La vergogna

Un mio amico mi dice: sai, non scrivo tanto sul blog perché in questi tempi di crisi mi stanno capitando un sacco di cose belle, e mi vergogno un po’.

Ma come, gli dico io, è proprio quello che invece dovresti fare! Ne capitassero a me, di cose belle su cui fare i post!
Come ho finito di parlare, ed ho capito quello che avevo appena detto, sono io ad essermi vergognato terribilmente.

Perché non è affatto vero che di avvenimenti belli non me ne capitano. Proprio il contrario, in effetti. Incontro persone meravigliose, ascolto cose bellissime, vedo insomma questa bellezza assumere forme concrete.
E invece il mio post di stasera volevo farlo su quanto vedete qui:

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Questa è la chiesa di un paesino sperduto sui monti della Francia, nella regione dell’Ain. La cappellina ha novecento anni. Fuori dall’inquadratura ci sono statue di gesso realmente orripilanti, quasi come il quadro che si intravede sulla sinistra. Ma il pezzo forte è la vetrata: in puro stile fine novecento, è un insieme caotico di colori sgradevoli, l’ultima cosa che porterebbe a pregare un Dio che ordina l’Universo.

Avrei scritto di questo. Ma l’avrei fatto dimenticando quest’altro:

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ovvero l’antico noce nel prato poco distante la chiesetta, quella che si intravede sullo sfondo. O il fatto che da quella cappellina, duecento anni fa, in un periodo storico ben più sfigato dell’attuale, da queste dieci-case-dieci sia partita una persona – Gabriel Taborin – che ha fondato una congregazione che ha fondato scuole in 14 paesi del mondo. Insomma, rischiavo di dimenticare tutta la bellezza della cattedrale di Belley, le persone che hanno dedicato la loro vita all’istruzione dei ragazzi, il pranzo francese, il primo chiarore dell’alba sulle montagne della Valle di Susa che  sorgono dall’oscurità. Non vi avrei detto dei riflessi del sole tra la nebbia sul lago del Bourget, delle betulle dorate dall’autunno, delle tortuose strade della Savoia e oh, di tutto il resto. Mi sarei concentrato sulla nota stonata della grande sinfonia.

Quello sì sarebbe stato un peccato. Quella sì sarebbe stata una vergogna.
C’è chi dice che bisogna pensare positivo. No, è molto più importante vivere il positivo.
La realtà è bella. E ti conduce verso la Bellezza suprema, se sai vederla. Occorre dirlo. E non c’è da vergognarsene.

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Un abito deplorevole

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Ma quanti erano invitati non vollero venire, così il Re disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Quello ammutolì per un istante, poi replicò: “Hey, sire, guarda che non è colpa mia, mica era scritto sull’invito, non sapevo che ci si dovesse cambiare il vestito per stare qui, ho lavorato fino a tardi e non sono riuscito a passare di casa per cambiarmi, e comunque il mio abito nuziale è in lavanderia. Mica vorrai farmi storie adesso, eh? Sii un po’ elastico. A proposito, complimenti per i canapé.”
Il Re lo guardò per un momento, poi disse” [il frammento si interrompe bruscamente]

Vedi anche Mt 22

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Sei come un nome che ho dimenticato

Tu sei come un nome che ho dimenticato
un volto ai margini della memoria
un’ombra su un muro lontano.
Tu sei come un canto che non ricordo
qualcosa che ho udito da bambino
una melodia che la voce
più non canta, arida di tempo.
Scrivo di te per rammentarti
con la mia mano disseccata
dalla mancanza di ciò che dà dolcezza.

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Sicurezze

In un mondo dove ci si vanta di non essere sicuri più di niente, tutti sembrano volere solo un posto sicuro e un’uscita di sicurezza.

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Il momento della prova

Uno rientra a casa, piallato dopo una giornata stressante, e trova altri problemi.
Sembra che tutto vada storto, che non ci sia più niente di vero; che tutto quello in cui abbiamo creduto e che ha guidato la nostra vita si disfaccia, sia stato solo una menzogna.

Ma quando ci parlavano del tempo della prova, del momento del dolore, della croce, che cosa ci aspettavamo? Un set da film hoolywoodiano con noi che cavalchiamo verso il tramonto?
Togliamocelo dalla testa. La prova è esattamente questa, l’infrangersi dei sogni nella realtà della vita normale. Se i sogni si infrangono è chiaro che erano fragili e mal costruiti.
Qualcuno è chiamato a dare la vita pubblicamente, qualcuno in maniera nascosta; alcuni a combattere a viso aperto la menzogna, altri a combatterla nei riti di ogni giorno, nelle difficoltà mattutine e nei disastri serali, nel leggere i giornali e guardare la tv e giudicarli.

