Ciò che rimane

Come forse saprete già, è iniziato il processo di beatificazione di Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione.
Non dubito affatto che andrà a buon fine. Il “Gius” è uno della dozzina o più di santi che per mia fortuna ho incontrato personalmente. Era evidente cosa lo muoveva.

Proprio all’inizio del suo libro “All’origine della pretesa cristiana” Giussani – sulla scorta di Julien Ries e Rudolph Otto – osserva* come dal sacro, cioè dalla percezione del “totalmente altro”, nasca la scoperta del santo, cioè di come l’adesione a quel sacro faccia apparire tutto il resto senza valore.
Ecco: il santo è chi sa guardare oltre la cortina grigia del reale e ci indica come tutte le cose possano trasformarsi, come tutto possa splendere di luce, soprattutto la nostra vita.
E ce lo indica perché è evidente in lui.

“Evidente”: qui bisogna intendersi. Una caratteristica dei santi è di essere stati spessissimo incompresi e perseguitati, lo accennavo qualche tempo fa. Padre Pio, Josè Maria Escrivà, don Bosco, per citare solo i primi che mi vengono alla mente, sono stati lungamente “trattati male” dai loro superiori. Giussani è stato allontanato da quanto aveva fondato, mandato a studiare all’estero, e non parliamo di quanto accaduto al suo movimento.
Sono giunto alla conclusione che questa sia proprio una caratteristica della santità. Riceve colpi da due parti. Da un lato da chi al sacro si oppone, lo combatte, cioè quel male che è reale e la cui più grande forza è farsi sottovalutare. E dall’altro lato da chi anche in buona fede non riesce a comprendere che il santo è altro da quello che ci si aspetta, ed è proprio per questo che è santo. Il vero male spesso usa l’insopprimibile piccineria umana per cercare di spegnere ciò che è grande, usando le armi dell’abitudine, del conformismo, della gelosia.

Il santo, il vero santo, però rimane fedele. Nella Bibbia c’è la frase “li ha saggiati come oro nel crogiuolo “; e ancora, “Il crogiolo è per l’argento e la fornace per l’oro, ma chi prova i cuori è il Signore”. Chi persevera nonostante le prove alla fine emerge come metallo purissimo, che tutti realmente possono apprezzare. Perde per strada tutte le impurità, perché solo l’essenziale resta.
E mi viene in mente che può valere anche il viceversa: cioè che solo dove c’è la Grazia che costruisce alla fine l’edificio resta in piedi.
Dov’è solo progetto umano, solamente orgoglio, le fondamenta sono deboli e crollano. E niente rimane.

Ciò che rimane è ciò che vale.

*Osserva Julien Ries: «Con la sua celebre analisi delle modalità dell’esperienza religiosa Rudolf Otto, teologo e storico delle religioni, mette in luce le tappe e il contenuto di quest’esperienza: sentimento di creatura in presenza del mysterium tremendum e fascinans espresso dalle parole qadosh, hàgios, sacer. In questo approccio, l’uomo coglie una prima faccia del sacro, il numinoso, l’essenza numinosa, l’anyad eva, il “tutt’altro”. Questa prima scoperta sfocia su una seconda, vale a dire la scoperta del sanctum, il valore numinoso, seconda faccia del sacro, in presenza della quale il profano appare come un non-valore e il peccato come un anti-valore. Qui ha origine
la religione, che è essenzialmente rapporto dell’uomo con il sacro, scoperto come numinoso e come valore numinoso»
(J. Ries, il sacro nella storia religiosa dell’umanità, Jaca Book, Milano 1995, p. 80)
(“All’origine della pretesa cristiana”, Rizzoli, pg 13).

Il gradino

Finalmente è Quaresima.
Finalmente dei giorni in cui posso eliminare tutte le scuse, e sono come dovrei essere. Un periodo in cui non accetto niente di meno, rifiuto le autogiustificazioni, guardo con severità alle mie mancanze.

Non vedevo l’ora, veramente. Troppo tempo ho perso nell’indulgere sui miei difetti. Ho l’occasione di cambiare, almeno un pochino. Di vivere meglio. Senza scorciatoie, senza “in fondo è lo stesso”.

Voi direte, ma non potevi farlo prima? E io rispondo: certo. Ma ogni viaggio ha bisogno di una partenza e di una destinazione. Ogni salita ha bisogno di un primo passo, di una pietra solida, un gradino sul quale poggiare il piede.

Poi so già che a volte non ce la farò. Le cattive abitudini sono dure a morire. Io non sono certo perfetto, anzi.
So anche però che c’è una misericordia e un perdono per tutto, e questi non me li do da me. Mi vengono incontro dalla cima alle scale, come un presagio di primavera.

La funzione del desiderio

Cosa può bastare all’uomo?
L’uomo ha un desiderio inestinguibile. Ne facciamo tutti l’esperienza.
In uno dei film di Futurama uno dei personaggi spende tutto ciò che ha per comprare il nuovo megaschermo TV, il più grande mai realizzato. Lo accende e compare un annuncio che è appena uscito un nuovo megaschermo ancora più grande…

E’ così che ci accade. Quando realizziamo un nostro desiderio, ci accorgiamo che non ci basta, che c’è sempre qualcosa di più grande, più bello, più alto da raggiungere. E se anche non ci fosse lo brameremmo lo stesso. Niente ci basta.

Esistono filosofie che dicono che l’uomo sarebbe felice se raggiungesse la “libertà dal bisogno”.
Ma è possibile ciò? Una delle premesse necessarie ad affrontare un problema è il realismo. Se quello che propongo non è realizzabile, se non è qualcosa di ottenibile allora non è vero che proponendolo con questo il mio problema è risolto. E’ come se fossimo in ritardo per il lavoro e ci dicessero “bene, puoi sempre noleggiare un razzo per arrivare in fretta”. Non è un suggerimento, è una presa in giro.
Se sei libero dal bisogno di amore, giustizia, bellezza…acqua, cibo, aria non sei più un uomo. Probabilmente sei un cadavere. Basterebbero a renderti inumano i primi tre.
Infatti è nella definizione stessa di uomo che sono insiti questi desideri.

Dal punto di vista del realismo “mi basta essere libero dal bisogno” equivale a “raggiungere la giustizia perfetta, la bellezza perfetta, l’amore perfetto, il bene perfetto”.
Ambedue sono condizioni asintotiche, cioè il cui raggiungimento si pone ad una distanza infinita. Ma mentre le seconde tendono verso l’infinito – non sono arrivato alla giustizia perfetta, ma quasi, non ho la bellezza perfetta ma poco meno – il primo atteggiamento invece tende verso lo zero: non ho giustizia, e non me ne importa; non c’è bellezza, e non me ne importa, non ne ho bisogno. Volo basso che più basso non si può.

