Una stagione all’inferno

Non era proprio un forcone, ma a quello serviva. Anche il diavolo che lo reggeva non era brutto come l’aveva visto spesso dipinto. Era bene al di là della bruttezza. Era come se tutta la possibile bellezza fosse stata risucchiata via. Al professore ricordò inesorabilmente certe installazioni d’arte moderna che aveva recensito, magari anche lodato. Si chiese se in fondo non fosse stata proprio quella…cosa la loro fonte di ispirazione.

L’anima del professore si dibattè come un pesce fiocinato. “Professore, vuole stare fermo?”
Forse il diavolo stava sorridendo, non poteva esserene certo. Quello che era certo è che lo sentiva come sgranocchiare ogni possibile felicità che avesse mai avuto.
“Si rassicuri, professore, non è che ne abbia molta da ciucciare. Animetta secca e leggerina, la sua. Poca sostanza”.
A quanto pare nessun suo pensiero poteva restare nascosto al demone. Anzi, era proprio di quello che probabilmente si nutriva.
“Ma Dio non ha nessuna pietà per farmi soffrire così?” urlò il dannato.
Il diavolo emise un suono che poteva parere una risata. “Pietà? Ma certo che il Nemico ha quella cosa lì. Ne è pieno che gronda.”

“Ma ha creato questo…posto!”
“Su professore, avanti, lo dica!” lo sbeffeggiò il demone, dando uno strattone a qualcosa dentro di lui. Gli sembrava di avere la colonna vertebrale fatta di pezzi di vetro.
“Questo….questo…inferno!”
“Oh, e ci voleva tanto? Non trascorrerà mica solo le vacanze, qui,  sa?”
“Come può una creatura buona creare qualcosa che faccia così soffrire? Dimmelo…”
“Per la giustizia, caro professore.”
“Ma che razza di giudice…”
“Forse non mi sono spiegato. La giustizia che fa dare ad ognuno la cosa che desidera. Se non ci fosse stato questo luogo non sarebbe stato libero. La sua libertà non sarebbe esistita.”
Adesso al professore sembrava che vermi strisciassero dentro i suoi occhi, mordendo. Il demone riprese a parlare.
“Qui all’inferno c’è solo chi ha desiderato ardentemente  - sì, è la parola giusta – esserci. E il Nemico dà sempre alle sue creature quello che loro chiedono, questo bisogna riconoscerlo.”
“Ma io non ho per niente desiderato essere qui!” urlò il professore.
“Oh, sì invece. Proprio come me.” Il demone scosse quella che poteva forse essere la sua testa. “Lei in vita ha desiderato con tutte le sue forze allontanarsi dal Nemico e fare da sé. Questo è il posto più distante dal Nemico che si possa trovare. Forse Lui mantiene in piedi la baracca, ma qui gli amministratori siamo noi.”
I suoi piedi evaporarono, e poi si riformarono, mentre strani palpi si nutrivano delle sue ossa.
“Ma non potevo sapere che l’Inferno era…”
“Non poteva saperlo, professore? Devo forse farle riguardare tutti i momenti della sua vita in cui le è stato detto e ridetto e ricordato? Ha scritto anche un librettino su Dante, ricorda?”
“Credevo si trattasse di balle, di menzogne dei preti…”
“E ha scelto di non credere. Libertà, ricorda?”
Il demone giocherellò con le sue interiora. “Professore, non è solo che ha scelto di non credere: ha impostato tutta la sua vita su questo fatto. Ha portato fino in fondo questa sua libertà. Ci sono almeno una ventina di anime per cui la dobbiamo ringraziare, è anche per questo che sta ricevendo un trattamento di favore. E poi, la sofferenza che ha causato lassù…dolce, dolce! Forse la sua anima sarà piccolina e rinsecchita, ma pensi a tutta la bellezza e la verità e la giustizia che si è divorata quando stava nel mondo umano. E’ queste che a noi piace succhiare dal suo midollo. Ne ha privato il mondo, e ora ne sta nutrendo noi.”

Il demone schioccò il foro peduncoloso che poteva passare per una bocca. “Vede dunque, professore, la sua non è una punizione: è una conseguenza. Lei ha scelto. E, avendole dato io stesso una mano a scegliere, ho il diritto al primo assaggio. E’ tutta la sua vita che la conosco e la seguo, e devo dire che raramente ho trovato un umano che rispondesse così bene ai miei suggerimenti. Anche per questo sono stato così delicato. Non si aspetti un trattamento di favore del genere, per i secoli venturi.”
Gli si accostò con fare quasi cospiratorio. “Siamo assolutamente simili, lei e io. Lei prendeva per sé tutto quanto poteva. Adesso io prendo da lei quanto posso. E’ l’avidità la sola legge che esiste. Qui, almeno. Il posto per lei, perfetto. Il posto per me, perfetto. Non vorrei essere da nessuna altra parte.”

Il professore aveva pensato che quel diavolo fosse la cosa più orribile che potesse esistere, ma si era sbagliato. La presenza che era appena arrivata lo superava come una nuvola di pioggerellina è ingoiata da una tempesta.
“Hai finito?” disse il nuovo arrivato, con una voce che era il rumore di mille sepolcri brulicanti di insetti carnivori. “E’ giunta la stagione di passare alle cose un po’ più serie, con questo.”
“Terminato adesso, grazie zio.” Il primo demone lo lasciò cadere, e si voltò per andarsene.
Il professore singhiozzò “Mi avevano detto che l’inferno era vuoto…”
Il demone si voltò un’ultima volta. “E’ per questo che aveva deciso di riempirlo?”

Fiera

Il Salone del Libro è esattamente come me l’aspettavo. Sarà per questo che non avevo voglia di andare.
Non fraintendetemi. Io i libri li amo. Sono lettore compulsivo, non so più dove mettere quelli che acquisto. Forse proprio per questo sopporto poco questo genere di fiera.

Oh, passerei ore – di fatto, le passo – a scartabellare tra le pagine stampate. Ma la richiesta di mia moglie (“Hai voglia di andare?”) mi coglie mentre sto rastrellando il prato nel solo pomeriggio passabile di maggio dopo giorni di pioggia. La acacie sono in fiore e il cielo è azzurro…quale perversione fa mettere una manifestazione libraria nel periodo in cui è più bello stare all’aperto? E poi un’ora di viaggio per pagare per entrare in quello che di fatto è un immenso negozio? E’ come sborsare soldi per vedere la pubblicità.
E infatti, lì vado.

Girare tra gli stand con moglie figlia suocero è snervante. Ognuno di noi ha i suoi gusti e preferenze, vuole vedere cose differenti, si ferma ad un banco diverso. Dei libri fiorellini e gatti poco m’importa, invece quei libri illustrati… Il mio approccio metodico alle fiere – percorrere ogni fila ordinatamente per non perdersi niente – dura due minuti. Per i miei accompagnatori lo stand più interessante è sempre quello due posti più in là, in diagonale. Ci perdiamo, ci ritroviamo, ci innervosiamo. Alla fine saluto il resto della truppa – ci vediamo all’uscita – e rimango da solo a scorrazzare tra volumi e poster.

Da ragazzino avevo due sogni: mettere piede su un altro pianeta e pubblicare un libro. Il primo l’ho realizzato scoprendo ogni giorno una Terra nuova. Il secondo è ancora lì da venire. Ma tant’è, mi piglia male a vedere tanti volumi di tante persone diverse, magari anche belli, ma che non ho nessuna intenzione di leggere e comprare. Il mio farebbe la stessa fine. Troppa offerta. Specie di fronte alla domanda. Il mio scrivere sul blog in fondo mi permette di sublimare l’antico desiderio. Probabilmente ho molti più lettori di quanto mai potrei attirarne sul supporto cartaceo.

