L’evoluzione della scarpa da calcio nella penisola iberica

A Madrid ci sono andato con tutta la famiglia.
Per evitare mugugni ognuno di noi ha avuto il suo contentino. Mia moglie teneva alla beatificazione, io ho supplicato che mi abbandonassero dentro al Prado…mio figlio ha ottenuto che la prima cosa ad essere visitata da noi a Madrid fosse il Santiago Bernabeu.
Per quelli che masticano di pallone ancora meno di me, il Santiago Bernabeu è lo stadio del Real Madrid, che è la squadra di calcio che in assoluto ha vinto più titoli sportivi. Per un prezzo immondo si può girare tutta la struttura, dall’alto degli spalti fino agli spogliatoi e al terreno di gioco, passando per l’impressionante galleria dei trofei. E di gente che fa il tour ce n’è.

Una cosa che mi ha colpito dell’esposizione è stata l’evoluzione delle scarpe da pallone dalla fondazione del club, nei primi anni del ‘900, ai giorni nostri. Le scarpe da calcio ai tempi delle guerre mondiali erano indistinguibili da scarponi da montagna artigianali. Intonate ai palloni, che erano ordigni di cuoio marroncini vagamente sferici.
Con il passare del tempo le scarpe sono diventati via via più fini, leggere, soprattutto colorate; fino agli eccessi odierni.
Le calzature sono passate dall’essere utili all’essere ornamentali. Quando eravamo ragazzini sognavamo le scarpe da pallone per, sembra strano oggi, giocare a pallone. Quelle di oggi sembrano fatte per esibirsi.

Subito dopo il Santiago Bernabeu siamo andati a visitare il museo Reina Sophia. In questa enorme struttura sono ospitati artisti dal ‘900 in avanti. L’opera più famosa in esposizione è senza dubbio “Guernica”, di Picasso.
Davanti a questo gigantesco quadro c’era un capannello di persone. Ho guardato le loro facce mentre cercavano di decifrarne il contenuto. Cos’era, perplessità? Disagio? Nessuno sembrava realmente affascinato.
Nella stragrande maggioranza dei casi quanto esposto nel museo sono forme, colori, suoni raramente gradevoli o che necessitano di vera maestria. Verso la fine l’ho girato praticamente di corsa, non scorgendo niente che non potesse essere afferrato con un’occhiata.
C’era anche un’esposizione temporanea. L’artista in questione aveva un paio di sale occupate da decine di copie quasi indistinguibili tra loro di una sua composizione di successo. Rafiguranti un mazzo di fiori, dipinti un po’ approssimativamente, e una merda. Sì, avete letto bene. “Shit and flowers“.

Non posso fare a meno di paragonare l’evoluzione di scarpe e palloni con il percorso, in una certa maniera simile, che ha compiuto l’arte.
Passata dall’illustrare il reale a riprodurre il reale, a tentare di riscriverlo ed infine ad insultarlo. Dai minuziosi crocefissi fiamminghi ai feroci e orrendemente disegnati sbeffeggiamenti di quello stesso crocefisso. Non penso sia un caso che la schiacciante maggioranza degli autori esposti aderisse a quell’ideologia che nel secolo scorso ha battuto ogni record in quanto a devastazioni, e la cui autodistruzione ancora non è stata compresa.

Prima o poi qualcuno si accorgerà che l’arte vera nel frattempo è andata da un’altra parte. Che il senso della scarpa non è essere colorata, stupire. La vedi una volta, fai oh, ma se quella scarpa non calcia bene il pallone non serve a niente. Non è una scarpa. La seconda volta che la vedi sei annoiato. La terza cerchi una scarpa vera.
E vai al Prado, a vedere ciò che è davvero bello.

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Quanta bella gente

Quanta bella gente c’era a Madrid, nei giorni scorsi. Bella davvero.
La guardi, e ti dici: sono anche loro qui per questo.
Non c’è da sbagliarsi. Al confronto gli altri che vedi in giro appaiono scipiti, sgradevoli, e se sono allegri è un’altra allegria, un’imitazione dell’allegria che vedi in quella gente bella.

Gente bella perché allegra, gente allegra perché ha ragione di esserlo. C’è speranza, c’è certezza, c’è un senso, è questo che rende lieta la vita.
Tutti testimoni, da ogni parte del mondo. Ci si riconosce, ci si chiama, anche se non ci si conosce. Tutti, tutti testimoni.

Testimoni di che, voi direte? Di quella bellezza, appunto. Del fatto che è possibile, che c’è.
Guardateli: è possibile negarlo?
Sì, è possibile. Ma i ciechi possono tornare a vedere.

Madrid, cerimonia beatificazione di Alvaro del Portillo, dell'Opus Dei

Domande

Imparare a chiedere non “Dio, perché mi hai abbandonato?”

ma

“Dio, perché mi hai voluto qui?”

solo

Pietre che rotolano

La valigia è fatta. L’aereo è all’alba.
L’uomo deve muoversi per qualcosa. Chi non risponde agli stimoli è, per definizione, il cadavere.
Muoversi, però, che fatica. Ci si deve spostare. I ritmi abituali sono sconvolti. Si spende tempo, si spendono soldi che avrebbero potuto essere usati altrimenti.

Si dice che la pietra che rotola non raccoglie muschio. A me però il muschio piace. E’ verde, fresco, è piacevole sdraiarsi sopra di lui.
Però nasconde cosa c’è sotto. La roccia viva.