Io preferisco tendere verso l’infinito che verso lo zero. So che con le mie forze non arriverò mai a quell’infinito che bramo, ma non m’importa.
Non m’importa perché so che sarà l’infinito stesso ad abbracciarmi. Quell’infinito che è la bellezza suprema, la giustizia suprema, la felicità suprema, il cui nome in gergo è Dio.

Ma che &@§§* dici???

E’ capitato penso a tutti di essere apostrofati con termini non molto educati.
Qual è il senso di usare delle parole “poco gentili” nei confronti di un’altra persona? Mi vengono in mente tre possibili scenari.

1- “Indifferente”: &@§§*, mi viene così.
La parolaccia è solo il manifestarsi di un vocabolario speziato. E’ riscontrabile soprattutto negli adolescenti e nei ragazzi in generale, o come gergo in certe comunità, dove il fatto che certe frasi possano configurarsi come offensive o sconvenienti non passa per la mente. Può essere anche visto come sfida alla normalità, voglia di affermarsi ripetendo termini “da adulti”, che mamme d’altri tempi avrebbero curato con sciacqui di sapone alle vie orali. Non implica insomma un vero giudizio.

2- “Ostile”: ringrazia che sei distante, &!+#!* £$ §%££@_@!!!
Ti odio, veramente. Ti odio perché sei come non voglio, ti odio perché non sono alla tua altezza, ti odio perché non sei alla mia altezza, ti odio perché mi dai fastidio. Quindi voglio sminuirti, calpestarti, umiliarti, sfogare tutta la rabbia che ho dentro per il fatto che il mondo non va come vorrei. Così scrivo commenti e mail – se non posso provvedere di persona – cercando di farti il più male possibile, di colpire laddove penso possano esserci punti deboli, attaccando quello in cui credi, la tua parentela, te.
Questo tipo di insulto è sfogo e debolezza, è la rabbia del cane che abbaia dietro la rete, e la morde schiumando per dirti: ringrazia che tra me e te c’è questo. In ultima analisi è incapacità di accettare la realtà, che è appunto una delle forme dell’odio.

3- “Preoccupato”: non fare la #&%$@!
Contrapposto troviamo l’insulto, per così dire, educativo. La sua caratteristica è che non c’è odio nei confronti dell’altro, quanto piuttosto voglia di scuotere la sua indifferenza. E’ un modo per cercare di penetrare sotto l’armatura: usare la parola offensiva per dare un messaggio. E il messaggio è: guarda che stai sbagliando. E’ usato dai genitori nei confronti dei figli, dagli amici che sono preoccupati per te; dall’educatore che vuole dare una scossa ad un uditorio addormentato. Raramente afferma che il bersaglio “è”, spesso dice o sottintende “ti comporti da”. E’ un avvertimento di cambiare rotta, se non si vuole diventare effettivamente ciò che l’epiteto indica.
E’ pericoloso. Può avere come risposta una replica del secondo tipo, se l’”avvertimento” è rifiutato o frainteso.

Una parola “forte” è sempre un segno di qualcosa che sta sotto, di sommerso. Che cosa sia lo si può capire. La domanda è: vale la pena di scavare per farlo emergere?

La via facile

Molte cose brutte sono accadute perché, apparentemente, è molto più facile andare a combattere il male che rimanere a costruire il bene.

Un gioco da bambini

Cosa cambia tra un gioco di bambini e uno di adulti? Forse la percezione delle regole.
Quando si è piccoli divertirsi è più importante delle regole. Si “capisce” che esse non sono che la scusa per il gioco. Esse non sono altro che la struttura che ci deve essere perché tutti possano giocare.
Ma ad un certo punto, crescendo, ci si accorge che se le regole le sai usare bene hai un vantaggio.
Nel nascondino, se sei tu che cerchi non ti devi mai allontanare dalla base, saranno gli altri a venire da te. Se invece ti nascondi non devi mai venire fuori, per vincere. Tutto bene, se non che così il gioco non è più divertente.

Quando si è piccoli tutto è inatteso, perché si sa così poco. Crescendo impariamo, e nello stesso momento perdiamo un poco dello stupore, e quindi del divertimento. Il gusto della vittoria diventa più importante della gioia della scoperta.
Se padroneggiamo le regole per vincere dobbiamo eliminare l’imprevisto. La partita vittoriosa è quella prevedibile. Il nostro mondo diventa quindi una ricerca delle eccezioni, che vengono rintracciate ed eliminate, una ad una.

Posso conoscere le migliori strategie a Monopoli e Risiko. Posso calcolarvi che percentuale di vittoria avete di fronte a quel mostro, a quel mazziere.
Ma le partite veramente divertenti sono quelle dove accade qualcosa di inaspettato. Senza l’inatteso tutto non sarebbe altro che noia.

Quando la regola è più importante del gioco, quando la legge è più importante della giustizia, quando la vittoria è più importante della gioia è segno che siamo vecchi, vecchi dentro, disseccati.
Bisogna giocare secondo le regole, sì. Ma bisogna innanzitutto giocare.

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XVII – La Formica, la Cicala, e l’Altro

Se ci pensate è la più grande ironia di tutti i tempi. Il liberismo, il libero mercato, l’ideologia per cui è ingiusto, inefficiente e sbagliato limitare in qualsiasi maniera l’iniziativa economica e non solo, in ultima analisi il capitalismo…che all’improvviso si trasforma nel suo contrario. Ciò che ci salva non è più la libertà, ma la sua limitazione.

Siamo oggettivi: di fronte ai sacrifici chiesti ai greci quelli che stiamo compiendo noi in Italia sono come rinunciare al terzo trancio di pizza. Ditemi se anche a voi, di fronte ad essi, non vi girerebbero parecchio le scatole. Ed hai una bella voglia a dire che sono necessari, che l’alternativa è peggiore.

Perché in fondo il problema dei greci è di averci creduto. Sì, avere creduto veramente che tutto fosse possibile. Che la libertà fosse illimitata. Che i prestiti non potessero essere restituiti con comodo. Che qui si è tutti buoni, e mai ci approfitteremmo di te, amico ateniese.