Una cosa che mi colpisce è l’enorme quantità di piccole case editrici specializzate in santoni. Indiani dall’aria sorniona promettono dalle copertine la realizzazione personale. Mi domando quanti seguaci avrà ognuno di loro , se avranno trovato quanto cercano o dovranno rivolgersi all’editore adiacente. In mezzo ci sta anche l’UARR, i razionalisti atei, con i loro tomi anticristiani e sullo sbattezzo. In fondo anche loro sono una setta di santoni. Non molta ressa, davanti.
E’ invece impressionante lo stand della massoneria. E’ più grande di quello di Mondadori. Sembra il salotto mistico di Nonna Speranza con tanto di divinità egizie occhieggianti. Molto iniziatico. Se la tirano al punto che anche il nome della loro area è solo per chi capisce.

Mille gusti più uno. Tanta Qultura, come dice mia moglie. Molte nicchie, che tutte insieme faranno l’unpercento dei megaboss centrali con i loro bestseller. Ad un certo punto mi prende una sorta di magone, a vedere tutti ‘sti impegnati, ‘ste bibliostar con le loro microconferenze da sei persone, i vari famosi e famosetti. Oh, se scriveva bene D’Annunzio. A te, tra dieci anni chi ti fila? Tra cento non sarai manco buono per una nota a piè di pagina, se le pagine esisteranno ancora. Anche se hai distillato la tua vita su quelle righe.
Alla fine esco, e nel rivedere il cielo azzurro variegato di nubi come sbuffi di cipria rosa mi coglie d’un tratto un pensiero.

Che la parola scritta è la seconda maniera di acquisire esperienza. Ma la prima,  è esserci.

Per capire occorre vivere.

L’iracondo

Che nervi. Che nervoso. Che rabbia.
Sono un iracondo, lo ammetto. Mi accade soprattutto quando vedo la stupidità in atto. O meglio: neanche la stupidità, quanto la rinuncia consapevole a usare la ragione.
La ragione è tenere conto della realtà tutta, di tutti i fattori che la costituiscono. Troppo spesso vedo gente considerare solo un aspetto della realtà, il proprio comodo.
Per privilegiare il proprio piccolo regno si mette a repentaglio qualcosa di molto più prezioso, il cui valore sfugge.

Così l’impiegato farà il lavoro nel modo più sciatto e arruffato possibile, sperando che non ne giunga altro. Fino a che la ditta, compromessa dal lavoro sciatto suo e di altri come lui, fallisce.
Il padre non ha tempo per la figlia, vuole rilassarsi. La figlia se ne va delusa. Un giorno il padre la cerca, e lei non c’è più.
Ci sarà sempre qualcosa di più importante da fare che trovare lo scopo della propria vita. E la vita si vive senza di noi.

Io vorrei che ogni cosa che faccio fosse consapevole, consciamente realizzata. Vorrei vivere ogni istante del giorno così. Vorrei che la mia fede trovasse espressione in ogni mia azione, perché vedo che quando accade è tutto più grande, più bello, più vero. Vorrei riuscire a pregare per questo, per il mio volere essere uomo.

Che nervi. Che nervoso. Che rabbia. Per tutta questa stupidità, e la prima è la mia.

Anime affaticate et sitibonde

Attenti ai venditori di acqua disidratata.

Una questione di spirito

Spirito vuol dire qualcosa che spira, il vento che soffia sopra le cose, dentro le cose. Lo spirituale è ciò che muove, il senso che spinge da dentro, che anima.
La materia senza spirito sarebbe solo materia: mucchietto di atomi grevi, che non sanno dove andare ma non gliene importa. Come i giorni grigi passati senza scopo e senza a-spirazioni, persi in attività immotivate e freneticamente inutili.

Nel nulla non spira vento. Lo spirito è caratteristica della vita. Che è pur materiale, ma che sopravvive a se stessa solo se questo soffio la fa volare più in alto, più lontano, più a lungo.
Negare lo spirituale è come negare l’aria che ci fa respirare, che ci dà la voce per rinnegarla. Solo i sassi non hanno lo spirito.
Eppure, anche loro il vento li sfiora e li accarezza.

Grandi speranze

C’era una volta una ragazza carina e di belle speranze. Viveva in Marocco, ma le piaceva vedere via satellite la TV italiana, lingua che masticava un poco, e seguire le notizie da quella terra lontana. E fu così che assistette alla trasmissione che le cambiò la vita.
Dopo che fu conclusa, stette un attimo a pensare poi si decise: “Se è così facile, andrò in Italia a fare fortuna!”

Siccome nella trasmissione quelle come lei erano state definite furbe orientali, si diresse verso occidente. Quando incontrò l’oceano capì che forse qualcosa non andava. Ma non le mancavano le risorse, e alla fine si ritrovò nella nostra penisola.

Si avvicinò ad una donna per chiedere informazioni. “Me scusa, io vengo Marocco, no parla bene itagliano e poco studiata. Tu sa dire…”
“A’bella, ma ‘nno vai? Mettete n’coda. Guarda che de settantenni milionari mica ce ne sono più, finiti da n’pezzo. De ‘sti tempi ancora sei fortunata se becchi n’pensionato a mille euro al mese…”
“No, no, tu non avere capito. Io non sapere itagliano, poco studiata, ma avere visto in tivù Di Pietro, Ingroia e Boccassini e capito che mio futuro è in magistratura…” 

valigia-emigrato

Eretico sarai tu

Cosa intendete, con tolleranza? Che puoi fare ciò che vuoi finché non mi minacci?
Oppure simpatia all’umano che cerca la verità?
Quest’ultimo atteggiamento – che no, non si chiama tolleranza – è squisitamente occidentale e in particolare cristiano. Non è cosa che si trovi né nella cultura greca né romana. Né, se è per questo, altrove.

Ma per quanta simpatia ci possa essere, cosa accade quando le persone che abbiamo tollerato fino a ieri si dimostrano essere un pericolo per noi, per gli innocenti? Quando spuntano fuori gli eretici?

Non è vero che oggi non si perseguitano gli eretici. Semplicemente non vengono chiamati tali. Non ci accorgiamo neanche, che sono eretici. Anche perché ci convincono che sono figure disprezzabili ed è assolutamente necessario eliminarli.
Faccio qualche esempio, così da scandalizzare?

Il dato più eclatante sono i cosiddetti talebàni. Per distruggere queste minacce all’ordine mondiale i potenti della terra hanno messo su almeno due guerre sante e qualche invasione. Hanno bombardato e continuano a bombardare, e Allah riconoscerà i suoi. Ma cosa sono dunque questi talebani, se non persone con una loro visione del mondo un poco differente da noi? D’accordo, burqua, Buddha afghani, jihad e tutto quanto. In cosa esattamente i potenti della terra che, riuniti in assemblea, decidono sanzioni e invio truppe sono differenti dai monarchi del ’200? Forse solo nella consapevolezza che i roghi non vengono bene in tv.