Così se la moglie e i preti e i figli e gli amici e i genitori vi deludono, non c’è niente da temere e niente da meravigliarsi. Basta pensare a quante volte abbiamo deluso noi, e siamo stati perdonati. Basta ritrovare un punto dal quale ripartire. C’è sempre. E’ quella bellezza misteriosa, quella illogica allegria che non appartiene al nostro tempo e tuttavia trasforma il nostro tempo in un bene senza fine.

Ci fa ritrovare la Fede che siamo voluti bene, la Speranza che ogni cosa troverrà il suo posto, la Carità per perdonare i nostri fratelli, e noi.
E il maligno, che vuole dividerci dalla realtà per meglio divorarci, resterà ancora deluso.

Avviso ai naviganti

La Grazia divina parla (di solito) non tramite voci mistiche all’orecchio, ma attraverso parole e fatti reali di gente reale.
Dio non si impone magicamente sulla libertà delle persone, neanche se questi stanno in Vaticano. Quello che abbiamo per garantito è che alla fine la Verità vincerà, ma nel frattempo potrebbe essere sangue e sofferenza. Il barometro della Chiesa è da sempre fisso su tempesta imminente, e se per caso la lancetta segna bello è meglio che picchettiamo sul vetro.

Se date un’occhiata alla storia, ci sono stati secoli di Papi-Antipapi, di scismi, di lotte intestine anche feroci, vescovi, cardinali  e pontefici pessimi; persecuzioni, esili, eresie, e ogni genere di peccato nessuno, proprio nessuno escluso.
E questo solo dall’interno. Figurarsi per i fulmini che arrivano dall’esterno, con il preciso scopo di affondare la barchetta.

Che di fronte a tutto questo la Chiesa permanga e sia anzi una immensa fonte di bene e santità è un Mistero, di quelli con la M maiuscola. Ed anche un segno. Per quanto possa essere terribile la tempesta, per quanto si sia sballottati dalle onde ci sarà sempre qualche marinaio che avvista una terra tra le onde, un pilota che volge il timone in quella direzione. Alla fine si toccherà una spiaggia, si sarà salvi. Di altre scialuppe, specie quelle che noi immaginiamo più sicure, non è detto altrettanto. Attenzione a cosa propina la pubblicità.

Ma guai a coloro che l’uragano della storia prende nel mezzo: cioè, presumibilmente noi.

Attenti, però, naviganti: i “guai” di solito sono proprio quei venti impetuosi che ci strappano da quanto pensavamo di sapere. Meglio le burrasche che ti sospingono verso isole sconosciute della calma piatta che fa morire di inedia.
E ora tenetevi saldi, che il vento si rafforza.

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Può darsi che preghino

E’ sottile, curva, tutta vestita di nero. Solo una cosa solleva: non la testa, ma un’icona di Nostro Signore.
Dietro di lei arrivano a due a due; un inchino all’altare, poi si accomodano al loro posto nei banchi della chiesa millenaria. Facce vecchie, facce giovani. Alcune serie, altre allegre, sorridenti. E’ tutto quello che si vede di loro.
Quante sono! Una cinquantina circa. Per ultime arrivano due novizie con il velo bianco, e due postulanti senza velo. Giovani, forse venticinque anni, senza dubbio carine. La nostra amica che le raggiungerà presto per ora siede invece con noi, col coro, venuto sin quassù ad Orta per un saluto.

Di lei un amico mi ha detto che quando parla del convento, della vita che l’aspetta, diventa ancora più bella. C’è chi potrebbe trovare un mistero la ragione per cui una ragazza nel fiore degli anni, intelligente, dinamica, laureata, decida di chiudersi in un monastero di clausura. Il dramma vero sarebbe liquidarlo così, come incomprensibile. Non farsi altre domande, o darsi risposte banali. Ogni cosa nel mondo ha una ragione, così come ogni cosa ha un uno scopo. Solo chi è disabituato a cercare una e l’altra può lasciarsi passare sopra la testa, di fianco, alle spalle una cosa come questa. Non farsene interrogare.

Non farsi interrogare dalla bellezza di questa messa cantata da cinquanta monache vestite di nero e cinquanta amici vestiti come viene. Dalla struggente armonia dei polifonici di de Victoria e Palestrina, dallo splendore dei gregoriani nitidi come una stella nel cielo limpido. Dal silenzio che ha avvolto la celebrazione come i secolari dipinti sulle pareti di pietra di questo balcone sull’hortus conclusus, il giardino sigillato rigonfio di vergine – cioè feconda – vita.

E ci si può domandare perché, in anni di chiese disseccate e ordini rimpiccioliti, qui siano così tante, ci siano così tante facce giovani. In un luogo che è l’esatto contrario di ogni cosa che ci è venduta come conveniente all’uomo, alla donna d’oggi. Tesi che evidentemente qualcuno non ha comprato.
Mia moglie ha azzardato una risposta. “Può darsi che preghino”, mi ha detto.
Sapete, credo che sia proprio così.