Non so se avete presente quella favola che parla di cicale e di formiche.
Un tempo la soluzione finale era lasciare la cicala fuori al freddo. Non ti sei data da fare? Arrangiati. Zoom su corpo di cicala coperto di neve e di formiche che banchettano al caldo.
Da un certo punto in poi il buonismo prevalse. “Su vieni dentro, amica cicala. Scaldati con noi, divideremo il cibo raccolto”
Dato i tempi, direi che è necessaria una terza versione…

***

L’estate era quasi al suo culmine. La Cicala cantava gaia, attirandosi più di uno sguardo seccato dalle Formiche che passavano, cariche di semi e frammenti vegetali per l’inverno. Ad un tratto si interruppe.
“Cosa c’è, amica Cicala? Non canti più?” chiese una voce dal terreno.
La Cicala si sporse, ma non riuscì a vedere chi le stava parlando. “Uh, non è che non ne avrei voglia, ma la stagione avanza e forse dovrei mettere qualcosa da parte…”
“Ma cosa dici, amica Cicala!” Esclamò la gradevole voce dal basso “tu stai già lavorando! Stai fornendo a tutti i lavoratori del prato una eccezionale offerta turistica! Non devi preoccuparti di cercare il cibo! Vedrai, penso a tutto io.”
La Cicala annuì, perplessa, e continuò a cantare.

“Formica, ehi, Formica”
La Formica, udendo la voce, si voltò. “Chi è là? Non ti vedo.”
“Sono un amico, non ti preoccupare” Disse la Voce. “Senti, che ne diresti di collaborare con la Cicala per la raccolta di cibo?”
La Formica scosse la testa. “Quella buona a nulla? E perché dovrei?”
“Per due buoni motivi” replicò la Voce. “Primo, perché fate tutt’e due parte dello stesso prato. Secondo, che il canto della Cicala attira un sacco di altri insetti, e questo vuol dire più cibo per tutti.”
“Davvero?” Chiese un po’ stupita la Formica.
“Ma certamente! E’ teoria economica di base. Potrete permettervi molte più larve perché saranno gli interessi a ripagare l’investimento. Allargate il formicaio: diventerete potentissimi, dominerete i vicini. Facendo così ci sarà anche posto per la Cicala” assicurò la Voce.
“Ma c’è il rischio che le giovani larve diventino menefreghiste come lei…” obiettò la Formica.
“Che dici! In ogni caso vi farà bene rallentare un poco il ritmo. Voi Formiche sarete più riposate e contente, e potreste anche mettere su qualche milligrammo, che non sarebbe male.
La Formica ristette qualche istante, poi si strinse tutte le spalle. “Proviamoci”.

Era ormai parecchio che il sole non faceva più capolino fuori dalle nubi grigie. Un freddo così non lo si vedeva da tempo, alla faccia delle teorie che sostenevano che il prato si stesse riscaldando. La cicala occupava da sola quasi tutta la Sala Grande del formicaio. E mangiava. Oh se mangiava.
La Formica si affacciò nel tunnel buio. Al fondo una serie di piccoli luccichii, come le stelle in un cielo che non poteva esistere.
“Voce, ehi, Voce…” chiamò la Formica
“Dimmi, cara…” disse la Voce melliflua dal fondo della galleria
“Noi ti abbiamo ascoltato, ma le cose si stanno mettendo male. Abbiamo fatto schiudere troppe larve, che ci stanno esaurendo le scorte. Per non parlare della Cicala che da sola mangia come un esercito.”
La Formica si arrestò, come cercando le parole.
“E allora?” la incoraggiò la Voce.
“E allora…cosa possiamo fare? Non possiamo mandar fuori la Cicala, perché è così grossa che demolirebbe mezzo formicaio, e se il freddo entrasse farebbe strage. E non possiamo – uhm – mangiarla, perché se le dessimo battaglia crollerebbe la sala comune.”
“Capisco”. La Formica udì come un sospiro, che poteva però anche essere una risata. “Vi aiuterò io. Ma occorrerà fare tutti dei sacrifici.” disse la Voce.
“Uh…quali sacrifici?” chiese la Formica.
“Per prima cosa, occorrerà ridurre la differenza tra popolazione attuale e popolazione sostenibile. Alcune delle larve e delle pupe dovranno essere sacrificate per il bene comune,” scandì la Voce. “cioè tutte quelle che non possiamo permetterci di mantenere”
“Ma è terribile! E chi si prenderà la responsabilità di decidere questo?” inorridì la Formica
“La proposta è mia, mi assumerò io questo peso” disse la Voce, “e c’è da sperare che non saranno molte. Ma farò quel che devo. E poi anche la Cicala dovrà dare parti di sé”.
“Parti di sé?”
“Sì, quelle più inutili: le ali, le elitre, forse anche qualche zampa e le antenne. E’ inevitabile” si rincrebbe la Voce. “e anche di questo mi incaricherò io”.
“Ma così morirà” esclamò la Formica
“Se così fosse, sarà per il bene di tutti, e un altro problema sarà risolto. Ma naturalmente” ribadì la Voce “è nell’interesse di tutti che questo avvenga il più tardi possibile”.
“E se si ribellasse?”
“Oh, non ti preoccupare, so come immobilizzarla”.
La Formica si voltò. “Mi pare che non abbiamo molta scelta. Lo dirò alle altre.” Si arrestò. “Voce?”
“Sì?”
“Senti, in tutto questo tempo non mi hai ancora detto come ti chiami veramente”
“Oh, scusa, avrei dovuto presentarmi” Fece un passo avanti dal fondo della buia galleria. “Puoi chiamarmi Ragno”.

Ehm, Caino?

Ieri domandavo: se sapessimo per certo dell’esistenza di un Creatore, di Leggi, di uno scopo, ci comporteremmo in modo diverso?

La risposta è “no”.

C’è la dimostrazione pratica, reale, verificabile.
Perché, da qualche anno, noi abbiamo dei mondi di cui si conosce bene lo scopo, il Creatore, le regole. Mondi popolati da decine, centinaia di migliaia di persone.
Questi mondi sono i MMORPG, ovvero i Massive(ly) Multiplayer Online Role-Playing Game, “giochi di ruolo multigiocatore online di massa“.

Il mondo di cui parliamo può essere la Terra di Mezzo o una galassia nel mezzo di una guerra aliena. Il giocatore si cala nei panni di un personaggio e “vive” in quell’universo di fantasia le sue avventure, collegato in rete ed interagendo con altri da tutto il pianeta.
E’ assolutamente certo chi sia il creatore del mondo in cui il nostro personaggio “vive”. Sono assolutamente chiare le regole e le leggi che reggono la sua esistenza. Quale sia lo scopo del gioco lo si sa con sicurezza. Eppure…

…eppure fin dal primo momento ci si è accorti che questi mondi condivisi non erano dei posti idilliaci dove ci si poteva dedicare in pace al proprio hobby, vivere una avventura senza pensieri, stare al sicuro dal male e dalla rapacità della vita reale.