E adesso pensateci bene prima di sputarmi addosso: ma i mafiosi, cosa sono se non eretici di fronte alla concezione di stato che lo Stato ha? Loro vogliono farsi i loro affari, gestirsi il loro potere: e questo gli viene negato in modo intollerante, punendoli e perseguitandoli persino quando decidono di mettere su attività che sarebbero perfettamente legali. Invece di accoglierli in un abbraccio tollerante si fa studiare nelle scuole che sono il male, si fanno processioni e liturgie e prediche in piazza contro di loro – o erano cortei e manifestazioni e comizi? – , li si colpevolizza a tal punto che sono costretti a reagire violentemente. La mafiosità è eresia statale, e come tale esecrata ed esecrabile senza appello.

Come ultimo esempio, provate a dire in pubblico che l’omosessualità è una devianza, o qualcosa di simile. Sarete afferrati e portati minimo alla gogna, per avere osato violare l’ortodossia.

Il guaio della tolleranza è che essa ci finisce quando lede i nostri interessi. Fino a quando l’eretico se ne sta a casa sua, oh, dica quello che vuole. Provi a mettere un piede fuori dal suo buco e sarà schiacciato.
E’ la dinamica della selezione naturale: sopravvive il più adatto, quello che asfalta l’avversario e ne stermina la prole. Siamo indifferenti, tolleranti, sino all’istante in cui siamo minacciati.
O fino a quando il potere decide che qualcuno è fastidioso, e lo dichiara eretico.

Provate però a considerare molto bene cosa sia stata la guerra con gli eretici che ha intrapreso la Chiesa. Intanto nelle motivazioni: non mi metto contro di te che sbagli perché io sono più forte e ti voglio eliminare, ma tu sei mio fratello e faccio di tutto perché tu capisca dove è la verità e il bene. Questo diceva la Chiesa, pur cadendo, cedendo, sbagliando in molte occasioni alla mentalità del mondo. Ma portando avanti un tipo di prospettiva che non c’era, unica. Che neanche il supposto pluralismo odierno, pronto ad esplodere in sommossa, possiede.
Perché guardate bene l’odio nelle parole dei vostri pluralisti, mentre confezionano il cappio e affilano le picche per coloro che non vogliono partecipare alla loro pluralità.

I Servimorte

Ragionavo l’altro ieri che un certo tipo di cultura contemporanea sembra essere solo capace di dire “viva la morte, muoia la vita“, in una sorta di catarismo realizzato.

E’ ben curioso: si nega a parole che esista qualcosa al di là del puro dato materiale, e poi in pratica si asserisce il totale dominio della volontà – che materiale non è – sulla materia stessa.
E’ uno strano manicheismo non dichiarato, e per questo tanto più tremendo perché incapace perfino di autoconsapevolezza. C’è chi ha parlato di dittatura del desiderio, ma qui siamo un passo oltre: i moderni progressisti radicali ultralaicisti, i Servimorte, sono i sacerdoti del culto di un dio nascosto e tremendo, che esige vittime sacrificali sempre più numerose.
Il corpo, ovvero il dato materiale, tanto esaltato a parole, è in realtà negato, distrutto su comando o quando non serva. E’ quindi evidente che il materialismo laicista tanto conclamato è completamente fittizio, uno specchietto per le allodole, una menzogna di cui pochi tra i suoi sostenitori riescono ad essere consapevoli.

E’ lo spirito a farla da padrone: ma non uno spirito definito e incasellato da una teologia, che si darebbe quantomeno dei limiti: no, è il proprio stesso spirito che viene esaltato ogni misura. E poiché in generale questo é debole, incapace di definirsi e succube alle suggestioni (siamo solo uomini), accade che esso prenda le sue categorie da uno spirito più forte, che riesce ad imporre le proprie priorità.

E così in pochissimi anni l’abbiamo visto affermare la sua agenda di morte con menzogne sia palesi che nascoste, sfruttando proprio la debolezza di questa distorta spiritualità fondata letteralmente sul nulla.

Rimane ancora un dubbio. Avevo espresso la mia convinzione che una civiltà catara potesse sussistere, dato la sua tendenza distruttiva e autodistruttiva. Ma cosa salva ancora noi dal baratro?

Basta guardare. Se ancora tutto non è crollato, se ancora qualcosa regge è perché la verità è ostinata. Perché uomini di buona volontà continuano ad esistere, e a fare la pace in terra. Perché c’è un lavorìo nascosto di tanti piccoli eroi del quotidiano, che risollevano i caduti, consolano coloro che sono stati preda della cultura della dissoluzione, costruiscono quella civiltà dell’amore che i Servimorte fanno di tutto per distruggere.

Gente consapevole che materia e spirito sono intrinsecamente legati, che è la realtà che detta l’agenda a noi, non viceversa. Che solo stando attaccati al Signore della Vita si può battere il Principe della Morte.
E tutti i suoi poveri Servimorte.

Le calze nella borsa

Sono in una via laterale dell’importante corso che attraversa la città. Zona ricca, non di classe come altre ma sicuramente tutto fuorché degradata. Mangio in piedi una specie di brioche salata che ho appena comprato in panetteria. Buona, anche se rischio di rifarmi la dentiera. E’ il mio pranzo: sto partendo, ho un grosso borsone e troppo poco tempo per consumare un pasto più decente.

La raccolta differenziata dei rifiuti sarà anche ecologica, ma sembra avere condannato all’estinzione i bidoni della spazzatura. I condomini li tengono sotto chiave, manco fossero scrigni di gioielli. Alla ricerca di queste entità ormai rare mi sono avventurato in questa traversa. Ricerca premiata: ecco la sagoma familiare, nella quale posso buttare la mia cartaccia.

Lui arriva in bicicletta. Ha nel portapacchi una borsa di cuoio, di quelle con tante tasche, da dottore, che piacciono anche a me; è rigonfia di roba, ha visto tempi migliori. Lui ha la mia età, forse un po’ meno, chiaramente non è italiano. Ci salutiamo con un cenno del capo. Mi sposto da davanti al bidone. Lui comincia a frugarvi dentro.
Qualcuno ha gettato via alcune paie di calze in apparente buono stato. Lui le considera, poi prende il paio migliore e l’infila nella borsa. Un secondo paio le lascia piegate sul bordo. Ci scambiamo uno sguardo. Chissà perché buttarle. Magari dietro c’è una storia, o forse solo un piede cresciuto e troppa abbondanza; ma certamente non lo sapremo mai.

“Hai una sigaretta?”, mi chiede. “Mi dispiace, non fumo”, rispondo io.
Mi guarda come rassegnato, poi riafferra la bicicletta. Mi saluta, lo saluto. Se ne va, forse a caccia di qualcosa da fumare, o di altri bidoni, altre possibilità.
Mi lascia a chiedermi se potevo fare qualcosa, se avrei potuto offrirgli qualcosa senza offenderlo. Se aveva bisogno di qualcosa in più, qualcosa che avrei potuto dargli fossi stato più pronto. Se avesse chiesto, se io avessi capito.

Mi chiedo cosa cercasse davvero.

Perfetti.11 Niente di nuovo

Ancora oggi ogni persona sensata giudicherebbe degna di riprovazione una dottrina, una morale che conducesse all’indifferenza dello spirito nei riguardi di qualunque verità, dell’emanicipazione totale della libertà da ogni impegno, al predominio della carne e dei suoi appetiti sulla ragione. Era a questo che finiva per giungere il Catarismo.