Quando in montagna mi accade di smuovere un sasso mi sento un poco in colpa. Chissà da quanto tempo era lì quella pietra, quanti millenni in quel muretto. Magari a piazzarla lì è stato un mio antenato di epoche passate, ed ora l’ho costretta ad abbandonare il suo nido di insetti e licheni, la compagnia delle altre rocce con le quali intesseva conversazioni troppo lente per essere percepite da oreccho umano.

Ed ora tocca a me rotolare un poco. Fossi stato solo sarei rimasto nel mio confortevole buco. Ma la mano che ti muove può essere anche quella della Provvidenza.
Se la vita è un viaggio verso una positività, verso una bellezza che spesso ci rimane nascosta, allora è proprio così.
Rotoliamo via. Verso cosa? Non lo sappiamo.
Ma questa è l’essenza del rotolare.

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Perdonare

Il perdonare riconoscendo la verità si chiama misericordia.

Il perdonare facendo finta che la verità non esista si chiama complicità.

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Semi

Alla messa del Papa, la settimana scorsa, c’erano un milione di persone. Un albanese su tre.
D’accordo, molti probabilmente erano curiosi occasionali. Mettiamo anche questi fossero la maggioranza. Ma per un paese in cui per quarant’anni e passa non ci sono stati né suore né preti perché li ammazzavano tutti certo dà da pensare.

Fa una certa impressione leggere gli opuscoli albanesi di “ateismo scientifico” e trovare paro paro i ragionamenti di certi nostri intellettuali e giornalisti. Per rafforzare le tesi degli opuscoli venivano usate la tortura e le esecuzioni. Il tutto così vicino all’Italia che la si può vedere, quella terra, nelle giornate serene.

Adesso i martiri sono in altri paesi, appena più distanti, ma non cambia la nostra indifferenza, il facile orrore di un momento e poi la dimenticanza. Lasciate che vi faccia una previsione: neanché laggiù, nonostante massacri e sangue e fughe i demoni riusciranno nel loro intento. I semi si nascondono in profondità.
Saremo solo noi, piante senza radici, a seccare.

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Di cani, figli, padroni

Si dice che i cani assomiglino ai loro padroni. Ed è vero, generalmente. Tendiamo sempre a proiettare noi stessi sulle cose che ci circondano. Vorremmo cambiarle perché ci riflettano. Vale per gli animali. Ma vale anche per gli uomini.

In un rapporto di coppia, la prima cosa che si impara è che occorre rispettare la libertà dell’altro, l’essere dell’altro. Non cercare di imporsi. Se ciò accade, si smette di essere una coppia. L’uomo è un solido incomprimibile. L’altro non è una nostra estensione. Se lo diventa, consegna a noi la sua umanità, diventa meno che umano. Quello che ci lega cessa di essere amore, se mai lo è stato.

Quello che descrive una famiglia è usare la propria libertà per un bene comune. Quando ciò non avviene vi è una sofferenza. Una violenza.
I figli sono deboli. La caratteristica del bambino è proprio quella di essere completamente dipendente dall’adulto, dalla forza dell’adulto.
L’adulto può cercare di proiettare su di lui i suoi desideri, le sue aspirazioni, proprio come potrebbe fare su di un cane. Ma il bambino è un cucciolo d’uomo, e quindi è anch’esso incomprimibile. E qualsiasi genitore se ne rende conto presto.

I nostri figli sono altro. Sono altro da noi, dai nostri desideri. Un genitore è tale solo se riconosce questa diversità e, per amore, l’aiuta a svilupparsi.
Quante volte abbiamo fatto il gioco “a chi assomiglia questo bambino”, il preferito delle vecchie zie. Ma l’arrestarsi alla fisicità della somiglianza può impedirci di vedere ogni preziosa differenza.
Se una persona osasse dire “questo figlio deve essere così, o non essere”, vuol dire che non è un genitore. Perché il genitore è colui che accoglie, ed accoglie perché ama.
In caso contrario è solamente uno che sceglie il cane che più gli piace. Il giocattolo fatto a sua immagine, di cui essere padrone. E lo abbandona la prima volta che sporca il tappeto, o bisogna partire per le vacanze.
E’ il test di Salomone. Amare il figlio più del nostro desiderio di esso.

Se si fallisce, meglio comprarsi un cane.

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Matrimonio di convenienza

Questo per quanti volevano il Parlamento Mondiale, si illudevano sul prossimo Governo Terrestre. Oh, ci avevo creduto anch’io da ragazzo. Ma poi si impara, e si vede cosa sia l’utopia nel senso peggiore del termine.

Anche se la Scozia rimarrà nel Regno, che sia Unito davvero è solo una favoletta che stanno cercando di ammannirvi. Quando la metà meno pochi decimali di una coppia vuole separarsi, è difficile poter dire davvero che si tratta di una unione felice. La democrazia non è un’animale manicheo, e anche se prende decisioni o bianche o nere questo non significa che, dopo, tutto sia a posto.

La verità è che quando un matrimonio non è d’amore ma di convenienza, uno fa cosa trova conveniente. Non c’è fedeltà. Lasciamo pure perdere l’onore e tutti i giorni della vita. L’eternità è per ciò che riguarda l’eterno: concordanza difficile da trovare tra due esseri umani, figurarsi cinquanta milioni o sette miliardi.
Utopia sarebbe pensare che tutti si possa vivere d’amore e d’accordo, quando il condomino dell’appartamento accanto ci odia. Solo la convenienza, la pigrizia o la violenza possono tenere su il rapporto. Un rapporto che durerà fino al prossimo inevitabile dissidio.