Fin dall’inizio i giocatori hanno cominciato a sfidarsi tra di loro. A colpi di spada e di magia nei mondi fantasy, di laser e fulminatori in quelli fantascientifici…tu mi sei antipatico, io ti faccio fuori. E raccolgo dal tuo “corpo” morto tutto il gruzzolo che hai radunato nel frattempo.
In breve alcuni giocatori più esperti hanno cominciato ad eliminare metodicamente i novellini, e a spartirsi le loro spoglie. Eventualmente rivendendole. A tendere agguati a chi dava loro fastidio. Alcuni MMORPG sono praticamente falliti perché più nessun nuovo giocatore riusciva ad entrarvi senza essere ucciso e derubato.
Si sono create vere e proprie bande con i giocatori più potenti a capo. Bande in guerra tra loro.
Denaro e potere, altro che divertimento e allegria.

Presto ogni gioco di questo tipo ha dovuto dotarsi di regole per limitare le uccisioni a luoghi oppure occasioni ben delimitate, oppure renderle del tutto virtuali, codificate come una sfida nell’arena e non definitive.
Ma neanche questo è bastato.

Prendiamo il “Massacro di Falador“. Il gioco si chiama Runequest. Lì le sfide tra personaggi sono limitate a duelli non letali in arene protette. Un giocatore dà un party per festeggiare una capacità appena ottenuta, e intervengono così in tanti che il server sul quale è ospitato il gioco è costretto a “rimandare a casa” parte degli invitati perché non riesce a stare dietro a tutti.
Coloro che stavano combattendo nelle arene virtuali però si accorgono che, sebbene ormai al di fuori dell’ambiente di combattimento, riescono ancora ad attaccare e “uccidere” altri giocatori senza che questi possano reagire.
E’ un errore nel programma. Ci sono regole che vietano di approfittare di simili problemi, per il bene di tutti.
Si scatena il massacro. C’è chi ammazza per divertimento centinaia di “bot” di basso livello, tanto per fare. Chi metodicamente insegue, uccide e deruba giocatori di alto livello, sottraendo loro rari e costosi oggetti. Chi si abbandona a vendette personali.
Alla fine i supervisori intervengono, alcuni di quelli che hanno sfruttato l’opportunità sono banditi per sempre, ma oggetti e “personaggi” persi resteranno tali.

Quindi, dicevamo: com’è la vera natura dell’uomo?

Se sapessimo

Ci sono le scuse.
Che sono del tipo: “Non sappiamo se Dio esiste”
Oppure: “Non conosciamo quali siano realmente le regole del gioco, quindi ce le facciamo da noi”
“Non sappiamo perché siamo al mondo”
“Non c’è un vero fine nelle cose”…
Insomma, mi avete capito.

Il ragionamento è all’incirca questo:
siccome non sappiamo per certo se il Creatore esista o meno, per quale fine questo mondo ci sia, cosa ci si aspetti realmente da noi, se ci siano leggi che regolano la nostra esistenza e nel caso quali siano…allora più o meno tutto è giustificato.
O meglio, ci giustifichiamo in quelli che sono le nostre voglie.

Sosteniamo che non possono essere colpevolizzati quelli che sbagliano, perché non si sa se sbagliano. L’inferno è vuoto, perché in realtà nessuno è veramente cattivo, e se anche qualcosa di cattivo viene fatto è perché è tutto un equivoco. E come si osa mandare all’inferno chi non fa altro che esercitare la propria libertà? Il vero cattivo è Dio!

Quindi vi pongo la domanda: se invece fossimo certi dell’esistenza di Dio, se sapessimo esattamente quali queste regole sono, nessuno farebbe il male solo perché ha la libertà di farlo?
Se il Creatore, colui che ha fatto il bellissimo mondo in cui abitiamo, scendesse tra noi, e noi sapessimo chi è realmente, starebbe al sicuro come un padre in mezzo ai cari figli?
Se fosse chiaro che il meglio del mondo in cui siamo è rispettare le sue leggi, le infrangeremmo comunque anche se sapessimo per certo che quello che ci aspetta poi è il nulla e la distruzione?
Esisterebbe il male, se non fosse per la nostra libertà?
Insomma: l’uomo veramente vede il bene e compie ciò che è malvagio? Veramente ha questo peccato originale, “voglio essere come Dio”, che lo spinge a usare violenza sui deboli e ad accaparrarsi ogni cosa? E’ veramente Giuda e Caino?

Vi invito a rispondere sinceramente per come la vedete.
Seguirà dimostrazione pratica.

Monti giustiziato

Oh, mi rendo conto che posso avervi indotto nell’errore.
No, non stavo parlando di Nassirya nel post precedente. Mi riferivo ad un altro attentato, compiuto ben prima, ma con modalità sorprendentemente simile.
Dobbiamo andare a Roma il 22 ottobre 1867.
L’Italia è stata ormai occupata quasi tutta militarmente dai Savoia. Nel sud continua la spietata repressione del brigantaggio, con interi paesi passati per le armi e civili fucilati sul posto alla minima infrazione, fosse anche avere sconfinato nei lavori agricoli. La Francia si è ritirata da Roma, dopo avere ottenuto dai Savoia lo spostamento della capitale a Firenze e la solenne garanzia che avrebbe protetto lo stato pontificio da ogni aggressione esterna. In pratica, come tutti si rendono conto, è come avere affidato la protezione del gregge al lupo. Tutto quello che manca a Vittorio Emanuele II è un pretesto per l’aggressione.

Pretesto che ancora una volta si cerca in Garibaldi. Equipaggiati dai sabaudi, truppe “volontarie” garibaldine attaccano Roma. Contemporaneamente una serie di attentati dovrebbe decimare i difensori, causare una reazione e l’insurrezione. Diversi gruppi di “patrioti” si infiltrano con lo scopo di prendere possesso dei punti strategici. Il popolo romano si guarda bene dall’intervenire, la rivolta non scatta, gli assalitori sono dispersi. I francesi intervengono, Garibaldi è sconfitto a Mentana, Vittorio Emanuele mette un piede in Lazio, poi ci ripensa e fa marcia indietro. Non ci sono più le condizioni politiche per un altro colpo di mano. 
Ma nel frattempo lo scoppio di due barili di polvere da sparo posti sotto la caserma Serristori causa “solo” la morte di venticinque zuavi pontifici, quasi tutti italiani e francesi, e di due civili, tra cui una bambina.

I responsabili materiali sono un marchigiano ed un romano, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti. Saranno catturati e, un anno dopo, processati e ghigliottinati. Le loro sono le ultime sentenze di morte eseguite a Roma prima di Porta Pia. I due avevano ammesso di essere stati reclutati da agenti sabaudi.

Come ho anticipato sono stati chiamati martiri, sono state scritte poesie su di loro, è stato girato un film. Hanno delle strade a loro nome in alcune parti d’Italia. In che maniera la loro storia si differenzia dagli attentatori di Nassirya?
In una cosa almeno. Ci risulta che i due si pentirono amaramente di quello che avevano fatto.