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Larger than life

In inglese si dice larger than life di una persona fuori dall’ordinario. E sicuramente Mario Adinolfi è larger than life.
E’ una montagna d’uomo, e non posso fare a meno di paragonarlo a qualcuno che condivideva con lui un fisico simile, quel geniaccio di G.K.Chesterton. La somiglianza allo scrittore britannico si estende anche al viso come di bambino capitato lì per caso e alla giungla di capelli astrattisti.
Se il nostro Adinolfi non arriva forse ancora a emulare Chesterton per perizia letteraria – nessuna meraviglia, chi è che ci riesce – dal punto di vista dell’oratoria e del carisma sicuramente tiene botta.

Ecco, Adinolfi è uno che spiazza. Io sono abituato fin da quando ho fatto una certa scelta verso l’alto a combattere con quanti cercano di tirare verso il basso. Capita spesso che questo tirare sia verso il basso a sinistra. Questo è stato vero soprattutto per quella categoria di persone che fino a qualche decennio fa si chiamavano cattocomunisti. Gente che era convinta di superare il cristianesimo ed ha improvvisamente scoperto di seguire un cadavere putrefatto senza segno di resurrezione. Morti come nome, i seguaci di quella eresia hanno però continuato lo stesso a fare finta che nulla fosse accaduto, un po’ come quei figli che continuano a riscuotere la pensione della nonna defunta tenuta nel congelatore.

Figurarsi il mio sconcerto nel trovarmi di fronte uno che continua dichiarsi di sinistra, cattolico, e dice le cose che dico io. Senza paura, rischiando di persona. Ricevendo insulti e minacce che al confronto i quattro troll mentecatti che girano da me sono suorine. I miei amici qualche volta si meravigliano per la mia pazienza nel sopportare: ecco, dinanzi a quell’uomo sono un dilettante.

Non ha tutti i torti, Adinolfi, quando dice che la sua è la vera battaglia di sinistra e sono semmai gli altri, quelli che gli vanno contro, ad essere dalla parte del denaro, dalla parte dei padroni. Non gli sfugge il paradosso che i suoi compagni di partito tifino, consciamente o meno, per i superricchi che si possono permettere di comprare bambini e non per le madri del terzo mondo a cui vengono letteralmente strappati dal seno. Chissà se quelli che erano comunisti si rendono conto che tutti i giornali dei padroni li appoggiano, sostenendo le loro battaglie per trasformare la persona in cosa con menzogne degne della miglior pravda d’annata.

Su due cose non sono d’accordo con lui. La prima è che sia il denaro che spinge tutti quelli che vorrebbero abolire la mamma per sostituirla con una provetta, un uomo o un nome senza significato. No, qui c’è qualcosa di più profondo dell’economia. Come i soldi manovrano la lussuria, così il potere usa del denaro. Ma sotto quel potere umano credo stia un potere ancora più cupo che, in mancanza di un sostantivo migliore, mi limiterò a chiamare il Male.

La seconda è sul fatto che sia una battaglia che è possibile vincere. Non fraintendetemi: il mio non è pessimismo, e neanche un ritirarmi dalla lotta. Ma, come ho già detto altre volte, ritengo questa una battaglia di retroguardia rispetto al vero scontro, che è altrove. Battaglia degna, che deve essere combattuta; ma che, anche se si vincesse, non sarebbe né l’ultima né quella decisiva. Come cattolico non credo al sol dell’avvenire, neanche di un avvenire cristiano perché quel sole è un sole umano. L’uomo è troppo piccolo per accontentarsi dell’infinito, vuole e sempre vorrà qualcosa di meno, e subito.

Ma nel frattempo qui si lotta, e si lotta duro come agnelli consapevoli. Consapevoli anche grazie a persone come Adinolfi, che infila nomi e date e dati, e per smentirlo occorre mentire – o evitare di leggere, di pensare. Ci si può anche battere in nome della mamma, del rifiuto di vedere le persone cosificate, della realtà e non di idee marce. La verità la si riconosce, se si vuole, e può fiorire anche nel posto più improbabile, dove proprio non ce l’aspettiamo, noi poveretti dalla fantasia limitata.

Quindi, chapeau a questo colosso chestertoniano, deriso e sputacchiato dai suoi ma non domo, non sconfitto.
In quella montagna d’uomo batte un cuore adeguato. Il nostro, batte?

