecco invece il termine del suo scritto, le ultime parole che ha destinato a quanti lo hanno apprezzato artisticamente e umanamente:

Con il cuore colmo di gratitudine verso tutto ciò che esiste di buono a questo mondo, poso la mia penna.
Vogliate scusarmi, ora devo andare*.

* お先に (o-saki ni)

Fuori dalla palude

No, i cartoni animati di Walt Disney non mi piacciono. Prendono le favole e ne fanno un polpettone moralista. Nella migliore delle ipotesi.
Non per niente la Disney è andata a ramengo. Uccisa da new agismi e Re Leone, Koda e figli di Pippo vari. Per non parlare di Winnie Pooh. Ouch. 
Poi, la Pixar. E quel geniaccio di Lasseter. Ogni film più bello del precedente, senza sbagliare un colpo. Fino a guadagnare abbastanza da prendere in mano il vecchio colosso bolso.

Ecco, nonostante questo alla "Principessa e il ranocchio", il primo film animato tradizionalmente della nuova gestione, non avrei dato un soldo. Stella in cielo alla Pinocchio. Protagonista in sospetto di politically correct. Voodoo – e quando mai?
Invece…

Invece è una sorpresa. Non solo il film è godibile, bene animato. Non solo musiche e canzoni sono azzeccate. Ma per la prima volta, seppure in maniera velata, un film targato Disney appare addirittura cristiano.

No, non farò spoiler. Ma la stella che in Pinocchio era solo un volontarismo peloso qui ha ben altra valenza e ruolo. Prestate attenzione a ciò che muove una certa lucciola – a differenza degli altri protagonisti. E al nome del suo vero amore.
La "principessa" del titolo, dura e pragmatica, ad un certo punto dice all’insetto: "Il fatto di desiderare una cosa non la rende reale". Ma risulterà invece essere proprio quell’amore l’unica cosa non illusoria di tutte le loro peripezie. Già, perché la differenza tra ciò che si desidera e ciò di cui si ha bisogno – vale a dire, la realtà – è proprio il tema portante della pellicola. Che consiglio, senza riserve, a grandi e piccini.

La Disney è cambiata. In meglio. E a quanti non gradiscono la svolta, non resta che madare giù il rospo. O ranocchio che dir si voglia.

Avatarro!

Ah, Avatar! Cliccare sulle figure e mettere gli appositi occhialini per vederne la fumetto-recensione in 3D.

Colonna sonora: "In the Na’vi"

Gorgonzola e cioccolata

Io la televisione la vedo abbastanza poco. Altro schermo preferisco, come potete immaginare. In fatto di gusti televisivi, poi, io e mia moglie siamo abbastanza divergenti. Pochi gli spettacoli che ci accomunano. Uno di questi sono sicuramente le investigazioni mediche del dottor House. Quando l’ora arriva, bimbi a nanna e, una volta tanto, si guarda assieme lo stesso tubo catodico.

Fatta questa premessa, non vi sembrerà strano il fatto che vi parli di un libro sul dottor House. O meglio, che prende a pretesto il nevrotico medico per parlare d’altro. Un qualcos’altro che mi sta a cuore: il Vangelo.
Come, come? Il Vangelo secondo Dr.House? Ma è come mischiare il cioccolato con il succo di limone (acido). O il gorgonzola, come chiosa anche il suo autore. Che è ben conosciuto per questi arditi cocktail, avendo sotto i miei occhi osato unire ai sacri libri anche cose tipo Star Trek e Guerre Stellari (per non parlare di Potterismi vari).

Eppure lo scorbutico, drogato, cinico e ateo medico non è così un cattivo soggetto. Ovvero: lo è certamente, ma la sua ossessione per la verità, il suo essere lontano da ogni conformismo e luogo comune, l’essere conscio delle sue (molte) debolezze lo rendono adatto a svelare le nostre, di magagne.  
Così, tra citazioni e notizie, potremmo anche scoprire che quel personaggio fittizio non è poi da buttare via del tutto come guida spirituale, e vale la pena di chiedere il suo aiuto. Per aiutarci nello diagnosticare il nostro male di vivere, e trovarne la cura. 

 

Un’ultima cosa

Uno dei vantaggi della TV digitale è che ci sono un sacco di canali di cui non sai cosa fartene, ma che possono riservare qualcosa di interessante e inaspettato se hai la pazienza di fare un po’ di zapping extra. O digiti il numero sbagliato.
E così, una domenica pomeriggio, con il conforto di un gelato al cioccolato e di un divano, ho passato un’oretta a rintuzzare gli attacchi dei miei figli che volevano impedirmi di godere di un confronto vis-a-vis tra il Patriarca di Venezia, Angelo Scola, Eugenio Scalfari e Franco Cordelli. Tema, "Le cose ultime".

Cordelli appare spaesato, fuori partita, con la perenne aria di "cosa ci faccio qui". Scalfari guarda gli interlocutori come se avessero pestato una cacca particolarmente puzzolente. Scola invece è a suo agio, rilassato, quasi fosse al bar davanti ad una birra e non in un contronto teletrasmesso con due ateognostici particolarmente tignosi.

La cosa che mi colpisce e impressiona è che Scalfari, nonostante la spocchia e le citazioni dotte, non conosca l’abicì del cristianesimo. Ad esempio, il fatto che la Chiesa esplicitamente affermi la resurrezione dei corpi, e non un generico saltabeccare eterno di anime per nuvolette con un’arpa in mano. Che l’asserito motivo del suo rigetto del cristianesimo sia qualcosa che con il cristianesimo ha poco a che fare forse qualche pensiero al barbuto giornalista dovrebbe farglielo nascere.

Corpo, mente, anima: di questo è fatto l’uomo. Questi sono i tre elementi che occorre tenere sempre bene allenati, per quanto possibile. Senza uno di questi componenti non si avrebbe più l’uomo, ma qualcosa di diverso. Ed è questo l’argomento più forte, in fondo, che ha chi crede per affermare che questa resurrezione ci sarà davvero.

Il vecchio guru del giornalismo nostrano all’inizio della trasmissione come prima cosa ha affermato di essere troppo vecchio per cambiare idea. Da parte mia, io spero di non esserlo mai: è terribile sapersi in errore e continuare a impantanarsi in esso adducendo la scusa di avere il cervello ormai partito. Ma io credo che, una volta morti, la nostra vita continuerà altrove; Scalfari, che in questo non crede, purtroppo per lui è già morto e non se ne accorge.