Sotto attacco

Pensate a Nassirya.

Un paese sotto attacco, attentati continui. Stato di emergenza, protocolli di giustizia militari. Un contingente di truppe di un paese straniero, ragazzi venuti lì per cercare di difendere la pace.

Una terribile esplosione. Terrorismo, compiuto senza nessun rispetto per la popolazione. Muoiono una ventina di quei militari. E civili, bambini, gente che non chiedeva di meglio che vivere la propria vita.

I responsabili sono stati finalmente arrestati. Hanno confessato tutto, anche il fatto di essere a libro paga di una certa nazione.
E adesso che succede? Hanno fatto saltare per aria delle persone innocenti – nominalmente le stesse che volevano riscattare dall’oppressione – e vengono chiamati martiri. Su di loro si fanno film, si scrivono poesie, vengono dedicate delle vie. Probabilmente l’opinione pubblica ha altro a cui pensare, ormai, dato che il conflitto è finito, le truppe sgomberate, si pensa solo alla ricostruzione.

Ma ditemi, quest’ideologia che esalta degli assassini vi sta bene?
Secondo voi cosa si dovrebbe fare con quegli omicidi? Cosa ne fareste, voi?

La scienza del XX secolo

La sezione sulla scienza del XX secolo era abbastanza corta. “Ma guarda – disse Li Po – credevano ancora nelle particelle”
Shuffla allungò un recettore. “Particelle? Particelle di cosa?”
“Di materia, no? Pensavano che la materia fosse divisa in tantissimi pezzettini piccolissimi che chiamavano particelle.”
Shuffla si fece blu e pensosa. Come sempre quando qualcosa la interessava elissò un lieve aroma di violetta. “Non era poi un’idea così scema. Non conoscevano ancora l’ipofatismo, vero? Posso capire che credessero persino roba come quella.”
Zaffiro sbucò da dietro un diedro “A me sembra una vaccata. E ne erano proprio convinti!”

Li Po sfogliava le teche una dopo l’altra. “Non era la sola vaccata a cui credevano. Guardate qui: il mesmerismo, il razzismo, l’evoluzionismo, la psicologia freudiana…”
“Ehi, cosa non va nella parapsicologia?” si indignò Shuffla
“Ho detto psicologia freudiana, non parapsicologia. E alla parapsicologia non credevano affatto” puntualizzò Li Po.
“Secchione” chiosò Zaffiro
“Cretina” ribattè Li Po
Zaffiro mostrò la lingua. “Erano solo dei primitivi ignoranti”
“Intanto è nel XX secolo che hanno scoperto il magnetismo” fece Shuffla.
“No. L’abbiamo visto nel XIX. O era il XVIII?” Intervenne Zaffiro.
“Le basi del perduismo, allora”
“Sbagliato ancora. Niente fino al XXI. Ma perché non goggli prima di parlare?” ghignò Zaffiro

Ma Shuffla stava già guardando avanti, alla teca seguente. “Eh-eh,” disse, “guardate qui: riscaldamento globale”
“Farebbe ridere se non facesse piangere” la liquidò Zaffiro tirandosi su i memoli e sumissando.
“Democrazie?” fece Shuffla seguitando a leggere “Avevano ancora delle democrazie? Nel XX secolo?”
“Dì, ma l’hai studiata storia antica tu?” Fece Li Po.
Shuffla fece spallucce. “No, ieri sono stata assente. Ma se sapevo che era così divertente avrei recuperato stamattina.”
Zaffiro ricomparve. “Ehi, dopo c’è il XXII secolo! E’ uno spasso!”
Li Po assunse un’aria dottorale “Nel secolo XXII comincia la scienza moderna” compitò imitando il loro mastrodottore.
“Ma va giù da lì e muoviti, che abbiamo ancora dieci secoli da fare!” gli gridò Zaffiro spolendo l’avatar e sumissando avanti.

Shaffla fu l’ultima a sumissare. Razzi incredibilmente primitivi, veicoli a carburante fossile, ingranaggi di metallo, rudimentali calcolatori. “Ma come facevano a vivere così?” borbottò con se stessa, poi si allamò dietro agli altri, lasciando dietrò a sé un lieve sentore di violette.

Tu e tua madre

Tua madre è una vecchia baldracca.

Ehi, perché salti su? Questa è una mia opinione. Io accetto che altri sul medesimo tema abbiano altre opinioni, e siano tutte ugualmente valide. Non vedo perché tu te la debba prendere.
In ogni caso devi accettare le scelte altrui, essere aperto di mente, non chiuso e integralista. E’ tutta questione di punti di vista. Tu invece vuoi fare una crociata per negare quello che dovrebbe essere oggetto di dibattito.

La verità è che tu sei un violento. Sì, sei un ultrà, un violento. Vuoi imporre la tua visione del mondo a tutti quanti, non dimostrando nessun rispetto per il tuo interlocutore. Stai dimenticando il valore del dialogo. Vuoi fare il processo alle opinioni? Accendere un rogo culturale sotto alle mie idee? Mettermi un intollerante bavaglio? Dovrei forse cedere alla tua prepotenza intimidatoria?

E poi non volevo mica insultare, io. Devi vedere la mia frase in un contesto più ampio, in una ricerca personale di senso che mi trova smarrito e alla mercè di mille messaggi contrastanti che arrivano dai media. La mia è una lotta contro il potere omologante, contro il manicheismo assolutista di cui tu ti rendi portabandiera con il tuo atteggiamento. E’ insomma il modo in cui io esprimo le mie convinzioni più intime, un tentativo di rovesciare gli stilemi antiquati e consumistici di una civiltà in declino.

In questo senso mi ritengo libero di sperimentare diverse accezioni linguistiche. “Tua madre è una vecchia baldracca!!”, ad esempio, oppure “Tua madre è una vecchia baldracca?”…
Ecco, vedi come il punto interrogativo al fondo dà una valenza di domanda, di dubbio, simboleggiante il vagabondare dell’artista in cerca di una semantica condivisa. Vuoi limitare l’arte, il libero confronto di idee?
Mi sono spiegato, spero. Non mi dire che neanche su questo sei d’accordo!

No? Non importa. Ho detto quello che volevo, e tu rimani sempre un figlio di…

Marciapiedi puliti

Sabato mattina ho preso la zappetta, la ramazza di saggina e la pala per la neve e sono sceso davanti a casa.
In alto, sulla cima del pino, la neve aveva prodotto limpide stalattiti che minacciavano il marciapiede. Ho appoggiato delle canne al muro per indicare che quel tratto era pericoloso. Poi ho cominciato a togliere il ghiaccio da terra.
Nei giorni scorsi avevo rimosso il grosso di ciò che gli spazzaneve ci avevano riversato, aprendo un passaggio stretto ma praticabile. Il marciapiede è però all’ombra tutto il giorno, e la neve residua si è trasformata in una patina durissima. Ho lavorato un paio d’ore a rimuovere il ghiaccio, ad aprire passaggi nel muretto di neve per accedere alla strada. Alcuni dei miei vicini non hanno fatto altrettanto, purtroppo, e il passaggio davanti alle loro case è rimasto quello che i piedi dei passanti hanno ricavato.