Vidal, “Dottrine degli ultimi ministri catari”, 1906

Leggendo queste righe non ho potuto fare a meno di avere un brivido. Sono vecchie di poco più di cento anni, ma sembra invece passato un millennio. Quello che allo scrittore pareva incredibile oggi è realizzato: la dottrina a cui conduceva in ultima analisi il catarismo è oggi non solo dichiarata sensata, ma addirittura l’unica sensata da parte di un certo potere.
Il catarismo è perseguitato dall’autorità civile medioevale innanzi tutto per le sue conseguenze nel tessuto sociale. Le famiglie sono distrutte, è raccomandato prendersi amanti piuttosto che contrarre matrimonio, i figli sono considerati l’evento più nefasto che possa capitare ad una donna. Il giuramento, il vincolo su cui tanta parte della società medioevale si fonda è rifiutato. E’ permessa ogni menzogna pur di raggiungere il proprio fine.  E’ incoraggiato il suicidio.
Le conseguenze, se portate alla loro naturale conclusione, sembrano dovere essere la dissoluzione della società. Qualcosa da evitare a tuti i costi.

Eppure, guardate oggi.

La nostra civiltà sembra essere in preda ad una passione di morte.
I figli sono considerati come l’evento più nefasto che possa accadere ad una donna, che con qualsiasi scusa può sopprimerli prima che giungano al mondo. Qualcuno teorizza anche dopo.

Il matrimonio è disprezzato, e si cerca in ogni maniera di favorire ed esaltare il legame senza legami. A parte il caso della coppia strutturalmente infeconda, incapace di dare vita, per cui il matrimonio è invece preteso. Morte e sterilità su vita e fecondità.

Il relativismo, l’egoismo onanistico elevato a sistema di pensiero è il pensiero unico delle elite che possono permettersi di ignorare la realtà.

Il suicida non è più ostacolato, non si cerca più di convincerlo a desistere. Lo si applaude, lo si porta in palmo di mano.

Se il malato non volesse suicidarsi c’è sempre qualcuno che può sostituirsi alla sua volontà. I casi di Terry Schiavo, di Eluana Englaro sono in tutto e per tutto macabre riproposizioni odierne del rito dell’endura, dove il simpatizzante cataro non troppo in salute veniva fatto letteralmente morire di fame e sete.

Sì, i catari sono tra noi. O meglio: gli adoratori della morte, che in altri secoli hanno assunto il nome di manichei, o catari, ed oggi si chiamano…lo sapete anche voi.

Da sempre i cristiani, che invece adorano la Vita e la Verità, si sono opposti a loro. Anche oggi, che il regno della tenebra sembra così singolarmente vincente. Che il Principe di questo mondo, il nemico dela vita e della verità,  appare su molti fronti vittorioso.

I cristiani sanno che è un’illusione. Sanno che adorare la morte porta la morte, anche tra i suoi stessi adoratori, specie tra di loro. Quello che si chiede, si ottiene.
I cristiani sanno che alla fine la verità prevale. Che dopo che la vita è stata uccisa, risorge.
E voi, lo sapete?

Il diavolo e chi lo dipinge

E così anche Andreotti è andato a ritirare il premio per tutto quello che ha combinato in vita.
E’ più forte di me, quando incontro figure che sono state così ferocemente attaccate, spesso con malizia, bugie e disinformazione, non posso fare a meno di provare una sorta di simpatia di ritorno.
Si dice che il diavolo non sia così brutto come lo si dipinge, forse perchè il diavolo stesso preferisce che altri compaiano al posto suo nella foto sopra la didascalia. Così da non venire riconosciuto quando li incolpa di ogni male.
Piccoli episodi della sua vita, delle sue abitudini che ho appreso negli anni mi fanno piazzare quel vecchio democristiano qualche metro sopra la palude delle piccole figure che affollavano i cosiddetti palazzi della politica. E ancora lo fanno.

Da parte mia vorrei ricordare solo la prima volta che lo sentii dal vivo. Ero a Roma, sulla balconata di un affollato teatro. Prima avevano parlato tutta una serie di politici, anche abbastanza noti. Poi giunse lui. Fece un discorso, vivo, spumeggiante, tutto a braccio, ricco di spunti e riferimenti e di una profondità che gli altri manco avevano sfiorato. Mi ricordo che pensai: questo è il migliore politico che abbia mai visto in vita mia.

A distanza di tanti anni, probabilmente è ancora vero. Ben pochi ho incontrato degni anche solo di reggergli il moccolo. Ne avessimo.
Riposa in pace, Presidente.

Perfetti.10 La storia di un amore

Alla conclusione della nostra brevissima galoppata attraverso la storia dei catari rimangono le domande.
La Chiesa avrebbe potuto agire diversamente, date le circostanze storiche?
Cosa sarebbe successo in tal caso?
Quali sono state le conseguenze ultime delle scelte fatte?

Domande alle quali è difficile se non impossibile dare una risposta definitiva.
Abbiamo visto che per parecchio tempo la tolleranza è stata la norma. Anche nel periodo più aspro delle persecuzioni al di fuori di poche aree ristrette essa è continuata con poche eccezioni. Ma proprio quelle eccezioni, nella coscienza collettiva, hanno finito per segnare profondamente il modo stesso di vedere della Chiesa spesso al di là delle intenzioni originarie.
La Chiesa del XIII secolo entra da protagonista, e non più solo come terreno di conquista, nell’agone politico. Il papato che la governa per avere la sua libertà deve creare un equilibrio di forze, non può permettere che vi siano poteri decisa a impadronirsene. Deve imbrigliare sia la spinta sia ad usare ai propri fini la fede sia la tentazione di crearsi una propria Chiesa parallela. Episodi come l’assassinio di Thomas Beckett in Inghilterra, o quello dei legati papali che dà origine alla crociata albigese sono proprio sintomi di tale lotta, di cui la storica contrapposizione tra guelfi e ghibellini è un aspetto.

La crociata albigese è la reazione di una Chiesa che si sente – ed è – minacciata fisicamente. Se i cristiani sono ancora convinti che 

La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”
(Benedetto XVI citando Manuele II Paleologo a Regensburg)

però sempre più vedono l’eresia come una irragionevole, diabolica minaccia. Che il “non imporre la fede” significhi anche essere disposti ad accettare una apostasia persino violenta, pena lo snaturamento stesso del messaggio, è una lezione che verrà appresa solo dopo parecchio tempo e molti dolori.
Dopo la fine del catarismo, la caduta della tensione, vi sarà la serie dei Papi “pessimi” che per la commistione con il potere abuseranno della loro posizione. Quelli che Dante inserisce nel suo Inferno. A seguire, l’esilio avignonese, causato dalla lotta per il potere tra le famiglie romane. Il trasferimento della corte papale in Francia è opera di quella stessa dinastia di monarchi che proprio le lotte in Linguadoca avevano contribuito a rendere potenti.
  
La lezione imparata nella crociata contro gli albigesi rende impossibile un’altra crociata contro cristiani; l’Inquisizione, pur tra alti e bassi, si dimostra uno strumento utile tanto che verrà ripreso due secoli dopo in altri contesti. Il nodo che lega ordine sociale e cristianesimo si è ormai stretto,  non verrrà sciolto che parecchi secoli dopo.

Forse se si vuole avere un’idea di cosa sarebbe accaduto si può pensare a cosa successe nella cosiddetta Riforma. Le opzioni eretiche, liberalmente espresse, trovarono ascoltatori attenti ed entusiasti soprattutto in una nobiltà che aveva forti vantaggi pratici nel distaccarsi politicamente ed economicamente dalla Chiesa cattolica. Le conseguenze furono ben più drammatiche e durature di quelle della crisi albigese.

