LCDM

Lo Cucchi Dovunque Miri
Longevo Custode Di Macchine,
Lacchè Carino Dei Magnati.
Lungo Capello, Debole Mento,
Lignaggio Ceruleo Di Marchesi,
Lo Cerchi Dopo Motorshow.
Lentamente Compie Discesa Mediatica
Lucrando Cazzate Dei Maneggioni
Logicamente Certo Di Mangiarseli.
Le Colpe Dei Mariuoli
Lo Conducono Dentro Militanza
Lesto Coglie Determinato Momento
Lanciando Con Destra Maestria
Lungo Cognome Dorato. Ma
Lontano Corre Dalle Misteriose
Lotte Che Dentro Me
Leniscono Cuore Dal Male.
Levare Conviene Dubbi Morali:
Lo Capirà Dunque Mai?

Una forma sbagliata

“C’è stato in questo caso,” disse, “una contorta, orribile, complessa qualità che non appartiene ai fulmini diretti del paradiso o dell’inferno. Come uno riconosce la traccia contorta di una lumaca, io riconosco la traccia contorta di un uomo.”

G.K.Chesterton, “L’innocenza di Padre Brown: La forma sbagliata”

Il mio primo contatto con Padre Brown lo ebbi da piccolo, quando vidi la serie di telefilm interpretati da Renato Rascel e Arnoldo Foà ispirati alla figura del detective chestertoniano. Molti anni dopo ne lessi tutte le avventure, naturalmente; ma di quel lontano approccio televisivo tutto quello che potevo ricordare era un prete che giocava a pallone e una canzoncina piacevole.

Nell’era di internet è tutto sommato semplice riuscire a ritrovare le cose che ci avevano colpito da bambini. Quello che non è scontato è che continuino a colpirci da adulti. O meglio: che ci colpiscano nello stesso modo in cui ci avevano impressionato allora.
Un paio di anni fa ho scaricato da internet quella lontana serie, i suoi sei episodi, e mi sono messo a guardarla convinto di godermi uno buon spettacolo, sebbene datato. Ow.
Mi sono visto, dapprima incredulo e poi schifato, il primo episodio. Ho visto l’inizio del secondo, ma non sono riuscito ad andare oltre. E ora, a distanza di molti mesi, facendomi forza mi sono sorbito anche il telefilm dal cui racconto originale ho tratto la citazione iniziale.
Ma quella frase dagli attori non la potete sentire. E neanche quella che cita qui Claudio. Non tutta, non così almeno.

Ho la convinzione intrinseca che il buon GKC si sia rivoltato come un trottolino nella tomba mentre giravano quest’opera basata sui suoi libri. In qualche maniera sono riusciti a snaturarlo completamente, infarcendola di un sessantottinismo nauseabondo. Questo sceneggiato riesce a raccontare meglio di ogni parola cosa fosse il cattocomunismo. L’intento originale del buon Gilbert nello scriverli non si trova da nessuna parte. Polemica sociale, botte alla Chiesa, e da dove venga l’unicum del piccolo sacerdote detective proprio non si capisce.

Ad esempio, “la forma sbagliata” si apre con un buon quarto d’ora di tirata del santone indiano, dello scrittore induista e del dottore ateista di fronte ad un padre Brown pressoché afono. Niente del genere nel racconto, ma d’altronde sono gli anni in cui le posizioni dei primi hanno molto più successo di quelle dei colleghi di padre Brown. Anni simili a quelli dello scrittore inglese: ma lui era cattolico.
E una forma sbagliata, come quella di questi telefilm, profondamente contorta, errata e complessa, non gli sarebbe garbata affatto.

Se volete vedere altri attori cimentarsi con Padre Brown potete invece approfittare dell’occasione  straordinaria che vi si presenta: gli amici che mi hanno “passato” questo indirizzo, dopo “Berlicche” presentano una nuova loro piece, di cui allego la locandina. Mi raccomando: investigate!

I 10 comandamenti infernali – X – Non desiderare la roba d’altri

Cari allievi miei, diavoli di ogni bolgia, siamo all’ultimo dei comandamenti. Solo perché è il decimo si potrebbe essere tentati di dargli meno importanza. Desiderare la roba d’altri. Che vuoi che sia.