Stamattina i giornali si stracciavano le vesti. Alcuni si chiedevano dove fosse lo Stato, invocando punizioni per coloro che non hanno impedito che la neve cadesse.
Ipocriti. In attesa sempre di uno Stato che ci risolva la vita, di un’essere superiore che ci tolga le castagne dal fuoco, di un responsabile da incolpare e sostituire.
Ipocriti. Uomini lamentosi, viziati, snerbati. Eterni mocciosi, cuori gelati. Che vorrebbero previsto l’imprevedibile, la vita comoda e senza scosse e senza pensieri di una cozza.
Gli stessi che chiedono a Dio dov’è, come mai non c’è in luoghi dove loro non vogliono mettere piede, da cui scappano codardi alla prima nevicata.
Prendete la vostra vanga, invece, e cominciate a togliere il ghiaccio. Rischiate di sudare, o di prendervi un colpo di freddo, ma dopo avrete un marcipiede pulito, e chi di lì passa vi ringrazierà.

Poi verrà il sole a finire l’opera. Ma la luce passa meglio dove non trova ostacoli.

La politica sta morendo?

La politica sta morendo?
Diciamo che non sta troppo bene.

E’ storia vecchia. Da che mondo è mondo, il potere logora chi non ce l’ha. Chi ce l’ha studia il modo di averne di più. “Nove anelli per gli uomini, che più di ogni altra cosa bramano il potere…” ricordava il vecchio Tolkien nella sua più celebre opera.
I politici hanno dato, e stanno dando, cattiva prova di sé. Ci mancherebbe, sono uomini. Chi entra in politica in tempi normali di solito lo fa perché vuol far carriera – che è uno dei sapori in cui arriva il potere. Gli idealisti sono pochi, e di solito durano anche poco. Gli ideali hanno vita dura nel mondo reale. Dura un po’ di più chi entra in politica perché c’è un’opera da fare, un compito da svolgere. Ma ciò non vuol dire che si sia immuni.

L’acqua ferma genera alghe. La politica dei tempi normali genera inevitabilmente una classe di inetti, di approfittatori, di gente che porta ad odiare la politica perché vede la politica solo come mezzo per il potere personale e come tale la usa. E’ fin troppo facile confondere qualcosa con la sua corruzione, se è solo quest’ultima che quotidianamente vediamo.
Quindi i tempi normali generano rifiuto della politica, e disastri, che portano a tempi eccezionali.
Nei tempi eccezionali i politici dei tempi normali vanno ancora peggio. Della politica non ci si fida più, e quindi ci si affida a coloro che ci sembrano più adatti per superare l’emergenza.
Che sono anch’essi uomini, e come tali bramano il potere.

I romani dei tempi antichi avevano i dittatori, che in tempo di guerra si sostituivano ai consoli. Alcuni di quei dittatori, storicamente, ci hanno preso gusto. Come noi anche loro erano stretti tra da un lato un potere che si può scegliere, che per sopravvivere deve mediare, che è tutto sommato amico ma anche inefficente, lento, approfittatore; e dall’altro lato da un potere decisionista, ma le cui decisioni possono anche non piacerci. Le decisioni che non piacciono generano scontento; lo scontento la voglia di politica, di mediazione, di tempi normali. E l’oscillazione riprende…

Sono perfettamente consapevole come la mia sia un’analisi sommaria, parziale, con mille eccezioni. Persone particolari possono arrestare il moto del pendolo, invertirne il senso. I cicli possono essere così lenti da essere impercettibili. Ma è anche basata sull’osservazione della realtà.

Adesso siamo tutti stufi di politica. Molti si augurano che trapassi presto, come una inutile vecchia che lascia una grassa eredità. Ci sarà un momento, tra non molto, in cui tutti la rimpiangeremo?

Quello che voglio

Quando eravamo da poco fidanzati mi lasciai scappare, con mia moglie, una frase che non avrei mai dovuto pronunciare e di cui, in seguito, mi sarei più volte pentito.

La frase suonava pressapoco così:
“Posso mangiare quello che voglio, tanto non ingrasso”.

Bene, diciamolo subito: allora era abbastanza vera. La natura mi ha dotato di un metabolismo accellerato. Bruciavo in fretta il cibo – nonostante divorassi di tutto, bisogna dirlo. D’altra parte ero sempre in movimento. Una pelle e capelli molto grassi eliminavano il resto.
Ma il nostro fisico non rimane sempre quello della gioventù. Ai trent’anni fece “clic”, e quello che smaltivo cominciò invece ad accumularsi.
Quando le manigliette dell’amore non solo cominciarono ad aumentare ma si trasformarono in maniglioni antipanico capii che dovevo correre ai ripari.

Da allora mi controllo con il cibo, e sono ritornato ad oscillare in quella zona grigia tra lieve sovrappeso e peso forma. Mia moglie però ancora non mi ha perdonato quell’improvvida vanteria.
E così mi fa trovare tavolete di cioccolata, mi compra barattoli giganti di Nutella, mi chiede con aria sorniona se desidero uno zabaione caldo. Tutto mentre sto ancora tentando, con fatica, di rientrare dalla botta calorica delle festività natalizie.

Questa lunga premessa mi è servita per potere enunciare due princìpi generali, due norme di vita che ho scoperto per via sperimentale da questa faccenda.

Il primo è che tenersi lontano dalle tentazioni è il modo migliore per evitare di caderci. Ho una bella voglia a fare esercizio e tentare di trattenermi nelle cene se poi c’è un barattolo di dolce crema aperto e una pagnotta di pane croccante da abbinarvi. La volontà umana, e la mia in particolare, anche se sa cos’è bene se ne infischia.
Il secondo è di non provocare una donna vendicativa.

Addio, e grazie per tutti i post

Mi è venuto in mente stasera, mentre procedevo a passo d’uomo lungo strade innevate e deserte.
Erano alcuni giorni che mi lambiccavo sul post che avrei potuto scrivere per l’addio al vecchio blog.
Sì, perché da oggi ufficialmente www.berlicche.splinder.com non esiste più. Ha cessato di essere.

E mi domandavo: cosa dire di nuovo? Una riflessione sulla caducità delle cose, sulla inerente volatilità dell’informatica? Naaah, già dato. Una rievocazione commossa? Amarcord e an’rcordi? Bof.