E’ proprio dell’uomo esplorare strade, è proprio della ragione accorgersi dal’esperienza quando queste sono fallimentari, sbagliate. La storia del cristianesimo è la storia di un incontro, la storia di un amore. Ma anche nelle storie d’amore ci sono insincerità, gelosie, tradimenti. La tentazione di imporsi con la forza, di usare coloro ai quali vogliamo bene. Magari pensando di fare il loro bene, magari ricercando proprio quel bene. Non credo che nessuno di noi, nessuno di noi uomini che abbiamo amato e amiamo siamo stati immuni da ciò. In fondo sono ciò che ci permette, una volta riconosciuti quali errori, di andare avanti, di amare ancora più profondamente. 
 
Ma la Chiesa non cresce con la forza umana; poi, alcuni cristiani hanno sbagliato per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada, hanno fatto eserciti, hanno fatto guerre di religione: quella è un’altra storia, che non è questa storia d’amore. Anche noi impariamo con i nostri sbagli come va la storia d’amore. Ma come cresce? Ma Gesù l’ha detto semplicemente: come il seme della senape, cresce come il lievito nella farina, senza rumore”. 
(Omelia di Papa Francesco a S.Marta, 24 aprile 2013)

Perfetti.9 Arrivano i rompiscatole

Abbiamo uno status quo, che funziona, soddisfacente. Può essere un marchio di fabbrica, un modello di distribuzione di file musicali, un movimento di opinione, un modello di civiltà.
Poi arrivano i rompiscatole. Quelli che pensano di avere capito tutto anche se non hanno capito niente. O, peggio ancora, che consapevolmente vogliono ritagliarsi la loro fetta, sostituirsi, impiegando qualsiasi metodo.

Magari all’inizio ci parli. Fai notare loro che stanno sbagliando. Cerchi di convincerli a rientrare nei ranghi. Ma è inutile. Non serve. Non ti stanno a sentire, anzi, gli attacchi peggiorano. Vedi il rischio concreto che questi impostori ti danneggino seriamente, danneggino seriamente tutto quello che andava così bene.
Cosa fai? Non è che agisci da te, se non sei proprio una testa calda. Li denunci.

E a quel punto la palla passa al potere giudiziario o politico. Che, se condivide con te una certa visione del mondo, non è che ci va giù leggero.
Il congolese che vende cinture taroccate finisce in una cella sovraffollata di altri come lui. La casalinga la cui figlia di sette anni ha scaricato venti canzoni si vede arrivare una richiesta di un milione di euro. I dissidenti vengono interdetti, imprigionati, espulsi,  esiliati.
Magari tu non volevi veramente questo. Però sei sollevato nel vedere che il tuo problema sembra risolversi. Forsi godi anche del fatto che il rompiscatole che ti ha causato tanti problemi soffra un pochetto. Adesso tocca a lui.

Ma quando il potere arriva, non è che si muove secondo la tua visione. Va con la sua. Il suo criterio è ciò che gli conviene. Non quello che conviene a te.
E il congolese viene giustiziato con un colpo in testa, la casalinga con annessa figlia viene gettata sulla strada. Si dichiara guerra allo stato canaglia, che non si adegua, e i bombardieri ne spianano esercito e città.
Una legittimissima operazione di polizia. In fin dei conti stavano facendo consciamente il male. Tu non ne hai colpa, ti sei limitato a invocare la giustizia contro coloro che l’infrangevano. Per il bene comune.

Hai chiesto che si intervenisse contro i rompiscatole, contro gli eretici, e sei stato accontentato con massacri e roghi. E il dubbio ritorna.
Non si sono confuse le cause e le conseguenze? Il chiedere l’intervento della forza è forse una scusa per coprire le proprie mancanze? Di fronte allo sbaglio e al male devo essere tollerante? Quanto?
E’ nella mia inazione o nel mio agire il pericolo?
Che conseguenza avrà la mia mancanza di fede nella bontà di ciò che cerco di proteggere?

Perfetti.8 Le ultime fortezze

La persecuzione violenta degli eretici in Linguadoca terminò in pratica con la fine della predicazione della crociata, nel 1213. Il resto dei massacri che continuarono fino a metà secolo può essere inquadrato nel purtroppo usuale contesto di guerra civile e usurpazioni reciproche.
Simone di Montfort, che poteva contare solo su un pugno di avventurieri per mantenere il potere, vide erodere dalle rivolte le sue acquisizioni e alla fine lasciò la pelle sotto le mura di Carcassonne. Il figlio non aveva la stoffa del padre e fallì nella riconquista. La lotta tra i vari potentati contrapposti – Francia, Aragona, Impero -e i signori locali attraversò diverse fasi, nelle quali i catari poterono ricostruire le strutture perse nella guerra. Non riacquistarono però più la sicurezza e tranquillità del secolo precedente.

Nel 1215 si tenne il concilio Lateranense IV, che precisò alcuni dogmi in funzione anticatara e stabilì norme e limiti della lotta all’eresia.  All’opera dei vescovi e dei sacerdoti troppo spesso insufficiente si andarono affiancando i nuovi ordini predicatori, nati apposta per questo scopo e composti di persone molto più motivate.
Si stava per aprire una nuova fase nella lotta contro l’eresia, cioè la creazione dell’Inquisizione.

Fu una nascita quasi casuale. Per ovviare alle mancanze e agli eccessi dei giudici secolari, fin troppo veloci nell’accusare di eresia per infangare avversari o mettere le mani sul loro patrimonio, furono incaricati alcuni religiosi, quasi sempre frati e in particolare domenicani, di verificare, investigare (inquirere) se le accuse rispondessero al vero.
Presto si capì che occorreva regolamentare il metodo, per evitare eccessi e personalismi. A ciò contribuirono non poco le vicende di alcuni personaggi, come Corrado di Marburgo o Giovanni da Vicenza, che abusarono delle loro prerogative.

A parte alcune eccezioni però bisogna rimarcare che l’inquisitore rappresentava una garanzia per gli innocenti. Chi ammetteva il proprio errore se la cavava con pene assolutamente lievi. Ben diverso era ovviamente il caso di eretici autentici. In tal caso la scomunica e il sequestro dei beni rendeva la presenza dei frati quantomeno sgradita. Gli inquisitori – come tutti i chierici – non potevano comminare sentenze di morte. Queste erano semmai a discrezione del braccio secolare, ovvero del signore sul cui territorio gli inquisitori agivano.

Nel caso i signori fossero ostili, l’inquisizione non poteva operare. Nel sud della Francia i signori locali certamente lo erano. Quando Raimondo di Trencavel cercò di riprendere il controllo delle terre avite, nel 1240, fu accolto entusiasticamente da parte della nobiltà locale e dai catari. Ma dopo qualche massacro di preti i rivoltosi subirono il contrattacco delle truppe reali, che colsero il pretesto per poter strappare all’influenza dell’Aragona quelle regioni. La rivolta fallì, anche perché Raimondo VII di Tolosa scelse di schierarsi con il Papa.
Quando Papa Gregorio morì Raimondo VII però pensò bene di tentare a sua volta il colpo contro il monarca francese, appoggiato dai signori filocatari. Se aveva cercato comunque di non irritare la Chiesa, un episodio sanguinoso compromise i rapporti diplomatici. Due inquisitori domenicani nel maggio 1242 erano in transito ad Avignonet, ospiti nel castello del balivo di Raimondo VII. Sfortunatamente per loro questi era cataro: una pattuglia di eretici da lui chiamati fece irruzione nella camera dei religiosi e li uccise tutti, trafugandone anche i registri. L’accaduto destò grave commozione e, nonostante fosse stato appreso con gioia dai catari, di fatto segnò la fine della loro immunità. Raimondo VII fu scomunicato, sconfitto e alla fine si arrese.