Per questo il matrimonio vero è differente: perché si chiama a sigillarlo Qualcuno che è al di sopra della nostra presuntuosa convenienza, del nostro ineliminabile egoismo. E’ il motivo per cui occorre diffidare delle imitazioni.
Dato che senza una forza più grande su cui contare arriva un momento in cui la soglia del 50% di chi vuole separarsi viene superata, e nessuno dal di dentro può impedirlo.
Dopo ci si ritrova soli, come si è sempre stati.

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Pretese

Se non riconosciamo chi siamo non ci è possibile generare.
Le cose che crescono senza avere coscienza di fare parte di un’unità, di un tutto organico, e pretendono di essere loro tutto, si chiamano cancri.

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Deserto

La vita è una ricerca della letizia.
Ma non c’è letizia senza utilità; non c’è utilità senza generare qualcosa. La letizia arriva dal riconoscere chi siamo e generare quello che verrà.
Al di fuori di questo c’è solo il vento che soffia sopra al deserto e svanisce.

Il sogno delle macchine volanti

L’ultmo bellissimo film di  Miyazaki “Si alza il vento” è la storia romanzata della vita di uno dei più grandi progettisti di aerei del secolo scorso. Il protagonista, fin dall’infanzia, sogna macchine volanti; non potendo pilotarle decide di crearle con le sue stesse mani.
L’opera suggerisce che occorra spendere la propria vita all’inseguimento dei propri sogni, delle proprie speranze. E’, se vogliamo, l’invito a rincorrere l’attimo fuggente non come ricerca di piacere momentaneo, ma come ideale. Un ideale che tuttavia si sa già essere falso, e destinato alla corruzione.

Può essere d’aiuto, per capire meglio, leggere quel poema dai cui versi finali è tratto il titolo del film. E’ “Il cimitero marino“, di Paul Valery. Racconta con in un stile poetico quasi impressionistico la visita ad un camposanto e i pensieri che questo suscita. L’autore, meditando tra le tombe, ricorda che siamo tutti destinati alla corruzione, rifiuta il concetto di immortalità e sostiene che, invece di struggerci nella memoria, dovremmo tentare di vivere al meglio il nostro breve momento.

Posso dire una cosa? Hanno ragione. Se veramente tutto finisce con la tomba, e le nostre tracce si cancellano per sempre, cosa altro si può cercare di così nobile e degno?
Ma che tristezza, vivere seguendo consapevolmente un’illusione. Inseguire il sogno delle macchine volanti senza capire, senza vedere veramente il cielo.
Forse è questo il punto vero della questione. Se il cielo è solo aria sulla quale fare veleggiare i propri sogni, quei sogni stessi saranno nuvole destinate a dissiparsi con l’arrivo del vento della notte.
Nel film sopra citato uno dei protagonisti asserisce che preferisce vivere in un mondo con le Piramidi, piuttosto che in un mondo senza Piramidi. Ma cos’è che fa costruire le Piramidi? Cosa sarebbe l’uomo senza questa spinta a cercare qualcosa che sia più di lui, che duri più di lui, sia più forte della morte e dell’oblio? Senza il desiderio di salire più in alto?

Si può considerarla illusione, ma esattamente come sarebbe illusione cercare di fare volare un aereo senza aria. Senza niente che sostenga le ali ogni veicolo e ogni sogno si infrangono, per quanto bene progettati. Non volano neanche.

Il nostro sogno è un paradosso, perché insegue sì la vita, ma uccide: macchine volanti che si trasformano in ordigni di morte, distruggendo alla fine anche se stesse.
Non è lo stesso con ogni desiderio puramente umano? Giunge un momento che, per portare quel desiderio avanti secondo il nostro progetto, si comincia a fare del male. E ogni cosa si dissolve, sfuggendoci di mano e trasformandosi nel suo contrario.

Ci vorrebbe un cielo cristallino nel quale volare, fare sì che quel cielo non sia il mezzo per fare librare le macchine della nostra immaginazione, ma la meta per il quale le costruiamo . Ci vorrebbe un amore così grande che non fosse il modo di trovare la nostra soddisfazione, ma la casa nella quale abitare. E, alla fine, essere felici.

Cercare di vivere

Ci sono certe pizze che è difficile mangiarle. Sono pesanti, a metà sei già intasato, berresti un fiume per tirarle giù. Invece quando è buona la pizza va giù liscia, ti lascia leggero, il bicchiere rimane mezzo pieno.
Devo ammettere che avevo un certo timore mentre entravo nel cinema a vedere l’ultimo film di Miyazaki, “Si alza il vento”. Dati gli ingredienti, temevo fosse una di quelle pizze indigeribili.
La biografia di un ingegnere, a metà tra le due guerre mondiali, le sue vicende personali anche abbasanza dolorose…eh, accidenti, una peperoni, cipolla e funghi.

E invece finisce come al solito, i lucciconi agli occhi e nessuno si muove dal posto fino alla fine dell’ultimo fotogramma. Se il pizzaiolo – anzi, il regista e sceneggiatore – è un genio, anche il mix più letale sulla carta è invece leggero, poetico, commovente. Non è né Howl la Città Incantata, piuttosto il film più serio e adulto – con la possibile eccezione di Mononoke - del Maestro. Anche se c’è la fantasia fantastica dei sogni del protagonista, questi fanno duro contrasto con la terribile realtà. E’ soprattutto nei bellissimi panorami, verdi pianure e nuvole, e poi nei piccolissimi particolari, un soprammobile, uno specchio, un movimento, che si nota la differenza con altre produzioni, con altri autori. Sono elementi che danno respiro e te lo tolgono, perché rendono vivo quello che accade sullo schermo. Durante la proiezione ragionavo che neanche con gli attori veri c’è talvolta una simile ricchezza ed espressività: quanti si limitano al copione e dimenticano la vita.