Poi ho guardato fuori. Tutto era bianco. E mi è tornata alla memoria la strip conclusiva di Calvin e Hobbes.
Per chi non ne ha mai sentito parlare, Calvin e Hobbes è stata probabilmente la striscia di fumetti migliore mai realizzata. Mischiava umorismo e serietà con un disegno nitido ed espressivo e soluzioni tecniche innovative. Procuratevi i libri, si trovano ancora.
Ho detto “è stata” perché la serie è cessata. Non per morte dell’autore, come i Peanuts, o per fallimento. E’ cessata dopo dieci anni, all’apice del suo successo, perché l’autore ha deciso di smettere.

La striscia la potete trovare qui. Rappresenta Calvin con la sua amica tigre Hobbes, nella neve. Ricordate cosa ho detto l’altro giorno sul “foglio bianco“? Ecco, questa ne è la rappresentazione pratica.

Perciò non voglio perdere tempo a immalinconirmi sul vecchio blog. Per cosa, poi? Il mondo è un foglio bianco, ed ho già iniziato ad esplorarlo.

Rumor bianco

Vedere non è solo azionare i fotorecettori, vale a dire gli occhioni. E’ assegnare un senso all’immagine che ci trasmettono.

A suo tempo, stimolato da certe letture ed in vista di alcuni progetti, avevo approfondito i meccanismi della visione.
E’ un campo interessantissimo. Come riconosciamo un volto amico in mezzo a mille? Come facciamo a distinguere ciò che vale in mezzo alla fuffa? Il fatto che il “bianco” sia spesso ignorato a spese del dettaglio che spicca è dovuto al fatto che il pericolo o il valore di solito arrivano non dall’ambiente, ma da ciò che da esso si distingue.
La fragola in mezzo al verde. L’impronta nella neve. Il predatore tra l’erba.
Il nostro cervello “ignora” ciò che è abituale, come il rumore del traffico o del mare. Rumor bianco, appunto. Lo dà per scontato, evita di affaticarsi con esso, non lo elabora.
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Ed è proprio questo il pericolo. Come dare per scontato l’amore o la presenza di chi ci sta a fianco, la bellezza del creato, la propria salute e quella altrui.
Ricordo che a Firenze parlai con una signora che lavorava proprio di fronte a Piazza della Signoria, e le espressi la mia invidia per lei che poteva vedere ogni giorno tanta bellezza. Lei sì voltò quasi sorpresa verso quelle statue e quei palazzi, come se fossero comparsi in quel momento, e si strinse un poco le spalle: “Ci si abitua”, mi disse.

Quel senso che il mondo ha, e che troppo spesso ignoriamo, è ciò che dobbiamo recuperare se vogliamo capire il nostro rapporto con lui. L’alternativa è essere ciechi e sordi a quanto ci circonda, vedere la realtà come dentro un tubo – e questo capire di essa.

C’è una preghiera, brevissima, che esprime perfettamente questa tensione. E’ una giaculatoria da ripetere mille volte al giorno, finché non ci si schiudano gli occhi e ci si aprano le orecchie, e ricominciamo a stupirci di ciò che ci circonda.
“Signore, fa che io veda”.

Cosa vedete?

La domanda è semplice. Cosa rappresenta l’immagine qui sopra?
Non dubito che molti di voi siano in grado di rispondere correttamente, a parte forse quelli un po’ miopi. Forza, allora, ditelo ad alta voce, adesso.
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Allora, siete riusciti a capirlo? Se non ci siete riusciti, ve lo dico io: questa qui sopra è una immagine bianca.
Ah, sì, certo, con un piccolo puntino nero.
Come, voi avete detto “puntino nero”? Il bianco copre 119987 punti, il nero 13. Insomma, il colore scuro è appena più di un millesimo della superficie complessiva, eppure è ciò che avete notato subito.
Immagino le vostre proteste: come ti permetti di ignorare quel nero, salta subito all’occhio, dove andremo a finire…hai una congenita incapacità di comprendere il senso delle obiezioni altrui, quel puntino è l’unica cosa che spicca.

No, non l’ignoro di certo. Non voglio correre il rischio che quel nero si espanda a coprire tutta l’immagine. Quel nero che è crisi, quel nero che è dolore, quel nero che è morte, quel nero che è peccato. Ma preferisco guardare il bianco che c’è piuttosto che concentrarmi su quel poco che sporca, su quel poco ci blocca, quel poco che ci fa inciampare soprattutto se abbiamo lo sguardo fisso su di lui invece che su cosa è realmente importante.

Memoria

Vorrei celebrare la giornata della memoria ricordando un campo di concentramento che sorgeva a quattro passi da casa mia, e di cui non conoscevo assolutamente l’esistenza.
Ci sono incappato per caso. Leggendo il nome del paese sono trasecolato: com’è possibile? San Maurizio e’ un posto che sono solito frequentare nelle mie sgambate ciclistiche; e da nessuna parte avevo mai letto che avesse ospitato migliaia di prigionieri per anni: più di dodicimila, dicono le fonti; mediamente sugli ottomila. La cittadina al tempo non arrivava a tremilacinquecento abitanti.

E’ curioso che nelle varie celebrazioni nessuno o quasi si sia ricordato di quei tanti che di lì transitarono, e spesso ci lasciarono le penne a causa delle intemperie, della fame, delle malattie; in fondo erano italiani come noi, anche se appartenenti ad un ceppo particolare.
I “terroni”.
Absit injuria verbis. Nel medesimo periodo personaggi altrettanto “terroni” sedevano comodamente in Parlamento senza preoccuparsi troppo della sorte dei loro compaesani se non per studiare di mandarli nella Terra del Fuoco o su una isoletta atlantica a morire.
I suddetti prigionieri appartenevano ad una specie particolare di “terroni”: facevano parte del disciolto esercito borbonico, ed erano coloro che si erano rifiutati di voltar gabbana, rinnegando il giuramento a Franceschiello per abbracciare l’usurpatore savoiardo.

Le condizioni davvero miserevoli in cui erano rinchiusi i poveretti non trovarono molto riscontro sui giornali liberali dell’epoca. Diciamo pure nessuna. Dobbiamo rivolgerci a “Civiltà Cattolica” o altre fonti per saperne di più.
I detenuti di san Maurizio in fondo erano fortunati rispetto a quelli mandati al forte di Fenestrelle, dove certo l’inverno era più aspro e addirittura erano stati tolti i vetri alle finestre per “sveltire” il naturale processo di selezione. Pare che su una parete di lassù si possa ancora leggere “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce“: non so a quando risalga la scritta, ma un’eco di massime tristemente più famose si sente.