Mentre prima Raimondo per convenienza aveva ostacolato l’inquisizione, ora, per segnare la sua distanza dagli eretici, partecipò attivamente alla loro persecuzione. Il nucleo del catarismo della regione era la fortezza di Montsegur, considerata imprendibile, dove alloggiavano diverse centinaia di catari. Era ben noto che i mandanti del massacro di Avignonet risiedevano lì. La rocca fu assediata e dopo parecchi mesi alla fine cadde. Se il signore del castello mercanteggiò la sua resa, duecento persone, l’elite catara, si rifiutarono di rinnegare e si fecero bruciare.
Da questo colpo la setta eretica non si riprese mai più. Privata delle sue protezioni e dei suoi perfetti migliori, senza la possibilità di predicazione aperta, e nello stesso tempo non in grado di rispondere efficacemente a una nuova generazione di sacerdoti e frati molto più motivati ed istruiti dei loro predecessori, l’eresia si spense del tutto nei primi decenni del 1300.

In Italia, analogamente, le sconfitta o la morte dei potenti protettori degli eretici unita alla predicazione cattolica e fatti eclatanti come l’assassinio da parte catara di Pietro da Verona arrestò la diffusione delle dottrine ereticali senza bisogno nè di crociate nè di roghi di massa. Unica notevole eccezione, la presa della città di Sirmione nel 1278, un po’ la Montsegur d’Italia, con la seguente cattura e rogo da parte degli scaligeri di circa duecento perfetti nell’arena di Verona.

Se le attività inquisitoriali continuarono fino ai primi anni del 1300 il basso livello degli accusati e delle pene conseguenti testimoniano che il catarismo si poteva considerare ormai defunto.
La sua parabola aveva però causato l’affermarsi di una concezione di Chiesa che avrebbe causato gravi conseguenze nei secoli seguenti.

Perfetti.7 Il prezzo delle armi

Raimondo di Tolosa era ondivago e simpatizzava con gli eretici, ma era cattolico e non stupido. Si presentò nudo davanti alla cattedrale di Tolosa chiedendo l’assoluzione, la scomunica fu revocata e si unì alla crociata. Non così il giovane Raimondo Ruggiero, visconte di Beziers, legato ben più profondamente con l’eresia, che rifiutò di sottomettersi.
Nel luglio del 1209 le armate crociate si mossero contro Beziers. Anche Filippo Augusto, re di Francia, dopo parecchi rifiuti aveva dato il suo sostegno…indiretto. Innocenzo sperava in un potente signore che ristabilisse l’ordine, quello che si muoveva era invece un esercito numeroso sì ma raccogliticcio.

Il visconte, rendendosi conto di non potere fare fronte da solo a un esercito così imponente, chiese ai suoi sudditi di resistere e si recò a Carcassonne. I cittadini di Beziers, da parte loro, “non credevano in nessun modo che l’esercito potesse mantenersi e che entro 15 giorni si sarebbe disperso dato che occupava lo spazio di una lega e le strade bastavano appena a contenerlo“. Eccesso di confidenza, grosso sbaglio di valutazione.
A Beziers i catari erano forse appena il 10%, ma la città era dotata di forte spirito di indipendenza. I cittadini scelsero non solo di resistere, ma contrattaccare.
L’incursione ebbe come bersaglio il campo dei ribaldi. Cattiva scelta. Questi non erano veri crociati ma vagabondi in cerca di preda al seguito dell’esercito, gente dura e di pochi scrupoli. La sortita fu respinta, e i ribaldi a piedi nudi inseguirono i malcapitati in ritirata: con le mazze e i picconi scalzarono le pietre delle mura e abbattono le porte. I difensori furono presi dal panico e abbandonano gli spalti.
Gli stessi crociati furono presi di sorpresa dal corso degli eventi. Mentre questi si armavano e correvano alla città, all’interno era già saccheggio e massacro.
Se la cifra di ventimila morti che Amaury, delegato papale, millanta nella sua relazione è certamente di molto esagerata e Beziers stessa pochi anni dopo appare tutt’altro che spopolata, è indubbio tuttavia che strage ci sia stata. Se la frase “Uccidete tutti: Dio riconoscerà i suoi” che è attribuita al legato papale è quasi certamente apocrifa, tuttavia è indicativa del fatto che la tolleranza nei confronti dell’eresia stava cominciando a diventare un grave fattore di colpa.

Non è inutile far notare ancora una volta che le leggi di guerra del tempo, se proteggevano la città che si arrendeva prima del primo assalto, davano questa completamente in mano – vite degli abitanti comprese – all’assalitore che la conquistasse con la forza.
Gli eventi di Beziers impressionarono profondamente: Narbona e parecchie piazzaforti minori si arresero infatti senza combattere. Carcassonne, assediata e a corto d’acqua, capitolò dopo poco. Il visconte Raimondo Ruggiero, nonostante avesse un salvacondotto, fu imprigionato e morì poco dopo di dissenteria. Simone di Montfort, condottiero abile e incline ad usare la spada e il terrore, fu scelto a succedergli.
Seguirono campagne contro i Trencavel, l’altra grande famiglia nobile catara, e contro Raimondo di Tolosa a cui fu rinnovata la scomunica. Nel 1211 i principali centri catari erano stati conquistati. I perfetti che non avevano abiurato l’eresia, alcune centinaia, erano stati messi al rogo da Simone. Innocenzo dichiarò conclusa la crociata, ma la guerra continuò. Divenne un conflitto sempre più aspro e crudele per il potere locale. Pietro di Aragona, di provata fede cattolica, scese in campo con Raimondo di Tolosa contro Simone di Montfort, e ci lasciò la pelle.
La parte di Chiesa che continuava ad insistere sulla predicazione era ostacolata dal risentimento per la violenza e le sofferenze della guerra civile. I catari, se avevano ricevuto un colpo durissimo e perso gran parte dei loro protettori politici, non erano però sconfitti. Fuggiti in rifugi sicuri o in Italia cominciarono a riorganizzarsi.
Era finita la stagione della tolleranza, e la guerra aveva dimostrato di essere inefficace e controproducente. Si apriva una nuova fase.

Le riserve

Va bene, Sentinels. Ascoltate. C’è qulacuno che dice che quello che farete oggi sarà presto dimenticato, che non siete veri giocatori, che questa non è una vera squadra. E io dico che queste sono stronzate. Perché oggi siete tutti giocatori professionisti. Siete pagati per giocare, e voglio che ricordiate questo, perché gli uomini di cui avete preso il posto lo hanno dimenticato molto tempo fa. Buttiamola dentro. Giochiamo un po’ a football.

Gene Hackman come “Jimmy McGinty

Non so voi, ma a me l’altro giorno è venuto in mente prepotentemente un film di qualche annetto fa, “Le riserve“.
L’avete visto? Non un capolavoro, ma una di quelle pellicole che si ricordano. C’è uno sciopero dei giocatori di football professionisti, e l’allenatore della squadra dei Sentinels, McGinty (Gene Hackman), chiama come titolari tutta una serie di rimpiazzi. Gente troppo giovane o troppo vecchia, che ha buttato via la sua occasione o non ce l’ha mai avuta. I professionisti si rifiutano di giocare? C’è chi invece di scendere in campo ha voglia, perché è all’ultima spiaggia, perché è ancora convinto, “perché non c’è un domani per loro, e questo li rende molto pericolosi”. Guidati da Falco (Keanu Reeves) inaspettatamente questa mandria raccogliticcia inanella successi, almeno finché i titolari non sceglieranno di ritornare.