Invece il Nostro Padre che sta Quaggiù gli ha sempre dato la massima importanza. Statistiche dell’anno scorso indicano che oltre il 40% del budget infernale, tolte le spese di rappresentanza, è investito su progetti che riguardano in qualche maniera questo comandamento. Perché, demoni miei, dovete rendervi conto che esso riguarda il punto nodale del mondo mortale.
Quel punto non è il sesso, demonietti miei, nonostante quello che i mortali sembrano pensare. Quel punto di cui parlo è l’invidia dell’altro.
E’ punto nodale, badate bene, non per scelta nostra. Ah, no, è stato proprio il Nemico ad instillare nelle sue creature questa brama di possedere, questo desiderio di potere.

Siamo di fronte all’ennesimo giochetto dei nostri avversari di lassù, che negano a parole quello che loro stessi hanno fatto in modo di stabilire. Sembrerebbe che, accortisi di avere fatto un passo falso, il Nemico abbia deciso di nascondere dietro un divieto il suo errore.
Ha dato loro le cose, e poi dice che non sono importanti. Ha messo negli umani il desiderio di possederle, e fa in maniera che quel possesso non basti mai.
Un passo falso, senza dubbio, che è ciò che ci dà da mangiare. Se l’umano non desidera, cessa di essere umano e cade in mano nostra; se desidera le cose che non ha allora diventa nostra preda.

Toglietevi però dalla mente che il Nemico ci renda le cose facili. No, fa di tutto per far capire all’umano che quello che deve desiderare, non è altro che…rullo di tamburi…il Nemico stesso!

Quanto avrete finito di ridere, però, pensateci bene su. Se non fosse per il nostro costante alimentare l’egoismo e l’invidia è un piano che potrebbe anche funzionare.
In fondo il mortale, se ci pensa, si rende conto che è vero che niente può bastargli, niente che il vicino abbia può renderlo felice. Che se vuole tutto deve rivolgersi a colui che dà Tutto: il Nemico, appunto.
Se non ci fossimo noi a farglielo dimenticare, a non farlo pensare, a non farlo riflettere, se non gli presentassimo sempre nuovi idoli da adorare e sogni da inseguire… è un piano che potrebbe anche riuscire. Perché il decimo comandamento è

X – Non pensare ad altro che a quello che gli altri hanno più di te

E poi agisci di conseguenza. Che sia una posizione al lavoro, una matita nuova, un abito, una casa, soldi o macchina non ti fare scrupoli: ti spetta, e sarà tuo.
E, aggiungo, tu sarai mio.

 

Un nodo da sciogliere

Non è stato facile.
Da bravo scienziato, so che ogni avanzamento nella scienza stessa viene dall’osservazione della realtà. Troppo spesso  consideriamo ovvio tutto quello che ci accade intorno. Invece le grandi scoperte nascono proprio dal non dare niente per scontato.  Un’eco in una stanza, muffa su un vetrino, un frutto che cade.

Ad esempio, quante volte avete ascoltato la musica con i vostri auricolari, li avete riposti con cura, e quando li avete presi nuovamente in mano avete trovato i cavi inestricabilmente annodati tra loro, come se ci avesse giocato un gattino? Quanti minuti, ore, giorni avete speso nello sciogliere quei grovigli, facendovi il sangue amaro?
E non vi siete mai domandati come ciò accada?
Io sì.

All’ennesima volta in cui ho trovato quei maledetti cavetti ridotti ad un nodo di Gordio, quando poche ore prima li avevo riposti con estrema cura distesi, una domanda mi è balzata in mente. Quale infernale processo fisico poteva causare un simile macello? Come è possibile che qualsiasi corda lasciata a se stessa diventi un groviglio? Forse esisteva qualche equazione che regolava l’annodarsi di stringhe e fili?
Decisi di risolvere la cosa scientificamente.
Registrai con estrema cura la posizione dei cavetti. Presi fotografie. Li filmai. E scoprii una cosa stupefacente.
Quando erano ripresi, quando erano osservati, i cavi non formavano nodi.
Rimanevano sciolti, non si intrecciavano.