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La fiaccola

“Guarda, stanno di nuovo facendolo.”
“Che cosa?”
“Stanno abbandonando la strada.”
“Eppure la vedono la nostra fiaccola.”
“Come possono non vederla? E’ buio pesto”
“C’è ironia nelle tue parole?”
“Nessuna ironia. Nelle tenebre siamo visibilissimi. Quello che non capisco è perché lasciano la strada.”
“E te lo chiedi anche? Guarda che razza di buche. Per non parlare della pendenza. Si fa un sacco di fatica. E poi, non dimenticare quegli incontri sgradevoli di prima.”
“Ma questa è la strada giusta!”
“Lo so io e lo sai tu. Ma gli altri non si fidano. Pensano di sapere loro, più di noi guide.  Di là sembra più facile. Da quest’altra parte è addirittura in discesa.”
“E finisce dritto nel burrone. Dovrebbero saperlo, però, che siamo noi a conoscere la via.”
“Te l’ho detto, non si fidano. Devi ammettere, poi, che un paio di volte non è che siamo stati in gambissima. Per non parlare di quando ci siamo andati ad infrattare.”
“Perché non avevamo capito bene la mappa. Poi l’abbiamo riletta alla luce della torcia, e adesso…”
“Intanto ce lo rinfacciano in continuazione.”
“Va bene, va bene. Ma adesso andiamo, dai.”
“E dove?”
“Dobbiamo seguirli!”
“Seguirli? E perché? Loro se ne stanno andando nella direzione sbagliata!”
“Appunto. Non pensi ai pericoli? Senza luce inciamperanno, cadranno, potrebbero finire in un burrone.”
“E secondo te quindi dovremmo andare dietro a loro con la fiaccola?”
“Per illuminarli. Come faranno a vedere i pericoli se no?”
“Ma così dovremmo lasciare la strada. Quanto lontano possiamo andare senza rischiare pure noi? E tutti quelli che ci stanno seguendo sulla via giusta?”
“Se sono sulla via giusta ci rimarranno.”
“Non credi che potrebbero seguirci fuori dal percorso corretto, e rischiare di perdersi anche loro? No, per me è molto meglio che noi restiamo sulla strada. Così quelli che se ne vanno quando capiranno di essersi sbagliati sapranno dove tornare.”
“Ma nel frattempo potrebbero farsi male. Potrebbero andare così lontano che la nostra luce non sarebbe più visibile, e non saprebbero rintracciare i loro passi.”
“E se noi andassimo con loro, rischierebbero di non capire affatto che la strada non è quella giusta! anzi, ci sarebbe il pericolo per noi stessi di non sapere più dove siamo, dove sia quella strada corretta che abbiamo abbandonato. Quando comprendessero poi che hanno sbagliato, da chi tornerebbero se noi siamo lì con loro?”
“Quindi la scelta è se andare a cercare quelli che si sono perduti oppure essere come una casa a cui tornare quando capiamo di avere preso una brutta strada?”
“Direi di sì. Non è una scelta facile, ci sono ragioni da una parte e dall’altra.”
“Per decidere cosa fare, dovremmo capire se sono in grado di ritornare a noi da soli.”
“Credo dipenda da quanto questa nostra fiaccola splende, e quanto la strada che fanno li porta lontano.”
“Anche da quanto presto scopriranno che i loro sentieri sono quello che sappiamo essere: vicoli ciechi e dirupi.”
“Sempre per noi, quanto alta riusciremo a tenerla, la fiaccola, per illuminare il più possibile questo mondo in cui ci tocca camminare.”
“E un’altra cosa…”
“Sì?”
“Meglio se ci sbrighiamo. Mentre discutevamo, gli altri sono andati avanti.”

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Pretesi amori

Se la verità non esiste,
se dico di amare non dico il vero
e quel preteso amore
muta nel suo opposto,
l’egoismo.

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Credere, obbedire, essere liberi

Una volta arrivavo più puntuale. Adesso sembra che ci sia sempre qualcosa che mi fa essere in ritardo. Deve essere la vecchiaia. E anche il fatto che, guidando mi sono trovato davanti prima l’auto del Torero Camomillo e poi quella di Zio Giuseppe, l’anziano con il cappello di Cuneo ritenuto responsabile del famoso Ingorgo Letale del ’93.
In ogni caso, anche se quando alla fine sono giunto alla sala la conferenza di Costanza Miriano doveva ancora iniziare, tra saluti e acquisto in loco dell’ultimo libro (mancava!) io sono uno di quelli che rimangono in piedi. La sala è strapiena.
Poco male, sono giovane (devo continuare a ripetermelo). Più che altro è la scomodità di pigliare appunti. Chissà se il lasciare l’iPad terminalmente scarico può essere etichettata come una prerogativa delle mogli o è unisex. In ogni caso mi devo analogicamente adattare a carta e penna, con il libro appena accattato come scrivania pro tempore.

Data la conseguente inabilità a capire le mie stesse note (il geroglifico lo so solo scrivere, non leggere) non scenderò nei particolari dell’opera che Costanza è venuta a presentare. “Obbedire è meglio”, recita la bella copertina, che accenna pure con un geniale gioco di parole ad una “Compagnia dell’agnello”. Cosa questa sia, e perché obbedire sia effettivamente meglio, lo lascio comprendere ai lettori del volume. Io racconterò solo un paio di cose che mi hanno colpito.