E’ un’opera complessa, piena di rimandi e citazioni che si possono anche non cogliere ma che insaporiscono tutto come spezia nascosta. C’è la distruzione della natura e la distruzione ad opera dell’uomo, la generosità e l’imbecillità, la guerra e la tranquillità e il lavoro e l’amore. E veramente non si potrebbe volere di più. Ma il cuore di quello che vuole dirci Miyazaki sta nel titolo.

“Si alza il vento, dobbiamo cercare di vivere” dice la poesia che è l’intestazione del film. E tutto ruota attorno a questa frase. Quando il vento si leva occorre afferrare quello che il vento cerca di strapparci, fosse il cappello, un ombrello, i nostri sogni.
Occorre afferrarli e viverli, fino al sacrificio, fino a quando il vento non tornerà a posarsi e capiremo di cosa erano fatti.

Maestri di senso

Maestro no es el que se aplica a la tarea de enseñar cosas, porque una enciclopedia, en tal caso, seria mejor.
El maestro no enseña cosas sino una manera de tratar con las cosas, una manera de tratar con el incesante universo.

Jorge Luis Borges

Borges ha ragione. Se penso alle cose che so, a quanto ho imparato, mi rendo conto che di tutti gli elenchi che mi avevano fatto studiare a scuola mi rimane ben poco.
Io ho una memoria terribile, però so dove cercare le cose, come trovarle. Riesco a capire dove sta il problema, ho il metodo per risolverlo. E se non ce l’ho ho il metodo per trovare il metodo.
In questo i miei maestri hanno avuto successo. Mi hanno insegnato un genere di conoscenza che non è arida, ma appassionante, che mi fa cercare i limiti delle cose, non mi permette di stare un secondo con le mani in mano. Perché è molto più bello cercare e trovare che starsene ad oziare sciogliendosi nel nulla.
Mi hanno mostrato che l’incessante universo è un luogo meraviglioso, ed è meraviglioso perché ha un senso.

Se non avesse un senso, la ragione sarebbe solo un’illusione. Ma non è illusione questa nostra vita. E la più straordinaria avventura è respirare la sua bellezza fino in fondo.

Che bello se tutti i nostri figli trovassero maestri che insegnassero loro questo, fuori o dentro la scuola.

Educazione su esempio

Femen assolte dall’avere danneggiato un’inestimabile campana a bastonate durante un’irruzione a Notre Dame. Multati i guardiani che le avevano cacciate.

Se volete rigare la macchina al vostro capo, gridate “Mai più Papa” e mostrate le tette.

Una luce diversa

Quante volte uno stesso luogo, una stessa circostanza possono essere diverse a seconda della compagnia in cui siamo. Quando una persona è innamorata anche la più lurida periferia industriale, il ristorante più squallido avranno una luce diversa. Può essere anche una trasformazione superficiale, un ignorare lo sgradevole perché abbiamo occhi solo per il bello, per l’amato. Ma il vero amore si vede perché non nasconde, ma valorizza: ti fa accorgere del bene, piuttosto che nascondere il male.
Il cuore ti si riempie perché lo splendore del vero, del reale viene svelato. Se non è così, è solo illusione e fantasia fugace, un riflesso che un cambio di luce può cancellare.
E ti richiama la strada, in cerca di ciò che è vero.

Universitas diversitas

Giunge notizia dagli USA che la più grande organizzazione studentesca universitaria evengelica, Intervarsity, non sarà più riconosciuta dalle università californiane. Il motivo? Le regole interne dell’organizzazione, che esige che i capi siano – beh, è imbarazzante dirlo – cristiani.

Già, perché non si può chiedere che a capo di una organizzazione cristiana ci sia un cristiano. Sarebbe discriminante: come se a capo di un’associazione vegana non ci potesse essere un macellaio, un analfabeta non potesse avere la possibilità di dirigere l’associazione librai, e il capo dei ciclisti debba per forza sapere andare in bicicletta.
A quanto pare l’identità forte, la convinzione nei propri ideali, non se la passa molto bene da quelle parti. Se non sei dell’opinione che anche un buddista o un islamico potrebbe fare il Papa, bene, accomodati alla porta, non sei abbastanza moderno. Il sapiente a quanto pare non deve credere davvero in niente, e su questo è estremamente convinto.

E’ abbastanza paradossale. Le Università sono nate, cresciute, prosperate proprio nella fede. Sono un prodotto del cattolicesimo medioevale, e in quanto tali spesso era richiesto per insegnare di essere in qualche modo appartenente agli ordini sacri.
Ora invece si insegna che è pericoloso confidare più in Dio che nella sapienza umana.

Pigliamola con allegria. Nell’articolo si raccomanda di non chiamarla persecuzione – le persecuzioni serie sono, come stiamo vedendo, altro.
Chiamiamola allora discriminazione. Fatta in nome della non-discriminazione: ti lascio libero di credere cosa vuoi, basta che sia quello che voglio io.

E, se non sei incasellato, puoi sempre fare un’associazione. Conformata, mi raccomando.