Cominciai a formulare delle ipotesi.
La prima che feci è che l’intrecciarsi sia un fenomeno quantistico. I fili entrano in uno stato indeterminato quando non vengono osservati, e quando li si guarda nuovamente…
Poi pensai a delle forme di vita a forma di filo. Forse, in realtà i cavi degli auricolari sono esseri viventi, delle specie di vermi mimetici lunghi e sottili, e mentre non sono visti si muovono per accoppiarsi…
Pensai anche che gli auricolari mi venissero intrecciati per scherzo. O i nodi fossero un test di intelligenza alieno.
Naturalmente la realtà era molto più strana.

Come dicevo, non è stato facile. Mi ci sono voluti anni per escludere tutte le altre congetture, trovare la risposta giusta. Per arrivarci ho avuto bisogno di un piccolo accelleratore di particelle, studi approfonditi di chimica molecolare e cronodinamica e testi in latino antico. Poche ore fa ho finalmente acchiappato il responsabile, o forse uno dei responsabili, di tutto.
Ho preparato la trappola con estrema cura, senza lasciare niente al caso. Ho usato laser al neodimio per individuare la frattura spaziotemporale di cui si serviva per intervenire sui cavi, cinque maser riconvertiti e sali di ammonio per intrappolarlo senza scampo. Credo sia la prima volta nei tempi moderni in cui qualcuno riesce ad intrappolare un demone.

Non credo che potreste crederci senza vederlo. In effetti, mi sono preso del pazzo per troppo tempo. Tutti coloro con i quali ho collaborato mi hanno abbandonato, ma ora dovranno darmi ragione. Adesso si dovranno ricredere, di fronte all’evidenza. La creatura al centro del pentacolo di alte frequenze è reale. Ho già avuto un primo scambio di idee.
Sembra che là sotto l’idea di generare un sacco di sangue cattivo intrecciando i cavi piaccia moltissimo. Sfruttano la perpendicolarità del loro piano di esistenza al nostro per agire senza farsi beccare. Massimo risultato, minimo sforzo. La perdita di tempo, le bestemmie, l’irritazione generano uno (stimato) 1,5% annuo di incremento delle cattive azioni nel mondo, il che non è poco. Il demonio che ha ideato questo trucchetto ha ricevuto una bella promozione.

Ma adesso è finita. I diavoli hanno finito di irritarci con questi trucchetti. Adesso che posso provare la realtà della loro esistenza, sia pure extratemporale e paradimensionale, tutto il nostro sapere andrà rivisto e riscritto. Il soprannaturale diventa reale e catalogabile. In effetti il soggetto che ho imprigionato appare abbastanza abbacchiato. La scienza ha sconfitto la superstizione. In senso lato.
Ridendo, mi precipito giù per le scale per annunciare al mondo la mia scoperta.

Troppo tardi ricordo che le mie scarpe hanno le stringhe.

 

 

Stanno tutti bene

Lo sappiamo subito
Non importa quanto distanti
quanti chilometri tra noi e loro
in paesi dove la terra trema
in camere d’ospedale
stanno bene
stanno tutti bene
ci dice il telefono,
ci rassicura il messaggio
ci comunica l’elettronica.
Ne siamo contenti
un sospiro di sollievo
non più limite è lo spazio.

Ma come stanno qui,
nella camera accanto?

Cosa smonta l’odio?

Nelle bozze degli articoli c’è, da mesi, un titolo.
Quel titolo è una domanda, quella che vedete qui sopra. Cosa smonta l’odio? Cosa lo cancella?
E’ una domanda che mi è stata fatta durante una conversazione in cui si ragionava di odi feroci, di ostilità aperte in persone di comune conoscenza. E’ una questione a cui penso da allora.
Cosa cancella l’odio? Non basta una risposta di comodo, ideologica, fosse pure fatta con tutta la migliore buona volontà.
Perché noi tutti facciamo l’esperienza dell’odio. Del rancore covato, della furia, il cuore serrato e i denti digrignati. La ripulsa fisica per qualcuno, la maledizione pronunciata a mezza voce o urlata.

Aiuta conoscere meglio chi odi. Capire che è un essere umano come te.
E anche no. Talvolta il disgusto si approfondisce. Siamo dei pozzi di liquami che ripugna accostare, figurarci immergervi le mani.

