6.520.000 vedute del monte Fuji


I racconti, un tempo, erano i soli mezzi per vedere terre lontane. Che il narratore fosse Marco Polo o un anonimo pellegrino, erano le parole che ci facevano viaggiare con gli occhi della mente.
Poi è cambiato.

Un dipinto, un disegno, possono riportarci l’aspetto di persone e luoghi che non conosciamo. Quanto fossero simili a verità i quadri antichi solo l’artista lo poteva dire.
Poi è cambiato.

E’ giunta la fotografia. E poi la fotografia in movimento. La realtà, nel suo aspetto esteriore, colta nel suo attimo e diffusa in innumerevoli copie.
Se voglio sapere com’è fatto il Monte Fuji digito il suo nome, e 6.520.000 immagini sono a mia disposizione.

Si dice che la troppa offerta genera inflazione. Avere sulle punte della dita lo scibile umano forse ci fa perdere un poco di vista la fatica e l’impegno necessario per conquistarlo. Ci fa disimparare cosa sia disegnare trentasei vedute di quel monte, una a una. Il loro valore.
I pochi libri della mia giovinezza mi erano preziosi. I più belli li ho consumati a forza di riguardarli, letti e riletti cento volte. Le 6.520.000 vedute del Monte Fuji non ci portano più vicini ad amare il Monte Fuji di un singolo suo disegno sul quale sognare.

Il mondo è a mia disposizione, ma se non so dare valore ad ogni suo sasso, ad ogni suo monte, quanto ne ho guadagnato?

 

About Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' sù un pò giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Posted on 23 gennaio 2012, in meditabondazioni and tagged . Bookmark the permalink. 3 commenti.

  1. Sto leggendo in questi giorni (forse tardi alla mia età) il libro di Georges Perec “La vita istruzioni per l’uso”, titolo dimenticabile di un testo che sinora mi appare geniale. Uno dei protagonisti decide di passare venticinque anni della sua vita a dipingere ogni due settimane l’acquerello di un porto, che un suo fidato assistente provvederà poi a smembrare e ridurre a puzzle. I successivi venticinque anni l’originale personaggio decide di trascorrerli a ricomporre quei puzzle.
    Il tuo racconto mi ha fatto collegare, forse aribtrariamente, le due cose. C’è un valore nella lentezza che certo il nostro tempo sembra aver perso. Nella riproducibilità è il rischio ma anche nella sottovalutazione della visione soggettiva delle cose. Ne deriva, mi pare, anche il rischio di sentire che viviamo esperienze giuste e belle soltanto se sono le stesse, esattamente le stesse, degli altri. Come se andando presso il monte Fuji dovessimo cercarne non uno scorcio che ci ha colpito ma una fotografia che in tutto ricalchi gli altri milioni già presenti.

  2. Non c’è valore nella lentezza in sé, quanto nel gusto che una cosa può dare e che, se centellinato, è più evidente perché permette a noi di rendercene conto.
    E’ come passare in treno accanto ad una folla e vedere confusamente tante persone; oppure avvicinarsi e di ognuna sentire la storia, e magari innamorarsi di un volto tra quelli.
    Il nostro cervello può elaborare solo un certo numero di informazioni per secondo. Il resto va perso.
    Magari anche quello che potrebbe cambiarci la vita. (uh, interessante…c’è da farci un post)

  3. Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?

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