Insultante e volgare
Avviso a minori e moralisti: nel pezzo seguente si farà ampio uso di termini volgari ad uso didattico. Astenersi se si pensa la propria sensibilità non possa reggere.
Cos’è che fa di una frase o una parola un insulto, una parolaccia? Il collegamento con qualcosa di disprezzato.
Cominciamo con i termini volgari. Fate un elenco di quelli che conoscete. Hanno tutti a che fare con funzioni escretorie, sessuali, con gli animali, con mestieri disprezzati, con handicap. Ciò che li distingue è l’associazione con ciò che si considera “basso”.
Ad esempio dire “Hai fatto una cavolata” è lo stesso che dire “hai fatto una cazzata”, ma la forza e l’agibilità sociale delle due frasi è ben diversa. Letame, sterco, cacca, merda e stronzo sono termini rozzamente equivalenti, ma con gradi di volgarità differenti man mano che diventano più specifici per noi.
Perché “volgari”? Perché di certe cose non si parla, anche se fanno parte della normalità quotidiana di chiunque.
Dire “ti ho fregato” è esattamente lo stesso che dire “ti ho fottuto”, ma dato che il verbo “fregare” non viene più usato per indicare l’atto sessuale come un tempo esso è diventato termine accettato anche in società.
Per quanto riguarda l’insulto bisogna allargare leggermente il discorso. Non diventa importante solo come noi vediamo la parola, ma il danno alla reputazione della persona insultata.
Dare del plebeo a qualcuno, oggi, non suscita grandi reazioni; ma per un nobile di qualche secolo fa era affronto sanguinoso.
L’insulto dipende tutto dal contesto, da cosa si pensa possa abbassare l’interlocutore. Non risiede di per sé nel termine stesso. “Tua madre batte per strada” è una frase che non contiene epiteti di per sé offensivi, ma è sicuramente insultante. “Integralista” è un insulto per chi pensa che il relativismo sia la realtà dei fatti.
Il meccanismo di protezione non scatta solo se l’attacco riguarda noi. La reazione a “figlio di puttana” non è dovuta tanto all’essere figlio, quanto all’implicito abbassare la reputazione di qualcuno che è caro, la madre. Si reagisce per affezione, per l’impulso di difendere ciò che percepiamo vicino. Se mi insultano direttamente posso ridere, perché di ogni menzogna che mi viene detta conosco la falsità. Se vengo toccato in ciò che invece sento di dovere proteggere allora scatto.
La parolaccia è perciò una convenzione, l’insulto un attacco al nostro istinto di protezione. Quali sono le persone impermeabili agli insulti? Quelle che non hanno amor proprio e non tengono a niente; e poi quelle che sono certe di ciò che sono e di quello a cui tengono.
Nel Vangelo siamo ammoniti che niente di quello che viene dal di fuori di noi può abbassarci. Il male, quello che ci butta giù, ci viene da dentro. Nessun insulto ci può toccare, se non quelli che echeggiano di verità. E da questi farci toccare dobbiamo.

Pubblicato il 27 febbraio 2012 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 14 commenti.


“Il male, quello che ci butta giù, ci viene da dentro.”
Infatti Gesù ci ammonisce non solo di non uccidere, ma anche di non insultare il nostro prossimo perché saremo giudicati anche sulle parole che usiamo contro gli altri (Mt 5, 21-22)
Considerazione a margine. (Dello stesso autore).
Ciao Berlì.
Grazie a Sho per avere bene illustrato con due esempi l’insulto di “tipo 2” .
Ovvero, quello di chi ha il cuore così pieno d’odio (o di altra materia di cui si parla diffusamente in questo post) che trabocca.
Dici varie cose vere, ma stavolta devo dichiararmi in disaccordo (è un mio tratto parlare più per criticare che per lodare, non farci caso).
Chi ci attacca è vero che non ci tocca direttamente se sappiamo ciò che conta ed il nostro valore; ma non basta, distruggerci agli occhi degli altri è un danno concreto innegabile; e pure non ce ne fregasse niente, perchè siamo impermeabili in qualche modo, abbiamo ruoli e rapporti con altre persone che richiedono di difendere la nostra reputazione.