Aiuta immedesimarsi con le ragioni dell’altro, porsi nei suoi panni.
E anche no. Vorremmo strapparceli di dosso quei vestiti, quei pensieri asfissianti.

La legge non può impedire di odiare. Può dissuadere, scongiurare, tentare di scongiurare che quell’odio diventi qualcosa di peggio. Oppure essere essa stessa veicolo di odio.

L’odio non si riesce a cancellare perché è nostro. E’ un mostro che abbiamo generato e coccoliamo al petto, dove si rannicchia mentre ci divora il cuore.
Non possiamo essere noi a distruggere l’odio. Non ci possiamo riuscire. Non abbiamo la volontà di riuscirci.

Per distruggere l’odio occorre qualcuno che non conosca odio. Occorre deporre noi stessi, il peso di chi siamo, ai suoi piedi.
E’ il solo metodo sicuro. E’ il solo metodo che funziona.
Se solo volessimo. Se solo volessimo smontarlo davvero, quell’odio.

Avrei preferito

Avrei preferito fosse stato un timer. Con un timer puoi non rendertene conto, può essere in qualche maniera astratto.
Far saltare una bomba con un telecomando, invece, vuol dire sapere esattamente cosa stai facendo. Vuol dire guardare in faccia chi stai ammazzando. Nutrirsi della morte, sapere – fino ad un certo punto, sapere.
Calpestare i bambini con i cavalli, crocefiggerli, gassarli, sparare loro un colpo in testa, fracassarli contro un muro. Farli morire di fame, abbandonarli, ficcare loro un ferro in pancia.
Sapete quello che mi colpisce? Che non c’è mai stato un motivo per NON farlo.

Se la cosa più importante è la mia idea di stato, gli ordini di un presidente, di un generale o di un capotribù; se la mia fedeltà va alla mia patria, al popolo, ad un dio di fantasia o solo a me stesso; e se chiamo amore l’ubbidienza ad una legge umana o un capriccio o alla mia idea di futuro allora non c’è un motivo per non uccidere, fosse anche la ragazzina che va a scuola o il bambino più indifeso.

Il senso dell’orrore si può spegnere. E’ questo che ci dice quel telecomando. Tutte le ideologie di questo mondo non ci danno un motivo per NON farlo, e quindi lo si fa. Perché non basta una legge terrena, ci vuole Qualcuno che sia più in alto di noi, Qualcuno che ci metta una mano sulla spalla e ci dica “non uccidere”, che ce ne dia la ragione. Qualcuno che possa. Che abbia il potere di farlo, quel potere che noi non abbiamo.
E’ una illusione quel Qualcuno? Allora anche quell’orrore lo è.

Avrei preferito vivere tranquillo, pensare che il male avvenga per caso, lontano, che sia inconsapevole, che non mi sia dentro. Dare la colpa a qualcun altro, a Dio, o a nessuno. Ma sappiamo, o crediamo di sapere, quello che facciamo.
E quell’omicida che vorrei vedere morto, che vorrei spegnere e cancellare sono io.

I 10 comandamenti infernali – IX – Non desiderare la moglie del tuo prossimo

Vedete, cari demonietti miei, dove finisce chi confida nel Nemico? Ad accettare che ci possa essere qualche vincolo definitivo tra gli uomini. Come se ci si potesse appartenere, come se qualche essere fosse capace di dire un sì definitivo, come se non tradisse nel momento stesso in cui acconsente a legarsi. O subito dopo.

Avete capito, diavolucci, dove sta la perversione? Accettare di porsi un limite, addirittura limitare il proprio desiderio solo perché qualcuno ha stretto un accordo con qualcun altro. Ma noi sappiamo bene che la soddisfazione occorre prendersela come capita. Non vedete anche voi come siete tristi quando non riuscite ad ottenere ciò che volete? Il Nemico vorrebbe far rinunciare in anticipo i mortali, vorrebbe togliere la competizione. Vorrebbe farci credere che l’amore dura, che non finisce…ridicolo! Se questo desiderio è un abisso tanto grande, allora vogliamo colmarlo riempendolo di piccoli sassi, piccole soddisfazioni che non accettano di essere limitate in alcun modo.