A me ha affascinato la maniera con la quale l’autrice ha replicato alle domande di coloro che erano con lei sul palco. Io sono uomo e ingegnere. A domanda, io rispondo. Preciso. Conciso. Se la questione fosse una figura da colorare, io comincerei dai bordi e procederei verso l’interno, fino a colmarla tutta. Costanza Miriano invece “colora la figura” come fanno i bambini piccoli: avete presente? Grandi tratti di pastello che coprono tutto il foglio. Alla fine quanto si doveva colorare è colorato, ma la pittura è andata ovunque. Così nelle sue repliche la nostra scrittrice con amabile accento centroitalico spazia per le tematiche più differenti, non esitando a tirarsi in ballo con esperienze personali.

Come del resto accade anche nei suoi due precedenti libri. Ho visto poche altre persone con una simile capacità di rapporto umano. L’incontro è finito dopo due belle orette, e Costanza Miriano si è fermata a firmare libri. Anche qui, fossi stato io, un grugnito, una dedica e via. Lei si fermava a parlare con tutti, dopo tre quarti d’ora ci hanno cacciato a forza fuori dal salone e si è continuato al bar interno.
Io conoscevo un buon numero di persone in sala, sono del luogo, ma pareva che lei fosse amica di molti più di me. Neanche mia moglie, al cui confronto sono un eremita stilita, riesce a fare altrettanto. Mi sono trovato intimorito e stupefatto, con un tocco di invidia per la sua simpatia e umiltà. Aveva persino idea di chi fossi io.

Mia moglie, che una improvvida riunione di catechismo ha trattenuto al paesello, dal cuscino mi ha chiesto com’era andata. Bene, ho risposto. Ti ho fatto fare la dedica sul libro, leggila. Accidenti, anche da in piedi la sua scrittura è impeccabile.

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Infinitabile

Abilis” è il suffisso che viene usato in latino unito ad un verbo per creare un particolare tipo di aggettivi. Che indicano una qualità passiva connaturata a ciò a cui sono riferiti.

Delectabilis: che dà diletto, che può essere goduto.
Mutabilis: soggetto a mutamento.
Desiderabilis: che è desiderato, in grado di suscitare desiderio.
Amabilis: capace, degno di essere amato.

Passiva, nella natura, abbiamo detto. Io posso essere amabile, degno di amore, capace di essere amato. Ma se non ho qualcuno che mi ama, che prende questa mia potenzialità e la fa diventare realtà, quello che sono non diventa mai vero. Sono meno di quello che potrei essere, inespresso.

L’uomo è infinitabile. So che infinitare non c’è nei dizionari, e neanche questo mio termine, ma concedetemelo.
Intendo dire che è capace di infinito, degno dell’infinito; ma quasi sempre sceglie qualcosa di meno. La piccola rivendicazione che finisce in violenza, il finto amore che non dura, il desiderio che si muta in pretesa. Sceglie di non vedere una parte del reale, e quindi restare nel finito. Perché l’uomo non è capace di infinitarsi da solo: ha le braccia troppo corte, le gambe troppo pesanti, la testa troppo mutabile.

Occorre che sia l’infinito stesso a infinitare l’uomo. Che ciò che è infinitamente dilettabile, amabile, desiderabile, prenda su la nostra possibilità e la faccia diventare il vero. La faccia diventare la nostra vita, noi che da soli non siamo abili per niente.

 

L’odio, l’assedio, la sentinella

Mi si piazza davanti, a pochi centimetri, faccia a faccia, e tira fuori nervosamente un libriccino rosso.  Le mani gli tremano leggermente mentre lo apre al primo capitolo. Sorrido tra me. Non c’è niente da avere paura, vorrei dirgli. Capisco che comunque ci voglia un certo coraggio. Quantomeno a non seguire la massa degli altri contromanifestanti, che dietro le transenne a un paio di metri da me scandiscono cori e parole non proprio affettuose.

Se la precedente “veglia” delle sentinelle in piedi era andata abbastanza liscia, questa volta non è così. Il centro è chiuso, domenica ecologica, ho dovuto lasciare la macchina a quasi due chilometri. Così arrivo in ritardo di un paio di minuti. Ed ho il mio daffare a cercare di entrare in Piazza Carignano.

Sembra proprio una cittadella assediata, con le sentinelle sugli spalti e l’orda di zombie alla Romero che tenta di sfondare le transenne. La polizia ha il suo daffare a tenere indietro i più esagitati, esaltati dai flash dei giornalisti. Io dopo un po’ riesco ad entrare, dalla parte opposta rispetto all’epicentro dei contestatori. Meno male che ci sono i fotografi a fare da cordone a quelli che vogliono scavalcare…
Le parole megafonate mi giungono un po’ distorte. Si riesce a distinguere una sequela di contumelie quasi ininterrotta nei confronti di questa o quella sentinella, con particolare predilizione per gli insulti scatologici. Tutte le possibili variazioni e usi degli escrementi…ogni pochi minuti parte un coro di vergogna, vergogna nei nostri confronti.