Ora, guardiamo la formazione del nuovo governo. La prima impressione è che, quando Letta ha chiesto chi voleva farsi sotto, ci sia stato un fuggi-fuggi quasi generale. Perché, diciamolo, questo esecutivo ha il sedere sopra non una bomba che ticchetta, ma su un intero arsenale innescato. Non so chi faccia più paura, se l’opposizione assolutemente pre-giudiziale che voterebbe contro anche ai tortellini della propria madre oppure i kriss, pugnali e stiletti celati a mucchi sotto i mantelli di coloro che l’applaudono.
Devo ammettere, quando ho sentito Letta dire che tra diciotto mesi avrebbe fatto il punto un pochetto mi è scappato da ridere. MI sembra uno di quei film western dove mentre il nuovo sceriffo fa il discorso arriva il becchino e gli prende le misure.

Che altro ho da dire? Onore ai coraggiosi che hanno accettato di salire su un bastimento che gran parte dei marinai e degli armatori vuole che affondi. Pronti ad essere messi alla gogna per il minimo sbaglio, vero o presunto. Qualche giorno fa sembrava impossibile. Ora stiamo a vedere.
Proviamoci. Che governino un po’.

Perfetti.6 Guerra

Cominciando a parlare della crociata contro gli albigesi può essere utile rammentare che sbaglieremmo ad inquadrare gli avvenimenti con le nostre categorie contemporanee e con le innumerevoli leggende nere, spesso prive di fondamento, costruite nei secoli.

Come ho già ricordato all’inizio, gli assedi delle città, le razzie e gli incendi delle stesse sono eventi tutt’altro che rari nell’epoca in cui stiamo parlando, anzi, sono quasi la dolorosa normalità. Non c’è cittadina per quanto piccola che non sia fortificata e che non abbia una guarnigione.
Federico I, quando qualche anno prima di questi fatti scende in Italia, attacca e distrugge una dopo l’altra parecchie città, tra cui Milano. La stessa Francia del sud è teatro di piccole guerre feroci e continue. Una delle accuse a carico dei capi della Linguadoca è appunto quella di uso smodato di mercenari che devastano i territori.
La società dell’epoca è guerresca dalla testa. I nobili sono allevati come guerrieri e addestrati al combattimento fin dall’infanzia; in mancanza di bersagli esterni, come ad esempio le crociate verso Gerusalemme, non lasciano passare molto tempo senza attaccare briga gli uni verso gli altri.

Già, le crociate. Uno dei motivi per cui sono state indette, certamente secondario ma non meno importante, è appunto fare in maniera che le energie esuberanti dei soldati cristiani non si rivolgano verso i loro fratelli nella fede. La pressione musulmana sul sud del continente, fatta di saccheggi e razzie ma anche di vere e proprie spedizioni di conquista, è stata senza dubbio alleggerita dal contrattacco che da qualche decennio la cristianità sta portando verso le terre sotto il dominio dell’Islam. Ma checché qualcuno dica, il motivo principale per cui i crociati si muovono non è né l’avidità né la sete di conquista: è il desiderio autentico di difendere la Chiesa, e di trovare in questa maniera una espiazione per i propri numerosi peccati.

Nel tentativo di limitare lo spirito guerresco e arginare le devastazioni la Chiesa ha provato di tutto. Ha cercato di renderla affare di poche elite, i cavalieri; ha imposto loro un preciso codice di comportamento; ha limitato le armi (ad esempio l’uso della balestra e mercenari) e i giorni in cui è possibile guerreggiare; ha ideato la tregua di Dio e la pace di Dio; ha posto sotto la sua protezione le popolazioni civili sotto pene severe per chi infrange le regole.

Apparentemente questi provvedimenti non sono serviti a molto. I cavalieri raramente sono esempio di virtù e fanno piuttosto a gara per perseguire i vizi, dal desiderare la donna d’altri – magari violentandola – all’uccidere. Le balestre e le truppe mercenarie sono diffusissime; le tregue costantemente infrante; le chiese sono saccheggiate al pari degli altri edifici. Se nel corso dei secoli un certo miglioramento si nota, è tuttavia un cambiamento fragile, in balia delle strategie del prossimo condottiero.

E’ anche per questo che l’approvazione della violenza sia pure contro i nemici giurati della Chiesa è molto discussa tra i cristiani, con voci anche fortemente contrarie.  Notate bene, però: il pacifismo per la mentalità dell’epoca è comunque incomprensibile. Se alle offese personali si dovrebbe porgere l’altra guancia, il prendere le armi contro l’ingiustizia non è assolutamente messo in discussione.
Abbiamo visto come nei decenni precedenti contro gli eretici si sia ricorsi perlopiù a mezzi di persuasione pacifici, alla predicazione. Nel resto d’Europa idee non proprio ortodosse sono discusse abbastanza liberamente, con ampia tolleranza. Ciò che in Francia fa precipitare la situazione è la possibilità evidente che si formi uno stato esplicitamente anticristiano, che non si riconosce nel cristianesimo ma nei suoi nemici, e disposto ad usare la violenza per affermare se stesso. Questo spinge ad attraversare il confine; la crociata è sentita come una mossa difensiva non più evitabile.

La crociata agisce su due piani: da un lato, con la promessa di remissione dei peccati dei combattenti, spinge a prendere le armi anche coloro che esiterebbero; dall’altra toglie la protezione della Chiesa a chi si oppone ad essa, esponendo chi non si dissocia a quello che, almeno in teoria, dovrebbe essere risparmiato a fratelli nella fede.
Probabilmente nelle intenzioni di Innocenzo III c’era un’operazione di polizia internazionale rapida e decisa, che avrebbe demolito le roccheforti dell’eresia e ripristinato in poco tempo quello stato di diritto che vedeva minacciato. Non andò così.

Tanto onesto, pare

Si sente talvolta insistere sul fatto che una educazione cristiana genererebbe cittadini onesti.
Bene, è vero. Essere cristiani, veramente cristiani, rende probabilmente anche onesti. Ma temo che spesso la si pigli dal lato sbagliato.
Ovvero dal punto di vista delle regole. Al cristiano viene insegnato a seguire le regole, a rispettare la legge, e quindi di conseguenza…
Ecco, questo è un colossale sbaglio, un enorme errore.

Il cristianesimo non insegna a seguire la Legge. In effetti, proprio il contrario. Il cristianesimo ci ha liberati dalla legge.
La legge è una enumerazione di tutti i casi della vita, si fa non si fa. Siccome la realtà è sempre varia, il tomo delle regole aumenta sempre nel vano tentativo di inseguire ogni possibile variante di essa. Giudici e avvocati, esegeti della parola e sacerdoti del culto, dettano il passo dell’esistenza.
E alla fine si soffoca di commi, si annega nei paragrafi. Ci si schianta di fronte a ciò che ancora codificato non è.

L’onesto che segue la legge esplorerà ogni meandro della stessa per trovare il varco che gli consenta di essere furbo. Mentre nessuno guarda, l’infrange con un ghigno.

La legge è una conseguenza. L’onestà, quella vera, è una conseguenza. E’ la conseguenza del bene, arriva dalla fonte del bene, della giustizia, della verità.
E’ solo imparando ad amare quella fonte, che è ciò che vuol dire essere cristiani, che si può essere onesti anche quando nessuno guarda. Anche quando la legge non lo dice.
Solo marciando verso quella luce – magari inciampando, magari sbucciandosi le ginocchia, magari rompendosi una gamba e poi continuare strisciando – le conseguenze verranno.
Come essere innamorati della più bella, e vivere ogni cosa cercando di essere degno di lei.