Una gita a Vendicari

Il cielo era una tappezzeria azzurra senza macchie, una promessa di calore che solo il costante vento dal mare sapeva mitigare. La statale correva tra muretti a secco del colore della polvere e agrumeti aridi.
“Manca ancora molto?”
“Dieci minuti.”
Si stava bene, dentro la macchina, malgrado il riflesso del sole già feroce di metà mattina. La ventola dell’aria condizionata ronzava come un’ape industriosa. C’era traffico, anche se meno dei giorni precedenti. La stagione turistica stava per finire. La madre guardò la figlia che giocava con il telefonino sul sedile accanto, il figlio con le cuffiette nel posto anteriore. Suo marito guidava con gli occhi fissi sulla strada. Un altro anno se n’era andato, un’altra estate. Quante vacanze ancora tutti insieme prima che ognuno se ne partisse per la sua vita? Il tempo correva troppo rapido, come le automobili che di tanto in tanto li superavano nella loro cerca frettolosa di chissacosa. Ancora due giorni, e ci sarebbe stato l’aeroporto affollato di valigie e gente abbronzata e nervosa. E poi casa, in mezzo ad un verde che sembrava impossibile in questo luogo di piogge avare. Il lavoro, il telefono che squilla sempre, le scuole e i compiti da finire, gli accappatoi da lavare e riporre nell’armadio per altri mesi freddi in attesa di un nuovo mare.

Casa. Comoda casa, casa familiare. Non più i gigli marini, le chiese barocche, l’acciottolato e le granite. Eppure che curiosa nostalgia per un luogo da cui cercava di fuggire tutto l’anno. Aveva voglia di rivedere piante e gatti, sdraiarsi ancora sul divano, il computer e le chiacchere tranquille. Sapeva che, una volta là, era questo cielo e questo mare che avrebbe rimpianto. Ma che bello un posto che puoi dire tuo, in cui non sei ospite casuale.

Guardò verso il mare, nascosto da colline e da canneti. Un puntolino nel cielo, un elicottero. Si domandò se la spiaggia sarebbe stata affollata – non era molto grande, ricordava – se ci sarebbero state ancora le alghe a formare un materasso sul bagnasciuga.
Come a farle eco, “Odio le alghe” disse sua figlia, che aveva sollevato il viso dal telefonino. Lettura del pensiero? No, una discussione che andava avanti dal mattino.
“Ma il mare è bellissimo” disse suo marito. “Se il mare è calmo, vieni con la maschera a nuotare alla tonnara? Sarà pieno di pesci.”
“Non c’ho voglia” miagolò la figlia, e ritornò al telefonino. Adolescenti.
“Oh oh. Non ci voleva.” Il tono di suo marito le disse che non si riferiva alla nuotata.
Davanti a loro le automobili stavano rallentando. “Un altro incidente. E questa volta l’abbiamo beccato.”
Suo figlio abbassò la musica delle cuffiette. “Arriveremo in spiaggia in ritardo, sarà tutto pieno.”
“Pieno di chi? Siamo tutti qui in coda.”
“Speriamo non sia come ieri.”
Il giorno precedente era andata bene. L’incidente era avvenuto nella direzione opposta, e avevano costeggiato chilometri e chilometri di vetture accodate rese incandescenti dal sole pomeridiano.
“Mah, sembra che ci muoviamo”
Era vero. Lentamente, ma si muovevano.
“Avranno già risolto?”
“Guardate, c’è la polizia laggiù.”
A lato della strada due macchine della polizia, un agente con la paletta in mezzo alla strada mandava avanti le macchine.
“Non è un incidente” mormorò la madre.
“E cos’è?”
“Guardate là, a lato strada”
Erano forse dodici, quindici. Quasi tutte donne, con ragazzi e anche bambini. A piedi nudi, qualcuno con un fagotto, uno zaino di plastica stinta da sole e salsedine. Abbarbicati ai muretti, seduti sulla terra sassosa alla scarsa ombra di di un albero stentato.
“Profughi”, disse la madre mentra sfilavano a passo d’uomo davanti alla piccola carovana. Un paio di agenti appoggiati alle loro auto li tenevano d’occhio. Ma non sembravano avere molta voglia di fuggire. Rammentò l’elicottero, poco prima.
“Ma anche qui sbarcano?” si lamentò la figlia “Qui c’é l’oasi naturalistica.”
“Stessero a casa loro” sbuffò il figlio.
“E invece vengono qui, e li dobbiamo mantenere” disse suo marito.
“Non è un viaggio di piacere” disse la madre “Vi ricordate la settimana scorsa tutti quei morti? Chissà cosa hanno passato per arrivare qui.”
“Ridevano”, disse la figlia. “Ho visto che ridevano”
E questo sembrò chiudere la questione. Ridevano.
La madre si domandò com’era la casa che quei poveretti avevano lasciato. Se anche loro avevano divani, e gatti, da che cosa stavano fuggendo. Cosa era che li aveva fatti attraversare deserti e mari e gente malvagia, rischiando la propria vita, quella dei figli. Ecco, quello dava da pensare. Perché per te puoi anche pensare di fare un viaggio simile, ma i figli…per farlo fare ai figli devi essere proprio disperato.
Ma no, non disperato: con una speranza.