E questa era una ovvietà su cui anche tu sei d’accordo, diciamo che non avevi voluto toccarla, ma secondo me non si può ignorare.
Più insidioso è il discorso iniziale. Sostengo che non è per niente vero che le parolacce riguardino cose che disprezziamo. Al contrario, riguardano precisamente cose che temiamo.
Timori difficili da ammettere, realtà che finiamo per tenere nascoste. Il sesso (in cui è messo pericolosamente in gioco il proprio futuro, l’autostima,…), le cose schifose-sporche (istinto di repulsione che parte da un sostrato reale di rischi sanitari), la persona in qualche modo deviante (già colla sua esistenza mette in discussione il mio mondo, spesso poi porta danno alla società, magari non avendone colpa).
Il disprezzo, quando c’è, al massimo è proprio una copertura.
Tirare fuori riferimenti sessuali quando l’oggetto in discussione è una riunione saltata, una sfida tra ragazzi o un motorino di avviamento non è altro che cercare di mostrare che non hai paura delle cose che sotto sotto temi. “Che crede, signora, che io che sono meccanico non sappia riparare la sua auto? Fa la faccia come una che non si fida? Senta come le dimostro che sono uno che parla di cose delicate e normalmente nascoste come se fossero pietre della strada!”
Questa è la volgarità. Mettersi sotto i piedi, per ostentazione, cose che in qualche modo, sotto sotto, senti più grandi di te, per cercare di nascondere una insicurezza del momento.
Il massimo poi, per voler andare oltre, è la bestemmia, che mescola il Dio che si teme con questi elementi che vengono da paure di tutt’altro genere. La mescolanza di questo tipo è particolarmente estrema e disturbante; fingere di essere disinvolti nell’usarla è il modo più intenso di mostrare la finta spavalderia di chi si atteggia superiore a tutto, mostrando che non ha paura di niente e di nessuno, ed invece ce l’ha.
AlphaT,
Quello che tu affermi sulla reputazione io lo dico tra le righe. E’ anche vero che se fossimo abbastanza liberi potremmo fregarcene della reputazione. Realistico? Anche questo sarebbe interessante pensarci un poco su.
Tu poi sostieni che le parolacce non riguardano quello che disprezziamo ma quello che temiamo. Non mi convince tanto.
Gli escrementi non li temiamo: che siano un rischio sanitario lo sappiamo solo dopo Pasteur. Quando diamo dell’idiota a uno non temiamo di essere idioti, diciamo che ragiona male accomunandolo a qualcuno che ragiona male, e non è degno di essere ascoltato.
In questo senso la bestemmia diventa un mezzo per “abbassare” la realtà. Infatti la bestemmia è associare qualcosa che si disprezza a Dio, esaltandosi nel frattempo. Hai ragione sui vari “caz…” e “minc…” che abbondano sulle labbra (se così si può dire) di ragazzi e non ragazzi, sono in qualche maniera un dimostrare di essere grandi e potere pronunciare quelle parole proibite. Ma non sono proibite perché temute, ma perché ritenute non degne.
Che gli escrementi siano un rischio sanitario ce lo dice in maniera molto obliqua l’istinto ben prima di Pasteur.
Poi ci sono altri piani che probabilmente non ho mai saputo analizzare.
“La fase anale”: le feci come prima cosa che “produco” e di cui andrei orgoglioso. Ma poi subito mi insegnano ed impongono a nascondere. Questo fa curiosamente il paio con il fatto che per gli animali le deiezioni marcano il territorio, sono un segno di dominio. O si nascondono quando si è sottomessi.
Anche in questo modo, siamo sempre su “cose sporche sulle quali non devo osare”.
E’ inutile, la parolaccia esprime insicurezza, è un tentativo di recuperare come dicevo prima.
Le parole proibite “perchè ritenute non degne”? Come si giustifica? Che vengano da un timore lo si vede da troppi aspetti.
si comincia con le parolacce
e si finisce con la perdita della santita’
Francamente, AlphaT, le freudiane “fase anale” ecc. mi sono sempre sembrate un’enorme ca…stroneria. Gli escrementi sono stati studiati apposta per disgustare: puzza, consistenza, sapore (immagino ;-)) in maniera da disincentivare il nostro mischiarci con essi.