,Sempre.

Se si cerca l’effimero, se si insegue l’istante, se si vuole la soddisfazione momentanea allora probabilmente si otterrà proprio quello.
Soffierà il vento, e i petali voleranno via. Si cercherà un altro fiore.
Fino all’autunno impietoso, fino all’inverno che arriva, sempre.

Ma oh, la bellezza che non muore, la gioia dell’eterno, che non finisce mai perché rinasce, sempre.

Il cattivo, il cattivo e il cattivo

Ci sono cose che parecchi desiderano. Ma non tutti possono averle allo stesso tempo.
Il passaggio per un incrocio, o su un marciapiede stretto; una stampante, un tesoro, una carica.

Chi si piglia l’oggetto del desiderio?  Se molti lo vogliono contemporaneamente c’è il rischio di uno stallo, quelli che gli ingelsi chiamano deadlock.  Chi l’avrà vinta? Se tutti insieme portano avanti le loro richieste il risultato sarà un blocco reciproco in cui nessuno ottiene niente.
Questi conflitti sono ben presenti nella vita di tutti i giorni. Gli ingorghi sono di solito frutto di questo genere di pasticcio: all’incrocio l’auto A non lascia passare l’auto B che blocca l’auto C, che a sua volta non permette all’auto A di muoversi. Sull’auto C di solito c’è un vecchietto con il cappello.
Nel cinema il più famoso deadlock è lo “stallo alla messicana” del film di Sergio Leone “Il buono, il brutto e il cattivo”. Vi ricordate? Alla fine della pellicola i tre protagonisti si minacciano reciprocamente con la pistola per mettere le mani sul tesoro. Se uno dovesse sparare per primo sarebbe a sua volta facile bersaglio per il terzo. E così nessuno si muove.
 
Per risolvere gli stalli ci sono diverse tecniche. Chi primo arriva meglio alloggia. Uno viene fatto più importante degli altri. Ci si mette d’accordo per sparare al cattivo.
E se nessuno vuole cedere, deve esserci un arbitro, un semaforo che decida lui chi vince e chi perde.
Nei veti incrociati, quando tutti sono il cattivo di qualcun altro e non c’è nessun arbitro, non vince nessuno. Muoiono tutti. Nessuno ottiene quello che vuole.

Cosa ci insegna questo? Che nessuna pretesa di uguaglianza potrà funzionare senza un potere di altro ordine, superiore, che stabilisce chi può fare cosa. Introducendo una disuguaglianza.
O esiste un Dio o non possiamo essere tutti uguali.
E poi che la preferenza, la scelta, è connaturata alle cose. Se non si decide, se si sceglie di non decidere, se tutti sono troppo cattivi per potersi fidare il risultato sarà che nessuno ottiene cosa vuole. Alla fine, si muore.
Si muore di indecisione, si muore per avere voluto troppo, si muore da cattivi.

Palle perdute

E il vento dirà “Qui vissero atei dignitosi;
Loro unico monumento la strada asfaltata
E un migliaio di palle da golf perdute

Eliot, cori da “la Rocca”

Le decisioni si prendono solo quando ci importa di qualcosa. Quando un bene ci sta a cuore. Il ritrarsi, il non impegnarsi, il nicchiare sono i sintomi di una mancanza di interesse nella vita. Indizio di non-vita.
Sceglie solo chi ama.

Il profeta e l’evidenza

Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.

Chesterton, “Eretici”

Devo ammetterlo, questa citazione che ho pur usato un sacco di volte mi era sempre parsa un poco esagerata. Ehi, l’evidenza è l’evidenza. Non si può essere così mentecatti, così caproni, così ciechi da non vedere che l’erba è verde e cavillare sul valore di una somma.
E invece no. Mi sbagliavo, e di brutto. L’evidenza non basta: bisogna voler vedere, anzi, ancora di più: dopo avere visto occorre prendere coscienza di quello che si è visto.

Può darsi che l’abbiate letto sui giornali – o anche no, visto l’andazzo nostrano. In Francia stanno approvando, hanno approvato una legge che demolisce il matrimonio quale io, i vostri padri e i vostri nonni e tutte le generazioni umane e animali dai protozoi in qua abbiamo sempre conosciuto. Francia, avete presente, la patria delle libertà, dove ghigliottinavano quelli la cui testa era un poco più alta della libertà che concepivano loro.
Il governo del simpatico Hollande ha altrettanto simpaticamente ignorato le manifestazioni oceaniche contro la legge voluta da lui e dai poteri che l’appoggiano. Per un paio di volte un milione di persone e passa sono scese in piazza, tra l’assordante silenzio dei media paladini della liberté. Presenti anche in Italia, del resto, dove un mezzobusto ad un tiggì dandone la notizia in quindici secondi si è permesso di consumarne dieci sogghignando “un milione, dicono” e facendo l’occhiolino. Vive l’information libre, e comincia a contare.
Non sono solo i cattolici a manifestare, in Francia. Certo ne sono una fetta consistente. I cattolici sono abituati a combattere un potere che vorrebbe negare l’evidenza. Non si bevono tutto. Non ignorano il pericolo per quieto vivere. Proprio no.

Ma è anche più significativo quello che sta accadendo “dopo”. Dove persone che portano la maglietta della manifestazione (una famiglia stilizzata, mica una foto oscena) vengono sistematicamente portate via dalla polizia e multate…e poi lasciate andare purchè si tolgano la maglietta incriminata. Dove manifestanti seduti in silenzio vengono arrestati e lasciati andare solo molte ore dopo, dopo essere stati minacciati di sanzioni fino a tre anni di reclusione. Dove è chiaro che il diverso, cioè chi crede ancora all’evidenza, va criminalizzato, va represso. Va eliminato.

L’evidenza, dicevamo. Difficilmente esiste evidenza più grande che quella di essere un maschietto, una femminuccia. Di essere fatti l’uno per l’altra. Che la vita, la vita umana si perpetua in questa maniera. Che i figli si fanno in questa maniera.
Eppure qualcuno ha deciso che non è così. Non siamo ancora alle spade. Ma poco ci manca.

Ah, Chesterton, che profeta.

Giù

Eleggono il Papa, e uno sta sicuro. Ragionevolmente sicuro.
Sa che per male che vada al timone della Chiesa ci sarà una persona di ampia cultura, con anni di esperienza di governo in realtà difficili e di rapporti internazionali, che attraverso le confessioni ha un’idea del male dell’uomo parecchio diretta, abituato a cercare di tenere in piedi tramite la fede il gregge di cui ha responsabilità.
Chi sarà scelto è deciso da uomini che hanno a cuore il bene comune più che la loro parte, almeno si spera, e che si orienteranno verso il candidato migliore per conoscenza diretta, non per averlo visto in tv o per logica di schieramento.
E male che vada c’è lo Spirito Santo, di sotto, che sorregge. Uno si butta, e si affida. Non ci si fa male.

Per la politica è tutto un poco diverso. Voi, chi vedreste bene come Presidente? Non dico il meno peggio, quello che dà meno alla testa, ma proprio quello adatto, con il carisma e il piglio giusto per rappresentare l’Italia qui e nel mondo?

Ecco. Se pensate quello che penso io, ricordate chi eleggerà chi, con quale metodo e quali motivazioni. E poi allo Spirito Santo.
Che con ogni probabilità si prenderà una settimana di ferie a Maiorca.

E poi…e poi buttatevi. Giù.