Erano già alle spalle, ora si viaggiava spediti. Tra poco la deviazione, il parcheggio, la lunga camminata tra i canneti fino alle onde trasparenti. Un luogo protetto per tartarughe e uccelli, migranti anche loro. Anche quegli animali sarebbero però ripartiti per un altro dove, in cerca di una casa diversa.
Qual è il posto nel quale il nostro cuore possa alla fine riposare davvero?, si chiese la madre. Dove l’allegria non sia solo perché si è scampati, perché non si è stati presi, ma perché è il luogo dove voglio davvero stare.
E mentre voltavano per l’ultima spiaggia si ricordò di un’antica poesia, che le risuonò dentro per tutto il giorno, tra la sabbia bianca e l’azzurro cielo senza limite.

E subito riprende
Il viaggio
Come
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare.

(Ungaretti, “Allegria di naufragi”)

S’io fossi foco

Sono stufo di coloro che capiscono in profondità la situazione internazionale e non son in grado di comprendere un’obiezione.

Ne ho le scatole piene di chi dall’alto di una posizione che si è autoattribuita disprezza chiunque faccia un’osservazione che non sia pura piaggeria.

Non riesco a sopportare chi fa l’eroe sulla pelle degli altri, chi spiega alle vittime cosa avrebbero dovuto fare, chi giudica ma non accetta di essere giudicato.

Mi fanno rabbrividire coloro che si dicono cristiani e invocano piogge di fuoco letterali o figurate su ogni ingiusto, cattivo, dissenziente. C’è da sperare che non mettano le mani su un mitragliatore, o una bomba atomica.

Quelli che amano solo le vittime e non i loro persecutori fanno come i pagani. Figurarsi quelli che manco amano.

Ed infine, quando incontro qualcuno che indica le pagliuzze negli occhi altrui ed è incapace di vedere le travi nei proprii, mi viene istantaneamente voglia di smettere di legg

 

 

 

Accoppiamento assisitito

Com’è noto, la Corte Costituzionale a proposito della fecondazione eterologa ha stabilito che
“La determinazione di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile o infertile, concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile”
Ovvero io, cittadino, devo pagare di tasca mia perché qualcuno vuole regalarsi il figlio invece del barboncino.
Ma, prima di questo, non c’è qualcosa d’altro di ancora meglio attinente alla “sfera più intima ed intangibile della persona umana” che occorrerebbe considerare?
Ovvero, avere un compagno, una compagna, chiamiamoli così, qualcuno da amare?

Non c’è addentellato che i giudici abbiano sentenziato per l’eterologa che non valga anche per moroso o morosa. I dolori per non essere adeguatamente legati ad un’anima qualsiasi, sia morali che carnali, sono numerosi e documentati da scrittori e poeti fin dai tempi più remoti. Nell’istante in cui lo Stato è obbligato a garantirmi un figlio a tutti i costi, perché non dovrebbe trovarmi prima la persona con la quale eventualmente metterlo in cantiere? Pensate alle ambasce, alla disperazione di tutti i single non per scelta ma per difetto che potrebbero trovare soluzione in una agenzia statale per l’accoppiamento assistito.

Mi aspetto a questo punto che, a spese dello Stato, mi possa essere fornito l’oggetto del desiderio dato che, per parafrasare,
“La determinazione di formare o meno una coppia, anche per l’individuo assolutamente ripugnante, concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile”.

Ti iscrivi alla lista e, dopo gli adeguati accertamenti burocratici e il pagamento del ticket, ti arriva a casa ciò che hai sognato. Prostituzione? Macché, allimite si può pensare come per la madre surrogata ad un simbolico rimborso spese. Mettiamo pure in conto le proteste dei sindacati e dei professionisti, ma la soddisfazione è un diritto, no?

Voi direte: non si può obbligare qualcuno ad accompagnarsi a qualcun altro. Ma se non puoi costringere qualcuno a mettersi con te, allora perché costringere qualcuno ad esserti figlio?

Orrendo è il nuovo bello

Probabilmente l’avete già visto tutti, il manifesto che un’associazione LGBT voleva usare per pubblicizzare una mostra di ciò che da alcuni è chiamata arte. La foto di una donna nuda decisamente obesa che, con aria di sfida, calpesta delle icone.
Non pubblico la locandina perché, se tutto quello che volevano era la pubblicità, ne hanno avuto fin troppa. Se siete di stomaco forte e la volete comunque vedere lo potete trovare in rete, ad esempio qui. Mi interessa di più dire quattro parole non tanto sull’immagine stessa quanto su quello che l’immagine sottintende.

Quando ho visto il manifesto ho mandato questo tweet: “L’orrendo che calpesta il bello. Indicativo.”
Per qualche attimo ho pensato se fosse giusto dare dell’orrendo ad una persona. Poi ho ragionato che non è un caso che la modella se ne stia lì, in posa. La sua è una scelta consapevole: la scelta di essere brutta e di essere orgogliosa della sua bruttezza. E’ lì esattamente per quel motivo, non per altro.

L’orrendo è qualcosa di più e diverso del brutto. L’orrendo è qualcosa che spaventa, atterrisce. Ci fa orrore, per la sua qualità. L’orrendo non ha solo un significato estetico: ha anche e soprattutto un significato morale.
La bruttezza, di per sé, non è orrenda. Io conosco molte bellissime brutte ragazze; e credo che anche voi abbiate in mente delle belle ragazze molto brutte. Lo sgomento che prende nell’osservare l’immagine di cui stiamo parlando non è per i rotoli di ciccia, ma per la loro ostentazione; per l’arroganza esplicita che dice “non è bello ciò che è bello, e neanche ciò che piace, ma quello che io dico che vi deve piacere”.