Rimproverano alle sentinelle l’uso di terreno pubblico. Insultano la polizia che impedirebbe a loro di manifestare liberamente, ovvero non li lascia entrare in contatto diretto con coloro che stanno in piedi, silenziosi, a leggere. E’ chiaro che cercano la reazione, la rissa che li legittimerebbe, dimostrerebbe il nostro odio. Falliscono.
Non riesco a sentire bene, non è neanche che mi interessi più di tanto. I contromanifestanti più vicini a me provvedono con le loro parole, non amplificate ma più dirette, a erudirmi sulla mia ignoranza, il mio aspetto fisico, il mio stato mentale, sulla necessità che io torni in chiesa invece di stare con gli altri clericofascisti lì a odiare.
A verrebbe tanto da dire: ma che odio? Aprite gli occhi, aprite le orecchie: chi sta odiando chi, chi sta insultando chi? Chi sta in silenzio, chi sbraita? Chi sta fermo, chi cerca di rompere gli sbarramenti? Chi cerca di esprimere il suo pensiero, e chi cerca di impedirlo?

Invece taccio, e leggo. Ad occhio siamo un duecento, forse più, altrettanto quelli fuori. Che fanno cordone, “spiegando” a loro modo alla gente chi siamo. Sì, ci sarebbe da dire a quei passanti: ma non vedete? Usate la testa!

Anche il ragazzo davanti a me legge. Il libretto che ha in mano è di Pasolini. Da fuori lo insultano: ma come, leggi Pasolini e sei lì dentro? E lui a spiegare che sì, ha un libro, è dentro, ma è al contrario, si oppone. Gli sussurro: “Io l’avevo capito”. Alza la testa, come stupito del mio sorriso.
Lui mi chiede: “Posso domandarle una cosa?” E io, “Ma certo, tra un quarto d’ora, alla fine della veglia”.
Torniamo alla lettura, tra il clamore assordante di chi è incapace di guardare in silenzio e dimostra efficacemente perché siamo lì. Fossi negli organizzatori mi congratulerei con gli oppositori per averlo reso così immediatamente evidente. Ancora una volta, a chi vuole sentire e vedere, non a certi giornalisti.

La veglia finisce, Il mio dirimpettaio mi dice “Ho scelto lei perché ha l’aspetto di uno che ha dei figli, dei nipoti…”
“Ah, non sono così vecchio!”
“Come zio…”
“Va bene, quello sì…”
“Pensi se i suoi figli crescessero nell’odio e nella paura che sono rivolti a noi. Questo volevo dirle.”
Vuole offrirmi il suo libro, ma gli dico che Pasolini già lo conosco e l’apprezzo. Fa per andarsene, gli offro la mano che stringe un po’ stranito. Gli chiedo se vuole parlare ancora un po’, ma mi saluta e va via. Accidenti, avrei dovuto citargli quei versi di Pasolini che conosco a memoria, quelli che fanno

(…) vi troverete vecchi senza l’amore per i libri e la vita:
perfetti abitanti di quel mondo rinnovato
attraverso le sue reazioni e repressioni, sì, sì, è vero,
ma sopratutto attraverso voi, che vi siete ribellati
proprio come esso voleva…
oh sfortunata generazione
piangerai, ma di lacrime senza vita
perché forse non saprai neanche riandare
a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto

Avrei dovuto chiedergli se aveva visto in me davvero quell’odio che si aspettava di trovare. Se gli slogan dei suoi compagni non gli facevano venir domande, vacillare certezze. Ma è già andato. Posso solo sperare che ripenserà a quanto successo.
A chi davvero odiava.
la Polizia ci fa uscire velocemente dalla piazza perché “non è in grado di garantirci l’incolumità”. I contestatori srotolano il loro striscione:  “L’amore è inarrestabile”, dicono.
Ma il loro sembra tutto tranne che amore.

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Abilis

Un uccello vola senza sapere perché; l’uomo non sa volare ma il suo desiderio l’ha spinto ad apprendere i segreti dell’aria e dell’ala.
Un ragazzo magari saprà scrivere velocemente un messaggio sul telefonino, ma con ogni probabilità sarà cieco a capire quali e quanti eventi siano scatenati da quel suo semplice gesto.

Il sapere distinguere il bene dal male è intessuto al nostro essere umani. Capire cosa essi significhino veramente per la nostra persona, per il nostro mondo, come ogni nostro agire sia mosso da questa spinta verso una realtà più grande: questo non è solo caratteristica dell’uomo, ma il senso stesso del suo camminare nel tempo.

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La fame che abbiamo

Ognuno di noi cerca amore, ma il mondo sembra che intenda solo sesso.
E’ un po’ come combattere la fame nel mondo con le patatine fritte.

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Piccolo principio

L’essenziale è visibile agli occhi, se sai chi guardare.