Un attimo fa, al posto di castroneria, stavo per usare un’altra parola per ca*. Dovuto all’insicurezza? Non mi sembra, dato che se vogliamo i significati sono equivalenti. Castroneria è una parola di cui, essendo diventato inattuale il significato, si è persa la connotazione sessuale.
Se voglio esprimere lo stesso concetto senza utilizzare metafore di tal tipo mi trovo in difficoltà. Mi sembrano “non veritiere”? Mi sembrano “malpensate”? Degli enormi fraintendimenti? Non funzionano, lo vedi anche tu. Il significato semantico di castroneria in questo contesto è proprio “qualcosa tirato fuori da uno che non ragiona bene”, qualcosa di disprezzabile.
L’etimologia è buona per la storia, non per capire ciò che una persona esprime in un certo momento, comunicando con certe parole piuttosto che altre. Nonostante il significato originario di una parola, cosa significa oggi? Se è generalmente considerata una parolaccia, o un insulto (tipo: nigger in America), il mio usarla denota una particolare scelta, tendenza, esigenza…
Rinunciare alla parolaccia mi ha aiutato a capire tante cose, negli anni. A controllare quello che dicevo, invece che farmi portare e seguire il mucchio. A dare valore al ragionamento, invece che rassicurarmi con l’approvazione degli astanti.
Saranno ormai 30 anni che osservo dall’esterno le persone che “parlano male”. Credo che poche persone al mondo abbiano questa esperienza. Per questo le tue spiegazioni sono ai miei occhi semplicistiche.
La dialettica è invece tutta su osare/non osare. Nigger è diventata una bad word non perchè sia disprezzata, ma perchè richiama pensieri che uno non osa pensare.
“Figlio di…” non è un insulto particolarmente forte perchè chiama in causa una professione disprezzata, ma perchè mescola il mancare radicalmente di rispetto ad un genitore, che è rompere una cosa delicata, a cui non si osa pensare, con il parlare della sessualità di un genitore, idem come sopra, con qualcosa di ancor più lacerante, una realtà che trasforma l’intimità in merce da sciupare, sfrutta le persone pretendendo che tutto ciò sia un nulla, quindi spaventa, ti mette in soggezione, ma la sbandieri per far vedere che sei superiore persino a quello, e la inserisci in quello che dici con disinvoltura.
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Non so, AlphaT. Continua a non convincermi. Perché “nigger” sì e “differently coloured” no? Se fosse la paura, identificando il medesimo bersaglio sarebbero equivalenti. Se tutti, nel sud, chiamavano “nigger” i negri, dove sta l’osare o il non osare? Se in un certo senso è “gloria” insultare il nemico, badge di merito, non vedo come la trasgressione possa entrarci.
Ora, non nego che in certi meccanismi avvenga proprio così. Come quel bambino che continuava a urlare “c****!c****!” in piazza con aria compiaciuta e i genitori che lo trascinavano via. O un certo “comico” di cui ho parlato altrove.
Ma se vogliamo ad un livello superiore, decisionale, consapevole. Io qui mi concentravo su come si identifichi la parola “cattiva”, cosa la distingua dalle altre.
Dipende dal contesto. Io stesso mi sono sorpreso a pensare, su questa pagina, che nigger è diventato, in un certo contesto moderno, come una parolaccia. Certo non lo era finchè non è diventata proibita. La paura non è della persona “nera”, ma del mostrare un proprio sentimento inconfessabile.
E forse rimane differente, perchè l’osare mettere in piazza le “vergogne” è qualcosa di ancor più radicale. Ecco, della sessualità uno se ne vergogna senza disprezzarla.
Ne consegue, caro AlphaT, che le parolacce dette da un esibizionista o un “rozzo” non sono vere parolacce, perchè se uno non ha paura nè si vergogna del sesso, anzi, l’ostenta, allora non percepisce neanche che la parola usata è “proibita”.
Ovvero: se è come sostieni il turpiloquio in certi ambienti è “puro” come acqua di rose, perché il tema delle parole non viene percepito come fonte di paura o vergogna,
L’ostenta proprio perchè ne ha paura.
Non c’è il turpiloquio puro.