E’ l’ostentato trionfo del grossolano, del triviale, del blasfemo su ciò che è ordine e bello; è la consapevole arroganza di chi sa di essere dalla parte della moda e del potere, e quindi si può permettere di pisciare sugli altri.
E’ chi parcheggia nel posto degli handicappati o alla fermata del tram; chi ti passa davanti nella fila, chi butta dal finestrino la sua cartaccia, chi ti insulta e ride di ciò che è bello. Chi esalta la pigrizia, il disordine, la violenza. E’ chi si fa beffe di natura e realtà, servo inconsapevole di un potere che vuole dirti lui cos’è arte, cosa non devi essere per essere figo, cool, alla moda. Che ti propone il disgustoso e ti dice che ti deve piacere.
Questo è orrendo.

Il male è proprio questo: scegliere consapevolmente un di meno. Capestare il bello, con ostentazione, dichiarare arte ciò che è orrendo e poi sfidarti a sostenere che non lo sia.
Bene, io accetto la sfida.

La svergognata

Finì che la portarono in piazza trascinandola per i capelli. Su Headbook il suo profilo era stato cancellato in seguito all’ondata di indignazione. “Quando cancellano il tuo profilo sta per succederti qualcosa di molto brutto” disse la vecchia guardando lo streaming, e le sue amiche collegate annuirono saggiamente. Tra i pollici versi c’era stato anche il loro.
Arrivò anche la polizia, e un Magistrato con tanto di mantello. Coloro che tenevano ferma la ragazza la lasciarono andare un po’ a malincuore, ma senza protestare troppo. I poliziotti la trascinarono praticamente di peso, e la tranquilla brutalità delle loro manone strette su quelle braccia già segnate da lividi e sputi rassicurarono positivamente la folla.
La ficcarono in macchina e la portarono al Tribunale, dove si erano già radunati in centinaia, tutti con il telefonino bello alto a strimmare. La buttarono dentro una stanza, di quelle bianche e vuote salvo un tavolo sbrecciato, un paio di sedie di metallo, e un persistente tanfo di disinfettante e urina. Il Magistrato fece un cenno alle guardie, uscite, e quelle li lasciarono soli.

Il Magistrato la guardò per un minuto intero. Lei era piccola, con i capelli scuri sfatti, i segni delle botte sul volto che era stato carino. Non aveva neanche più la forza per piangere o per guardarlo in faccia. Era giovane. Stupida, disse tra sé il Magistrato. “Stupida”, le ripetè ad alta voce. Lei alzò la testa, interrogativa, lacrime secche che rigavano il volto sporco. “Ma io lo amo” biascicò, sopra le labbra gonfie e rotte.
“Stupida!” Il Magistrato battè il pugno sulla tavola. “Lo ami, e quindi? Quale problema c’è? Scopatelo! Facci sesso! Ma dovevi proprio scrivere quelle cose sul tuo profilo?”
“Ma io non voglio nessun altro…” piagnucolò la ragazzina.
“Non vuole nessun altro!” il Magistrato si alzò in piedi di scatto, sbatté i pugni sul tavolo. “E credi che lui sia speciale? Credi di essere speciale tu? Chi ti ha riempito la testa di queste cazzate?” le urlò in faccia.
Si voltò, cercando di calmarsi. “Forse non hai capito bene cosa hai fatto. Dire che si vuole appartenere – è questo il termine che hai usato , no? – appartenere ad una persona sola…questo mina alla base il fondamento della nostra società. Tu sei un pericolo. Sei un’egoista che pensa solo a se stessa.”
“Ma io…”
“Zitta! Ma possibile che non pensi a tutti quelli che vorrebbero invece volere te? Vuoi limitare la loro libertà? Non capisci che scrivendo quelle cose ti sei esposta a cose come…come quelle che stavano per accaderti non fossimo intervenuti?”
“Io non voglio nessun altro…”
“E rieccola! Non mi sono spiegato bene, allora. Tu non puoi non volere nessun altro. Non è previsto. E’ un abominio. E’ nella natura dell’uomo volere fare sesso con chiunque. Tu vai contro natura, dicendo così. Sei una pervertita, una svergognata. Non pensi a cosa succede ai poveri maschi e femmine che ti desiderano e a cui tu osi negarti? Se tutti facessero come te, dove andremmo a  finire?”
“Ma se l’amo…”
“Amore? Ma che vuoi saperne tu dell’amore? Che cosa ti hanno insegnato a scuola? Tu vuoi limitarlo, il tuo amore, vuoi costringerlo ad una sola persona, mentre dovrebbe essere libero, aperto a tutti, sempre disponibile. Dopo tutti gli sforzi che abbiamo fatto tu vuoi tornare ai secoli bui?”
A questo punto la ragazzina si mise a piangere.
Il Magistrato la guardò per un  lungo istante. Poi le sussurrò “Sei veramente una stupida. Se te lo fossi tenuta per te, se fossi stata zitta, avresti anche potuto avere quello che chiedevi. Sai quanti, anche adesso, hanno relazioni clandestine con una sola persona? Ma no, dovevi farlo sapere a tutti. Pubblicarlo sul profilo, dare scandalo. Siamo in un paesino, ne hanno parlato sul web, lo capisci che non posso lasciarti andare così? Adesso vieni qui, da brava, e dimostrami che hai capito e hai cambiato idea…”

Quando lo morsicò la ragazza venne accusata di oltre dodici reati. Ma il Magistrato era persona intelligente, un uomo di mondo, e sapeva che certe rivolte sono solo le strane idee di ragazzine adolescenti, il primo amore, l’amore eterno, e tutto quello che ci vuole è una correzione, una rieducazione, l’insegnare a stare al mondo. La prima lezione gliela diede personalmente, poi la affidò alla comunità per il reinserimento sociale. All’uscita del tribunale una folla l’attendeva, dato che la sua storia aveva acceso più di un desiderio.
Il suo unico amore fu il quarto, o il quinto.