Cielo

L’evoluzione della scarpa da calcio nella penisola iberica

A Madrid ci sono andato con tutta la famiglia.
Per evitare mugugni ognuno di noi ha avuto il suo contentino. Mia moglie teneva alla beatificazione, io ho supplicato che mi abbandonassero dentro al Prado…mio figlio ha ottenuto che la prima cosa ad essere visitata da noi a Madrid fosse il Santiago Bernabeu.
Per quelli che masticano di pallone ancora meno di me, il Santiago Bernabeu è lo stadio del Real Madrid, che è la squadra di calcio che in assoluto ha vinto più titoli sportivi. Per un prezzo immondo si può girare tutta la struttura, dall’alto degli spalti fino agli spogliatoi e al terreno di gioco, passando per l’impressionante galleria dei trofei. E di gente che fa il tour ce n’è.

Una cosa che mi ha colpito dell’esposizione è stata l’evoluzione delle scarpe da pallone dalla fondazione del club, nei primi anni del ‘900, ai giorni nostri. Le scarpe da calcio ai tempi delle guerre mondiali erano indistinguibili da scarponi da montagna artigianali. Intonate ai palloni, che erano ordigni di cuoio marroncini vagamente sferici.
Con il passare del tempo le scarpe sono diventati via via più fini, leggere, soprattutto colorate; fino agli eccessi odierni.
Le calzature sono passate dall’essere utili all’essere ornamentali. Quando eravamo ragazzini sognavamo le scarpe da pallone per, sembra strano oggi, giocare a pallone. Quelle di oggi sembrano fatte per esibirsi.

Subito dopo il Santiago Bernabeu siamo andati a visitare il museo Reina Sophia. In questa enorme struttura sono ospitati artisti dal ‘900 in avanti. L’opera più famosa in esposizione è senza dubbio “Guernica”, di Picasso.
Davanti a questo gigantesco quadro c’era un capannello di persone. Ho guardato le loro facce mentre cercavano di decifrarne il contenuto. Cos’era, perplessità? Disagio? Nessuno sembrava realmente affascinato.
Nella stragrande maggioranza dei casi quanto esposto nel museo sono forme, colori, suoni raramente gradevoli o che necessitano di vera maestria. Verso la fine l’ho girato praticamente di corsa, non scorgendo niente che non potesse essere afferrato con un’occhiata.
C’era anche un’esposizione temporanea. L’artista in questione aveva un paio di sale occupate da decine di copie quasi indistinguibili tra loro di una sua composizione di successo. Rafiguranti un mazzo di fiori, dipinti un po’ approssimativamente, e una merda. Sì, avete letto bene. “Shit and flowers“.

Non posso fare a meno di paragonare l’evoluzione di scarpe e palloni con il percorso, in una certa maniera simile, che ha compiuto l’arte.
Passata dall’illustrare il reale a riprodurre il reale, a tentare di riscriverlo ed infine ad insultarlo. Dai minuziosi crocefissi fiamminghi ai feroci e orrendemente disegnati sbeffeggiamenti di quello stesso crocefisso. Non penso sia un caso che la schiacciante maggioranza degli autori esposti aderisse a quell’ideologia che nel secolo scorso ha battuto ogni record in quanto a devastazioni, e la cui autodistruzione ancora non è stata compresa.

Prima o poi qualcuno si accorgerà che l’arte vera nel frattempo è andata da un’altra parte. Che il senso della scarpa non è essere colorata, stupire. La vedi una volta, fai oh, ma se quella scarpa non calcia bene il pallone non serve a niente. Non è una scarpa. La seconda volta che la vedi sei annoiato. La terza cerchi una scarpa vera.
E vai al Prado, a vedere ciò che è davvero bello.

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Quanta bella gente

Quanta bella gente c’era a Madrid, nei giorni scorsi. Bella davvero.
La guardi, e ti dici: sono anche loro qui per questo.
Non c’è da sbagliarsi. Al confronto gli altri che vedi in giro appaiono scipiti, sgradevoli, e se sono allegri è un’altra allegria, un’imitazione dell’allegria che vedi in quella gente bella.

Gente bella perché allegra, gente allegra perché ha ragione di esserlo. C’è speranza, c’è certezza, c’è un senso, è questo che rende lieta la vita.
Tutti testimoni, da ogni parte del mondo. Ci si riconosce, ci si chiama, anche se non ci si conosce. Tutti, tutti testimoni.

Testimoni di che, voi direte? Di quella bellezza, appunto. Del fatto che è possibile, che c’è.
Guardateli: è possibile negarlo?
Sì, è possibile. Ma i ciechi possono tornare a vedere.