Perché è da quelle parti che siamo. Secondo l’ideologia liberal massonica che si impadronì del Regno delle Due Sicilie le persone non erano importanti, lo erano le idee. Perciò quanti non rientravano nello schema andavano eliminati, in un modo o nell’altro. Che di loro si sia persa anche la memoria la dice lunga su quanto possono essere interessati e parziali certi facili schemi.
Gli ebrei italiani deportati durante la seconda guerra mondiale furono ottomila circa. I meridionali italiani deportati dal 1860 al 1865 circa cinquantamila.
Non so quanto a lungo restarono in quel campo, nè quando esso fu chiuso. E’ difficile avere memoria di qualcosa che nessuno vuole ricordare.

Zombie e manicaretti

Un aula sotterranea, i primi personal computer. A disposizione di noialtri fortunate matricole. Un mondo che si allargava di istante in istante, tanto affascinante che per poco non mi costò la fine degli studi. I frattali, le simulazioni, palline che rimbalzavano sullo schermo…e Rogue.

Rogue era un gioco d’avventura. Intrepidi, si doveva esplorare le Caverne del Destino in cerca dell’amuleto di Yendor, laggiù, intorno al livello 26.
Eri fortunato se riuscivi a sfangarla al quinto. La maggior parte delle partite finiva tra il secondo e il terzo, se non addirittura al primo.
La grafica? Non esisteva. Tu eri @. I mostri i caratteri alfabetici, Z per Zombie. Per anni ho avuto brividi quando vedevo una c isolata su un foglio…

Dopo Rogue venne Hack. I mostri si moltiplicarono, maiuscole e minuscole. Le strategie più complesse, i livelli ben più profondi. E poi Nethack.
Ci gioco ancora, talvolta: ogni partita è diversa, imprevedibile, solo grazie alla combinazione dei (relativamente) pochi elementi forniti.
Neanche i giochi più moderni, dalla grafica interattiva e stellare, riescono a darmi le stesse emozioni di quello scarno labirinto bidimensionale di soli caratteri.

Chi fa simulazioni lo sa molto bene: poche, pochissime equazioni apparentemente semplici possono rendere dare l’impressione del caos, della assoluta casualità. Basano poche formule per rendere imprevedibile un sistema. Non perché lo sia davvero, ma perché la nostra potenza di calcolo non è in grado di seguirne tutti gli sviluppi. Dalle pieghe di una proteina ai ghirigori del tempo.

Questa settimana abbiamo fatto un percorso. Abbiamo parlato del valore delle cose nell’era della loro riproducibilità. Abbiamo accennato al fatto che non siamo in grado di assorbire tutte le informazioni che il mondo ci fornisce. Ci siamo resi conto che non posiamo concepire niente al di là di ciò che esiste.
Mettiamo adesso insieme tutto questo.

Viviamo in un mondo che ci appare complesso oltre ogni dire, e di cui nonostante le nostre pretese afferriamo solo una piccola parte. Eppure ogni cosa è preziosa, preziosa perché irripetibile e perché non abbiamo su di lei alcun potere. E’ come un manicaretto fatto con pochi ingredienti, che però non conosciamo. Se vogliamo capire un po’ di più la ricetta dobbiamo fermarci ad assaporarlo. Non è nelle nostre possibilità alterare la ricetta, immetterci ingredienti diversi e sconosciuti. Con un po’ di fortuna possiamo a malapena capire quali siano quelli già presenti. A noi sta solo gustare il piatto, e lodare la sapienza del cuoco.

I padroni della musica

Di creazione di mondi me ne intendo. I miei quaderni di ragazzo sono zeppi di terre immaginarie, di mappe stinte, di abbozzi di linguaggi e cronache aliene. Ben prima di sentir parlare di Tolkien costruivo universi e teogonie. Anche adesso che sono cresciuto non so sottrarmi al fascino di esplorare atlanti diversi dai nostri, le rive di altri mari.
Eppure…

Eppure ogni mondo che costruisco non parte da zero. Non so immaginarmi niente che non sia composto di cose che già conosco. Nè so di qualcuno che vi possa riuscire. La nostra è una subcreazione, prendiamo ciò che è stato creato da un Altro e lo combiniamo diversamente, come una casa fatta con i Lego.
Se il pezzo non c’è, non possiamo darcelo da solo. Non abbiamo sufficiente fantasia, o forza, per riuscirci.

Non sappiamo immaginare niente che non sia luce, o materia. Nessun sentimento che non sia già nostro. Nessun colore che non sia di questa terra.
Possiamo solo scimmiottare quanto esiste, illudendoci di creare qualcosa di nuovo.
Siamo esecutori di melodie altrui. Non pensiamoci padroni della musica.

Abbasso i Futuristi

Non so se vi è capitato qualche volta di usare su dei PC un po’ vecchiotti per vedere dei grossi filmati. Le immagini “saltano”, poichè  il povero processore elettronico riesce ad elaborare solo un certo numero di informazioni per volta. Tac, tac, e ad ogni scatto ci perdiamo quello che c’è in mezzo.

All’opposto, vi è capitato di far girare programmi obsoleti su computer moderni? Qualche tempo fa ho ripreso un gioco, Unreal Tournament,  che mi era piaciuto ma che avevo abbandonato prima dell’ultima sfida. Mi è venuta la voglia di terminarlo, e l’ho installato sul mio PC nuovo.
Ho premuto “start”…e in meno di un secondo sono “morto”. Il mio computer nuovo è mille volte più rapido del vecchio. Il gioco è mille volte più rapido, ed anche i nemici.

Cosa hanno in comune queste due esperienze? Che la velocità eccessiva ci fa perdere informazioni, e la partita. 

La lentezza in sé non è una virtù. Ma le cose si gustano, si capiscono, si apprezzano solo quando diamo loro il giusto tempo. Al nostro cervello si deve concedere quanto necessario perché possa valutare cosa i sensi dicono.

Possiamo anche trangugiare in fretta dell’acqua, ma un vino buono va centellinato per afferrare ogni sfumatura del suo sapore.
Una bella ragazza, se non ci fermiamo accanto a lei e non le dedichiamo instanti della nostra vita, non sarà mai la nostra fidanzata o la nostra sposa. Rimarrà un volto tra la folla, intravisto appena, che sfugge via lasciandoci il rimpianto.

I Futuristi esaltavano la velocità come ingrediente fondamentale della vita. La modernità sono torrenti di informazioni che ci colpiscono, di cui riusciamo ad afferrare solo minima parte. Presto e bene  non vanno assieme, i vecchi dicevano. Avevano ragione.

Lasciamo che i torrenti scorrano su di noi, e tratteniamo il valore, l’oro prezioso. Ciò che vale merita il nostro tempo.