Ricominciare

Lo sfolgorante cielo azzurro sopra le montagne sa tanto di presa in giro. Dove sono finiti i nuvoloni neri e frastagliati che nell’ultimo mese avevano posto il loro campo permanente sulle cime? Forse anche loro hanno terminato le ferie: “Su, dai, bambini, impacchettate i cirrocumuli e ce ne torniamo a casa”.

Il ritorno alla quotidianità solita della vita, il computer, la mensa, le sveglie e le riunioni, mi interroga sempre. Quest’anno niente emergenze traumatiche, finora, e di questo sono grato (ma le nuvole, le nuvole!). Se mi è consentito, il primo giorno è abitualmente riservato a cercare di capire chi sono e qual è il mio senso dell’essere lì, a lavorare. Perché è chiaro che non ci si può accontentare di vivacchiare.
Correzione: in realtà ci si può accontentare benissimo. Ma è come mangiare pappette pronte, quando c’è la possibilità di cucinare qualcosa pieno di gusto. Non sono mai riuscito ad addormentarmi tanto da non farmi domande, desiderare sapere, crescere. Stare sulla panchina in paese mentre ci sono valli da esplorare, laghi da visitare lassù in alto.

Forse è proprio questo l’errore più grave che possiamo commettere: lasciare che il tempo scorra su di noi senza esserne protagonisti. Senza domande e sogni. Che mi è sempre parso il modo per vivere di meno. E la vita è già così poca, perché buttarla?
Ancora uno sguardo ai monti, poi si attacca. Io sono io. E sono qui per ricominciare.

Confidential

E’ vestito con una giacca bianca, come nei vecchi film di spie, e trangugia un bicchiere di liquido ambrato on the rocks. Sebbene sia mattina, non penso sia tè.
La pelle è imperlata di sudore, nonostante l’aria condizionata. Il bar è vuoto, a quest’ora. Si sente solo il ronzio insistente di un generatore e in lontananza grida ovattate.

Ridacchia. Guarda dentro il bicchiere, alza la testa, mi fissa negli occhi sempre con il suo ghigno che contrae le guance mal rasate.

“Vuoi la verità? Perché l’ISIS è diventato tanto forte in così breve tempo? Perché è il sogno di ogni servizio segreto occidentale. Un gruppo ultrafanatico che attira tutti gli ultrafanatici da tutte le nazioni, e non dice, come Al Quaeda “fate attentati nei paesi occidentali”, no, dice, venite tutti qui, proprio qui, a combattere per il califfato. Lasciate perdere cospirazioni, cellule, bombe sui treni e gli aerei, e correte qui.”

Butta giù un sorso di liquido, fa una smorfia. Prosegue.
“Qui, in mezzo al nulla. O a poche centinaia di migliaia di sfigati. Lontano da tutto, nel posto più destabilizzante che ci sia per certe nazioni non proprio amiche, a fare a fette altri estremisti islamici”, ridacchia “e un po’ di innocenti.”

Vede la mia espressione. “Ma sono vittime di guerra… Secondo te, perché fare una propaganda tanto sfacciata che è impossibile non odiarli? Quelli del Califfato stanno facendo di loro stessi il catalizzatore, la calamita di ogni odio. E più li si colpisce più attirano. Perché credi che pubblichino quei video, quelle foto? Perché credi che in ogni paese occidentale le teste tagliate siano diventate il must per le prime pagine? Perché migliaia di teste calde da tutta Europa hanno mollato tutto, manuali di fabbricazione esplosivi e coltelli, e si sono fiondati laggiù? Ad ammazzarsi tra loro, e a farsi ammazzare?”

Giù un altro sorso. “Capisci?  Tutti quegli stronzi invece di sgozzare cittadini londinesi o parigini se ne vanno in qualche cavolo di villaggio in mezzo al deserto a tagliare le teste di altri morti di fame. Nel mentre fanno la guerra a tutti gli altri terrosti cazzoni per far vedere che sono più fighi di loro. Risultato? Si uccidono laggiù e qui noi stiamo tranquilli. Non potremmo volere di meglio.”

Finisce il bicchiere. “In effetti, c’è chi pagherebbe per una cosa del genere”. Si ferma, quasi stupito da quello che ha appena detto. Fissa un punto lontano. “Tanto, ormai il petrolio gli americani se lo fanno tutto in casa. Più c’è casino tra gli arabi, meno ne hanno gli altri.”

Si alza in piedi, si stiracchia, mi mette una mano sulla spalla. “E se nel mentre va a puttane anche l’idea che sia possibile una convivenza pacifica, se tutti i cristiani vengono sbattuti fuori a calci in culo, tanto meglio. Quando ci sarà da sparare sul serio ci sarà meno gente tra i piedi, mi capisci, no? Più odio c’è, più noi vinciamo.”

Si avvia verso la porta, mette la mano sulla maniglia, si gira un’ultima volta. “Fino a che non ci scoppia tutto in faccia, naturalmente.”

Poi si volta e se ne va.