Madrid, cerimonia beatificazione di Alvaro del Portillo, dell'Opus Dei

Domande

Imparare a chiedere non “Dio, perché mi hai abbandonato?”

ma

“Dio, perché mi hai voluto qui?”

solo

Pietre che rotolano

La valigia è fatta. L’aereo è all’alba.
L’uomo deve muoversi per qualcosa. Chi non risponde agli stimoli è, per definizione, il cadavere.
Muoversi, però, che fatica. Ci si deve spostare. I ritmi abituali sono sconvolti. Si spende tempo, si spendono soldi che avrebbero potuto essere usati altrimenti.

Si dice che la pietra che rotola non raccoglie muschio. A me però il muschio piace. E’ verde, fresco, è piacevole sdraiarsi sopra di lui.
Però nasconde cosa c’è sotto. La roccia viva.

Quando in montagna mi accade di smuovere un sasso mi sento un poco in colpa. Chissà da quanto tempo era lì quella pietra, quanti millenni in quel muretto. Magari a piazzarla lì è stato un mio antenato di epoche passate, ed ora l’ho costretta ad abbandonare il suo nido di insetti e licheni, la compagnia delle altre rocce con le quali intesseva conversazioni troppo lente per essere percepite da oreccho umano.

Ed ora tocca a me rotolare un poco. Fossi stato solo sarei rimasto nel mio confortevole buco. Ma la mano che ti muove può essere anche quella della Provvidenza.
Se la vita è un viaggio verso una positività, verso una bellezza che spesso ci rimane nascosta, allora è proprio così.
Rotoliamo via. Verso cosa? Non lo sappiamo.
Ma questa è l’essenza del rotolare.

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Perdonare

Il perdonare riconoscendo la verità si chiama misericordia.

Il perdonare facendo finta che la verità non esista si chiama complicità.

amagno017

Semi

Alla messa del Papa, la settimana scorsa, c’erano un milione di persone. Un albanese su tre.
D’accordo, molti probabilmente erano curiosi occasionali. Mettiamo anche questi fossero la maggioranza. Ma per un paese in cui per quarant’anni e passa non ci sono stati né suore né preti perché li ammazzavano tutti certo dà da pensare.

Fa una certa impressione leggere gli opuscoli albanesi di “ateismo scientifico” e trovare paro paro i ragionamenti di certi nostri intellettuali e giornalisti. Per rafforzare le tesi degli opuscoli venivano usate la tortura e le esecuzioni. Il tutto così vicino all’Italia che la si può vedere, quella terra, nelle giornate serene.

Adesso i martiri sono in altri paesi, appena più distanti, ma non cambia la nostra indifferenza, il facile orrore di un momento e poi la dimenticanza. Lasciate che vi faccia una previsione: neanché laggiù, nonostante massacri e sangue e fughe i demoni riusciranno nel loro intento. I semi si nascondono in profondità.
Saremo solo noi, piante senza radici, a seccare.

Francesco-Albania

Di cani, figli, padroni

Si dice che i cani assomiglino ai loro padroni. Ed è vero, generalmente. Tendiamo sempre a proiettare noi stessi sulle cose che ci circondano. Vorremmo cambiarle perché ci riflettano. Vale per gli animali. Ma vale anche per gli uomini.

In un rapporto di coppia, la prima cosa che si impara è che occorre rispettare la libertà dell’altro, l’essere dell’altro. Non cercare di imporsi. Se ciò accade, si smette di essere una coppia. L’uomo è un solido incomprimibile. L’altro non è una nostra estensione. Se lo diventa, consegna a noi la sua umanità, diventa meno che umano. Quello che ci lega cessa di essere amore, se mai lo è stato.

Quello che descrive una famiglia è usare la propria libertà per un bene comune. Quando ciò non avviene vi è una sofferenza. Una violenza.
I figli sono deboli. La caratteristica del bambino è proprio quella di essere completamente dipendente dall’adulto, dalla forza dell’adulto.
L’adulto può cercare di proiettare su di lui i suoi desideri, le sue aspirazioni, proprio come potrebbe fare su di un cane. Ma il bambino è un cucciolo d’uomo, e quindi è anch’esso incomprimibile. E qualsiasi genitore se ne rende conto presto.

I nostri figli sono altro. Sono altro da noi, dai nostri desideri. Un genitore è tale solo se riconosce questa diversità e, per amore, l’aiuta a svilupparsi.
Quante volte abbiamo fatto il gioco “a chi assomiglia questo bambino”, il preferito delle vecchie zie. Ma l’arrestarsi alla fisicità della somiglianza può impedirci di vedere ogni preziosa differenza.
Se una persona osasse dire “questo figlio deve essere così, o non essere”, vuol dire che non è un genitore. Perché il genitore è colui che accoglie, ed accoglie perché ama.
In caso contrario è solamente uno che sceglie il cane che più gli piace. Il giocattolo fatto a sua immagine, di cui essere padrone. E lo abbandona la prima volta che sporca il tappeto, o bisogna partire per le vacanze.
E’ il test di Salomone. Amare il figlio più del nostro desiderio di esso.

Se si fallisce, meglio comprarsi un cane.

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