Una parola vale finchè conviene, finché ci piace così. Gli uomini, come si arrabbiano quando vengono traditi!, senza capire che il tradimento è l’essenza: l’unica maniera di non farsi tradire è di essere il più forte, e di far tradire gli altri a proprio vantaggio.
Coloro che tradiscono sanno bene quello che stanno facendo. Tu che tradisci, sai te stesso e l’altro quel che fa.
Non perdete tempo a desiderare, fate vostra, realizzate la vostra fantasia, il vostro capriccio. Non esiste desiderio tanto basso e depravato che non possiate rendere reale se volete. Perché tirarsi indietro? E se vale per noi, tanto più vale per i mortali dalla breve vita.
Il desiderio va consumato subito, perché subito finisce. E allora occorre soddisfarlo ancora e ancora. E ancora, e ancora, e ancora…

V – Godete da ogni persona che potete

 

Figli di Mammona

Com’è logico in un presente dominato dalla brama di informazione e non di conoscenza ci sono dei termini che siamo destinati a sentire molto spesso. Parole alla moda, buzzword per dirla all’americana, che ti ronzano nelle orecchie perché tutti le hanno sulle labbra.
La parola del momento è crescita.

Una caratteristica di questo tipo di termini è che sanno tutti quello che significa, ma poi non si riesce a darne una definizione chiara. Io, per esempio, ho dei dubbi.
Quando penso alla crescita mi vengono in mente i miei figli. Che ieri erano dei tombolini che mi arrivavano alle ginocchia, e ora hanno gambe lunghe e sindromi preadolescenziali. Oppure alla mia trippa, che subisce l’influenza di pranzi fuori e uova di cioccolato. O ai peli della mia barba, sempre da accorciare. E poi quel vago ronzio che potrebbe significare maggior prodotto interno lordo, borse più forti, più ricchezza, ma anche no.

La crescita, dicono. Ma mi sembra che questa crescita di cui parlano non sia poi altro che soldi in più che girano.
E accettiamo questo paradigma senza colpo ferire. Nessuno che alza la mano per dire, ehi, guardate che c’è dell’altro. Perché in fin dei conti siamo abituati così, siamo istruiti così, a dare al denaro il nostro pensiero dominante, a fargli governare le nostre vite. L’economia al governo, l’interesse nell’interesse in modo vagamente onanistico.

Ogni popolo ha il suo dio, e sembra che noi abbiamo deciso il nostro. In quale momento della storia è passato a dominarci? Mammona ha silenziosamente innalzato i suoi templi, e noi ci siamo entrati senza accorgercene, allettati da offerte speciali e giochini in borsa. Non abbiamo perso la nostra identità,  l’abbiamo ceduta per un piatto di lenticchie e un televisore al plasma.

Il nostro dio si rivela nel punto di vista con cui affrontiamo le cose. Chiudete gli occhi, ascoltate le notizie, i discorsi, i vostri stessi pensieri e giudicateli. Quale sete li spinge? Quale preoccupazione li fa parlare?
Se vogliamo essere valorizzati, la domanda allora è “quanto costi”?
Di chi siamo figli, di un Dio che vuole la nostra felicità o di uno che pensa che possiamo essere comprati, venduti, commercializzati?

Oh, sì, io voglio crescere. Io voglio diventare grande.   

 

Governo tecnico

Spesso, quando crediamo di sapere tutto di una cosa, ci scordiamo che quella cosa non è tutto.

 

 

Il coniglio vagabondo

Mia moglie mi chiama, con urgenza. “Presto!”
Apro la porta che dà sull’orto. Mia moglie mi indica un movimento in mezzo al prato. Un coniglio pelosissimo e molto disinvolto sta brucando la nostra erba.

Dopo un po’ capiamo da dove arriva il transfuga. Ha una gabbia due case più in là, in cui evidentemente si trova allo stretto, e giunge da noi infilandosi nei buchi delle reti. Forse non è neanche la prima volta che viene a satollarsi nel nostro orto, visto che dimostra di conoscere molto bene tutti i passaggi per gli appezzamenti adiacenti. Tento con molta poca fortuna di acchiapparlo. Corre: non come una lepre, ma abbastanza per me che pure tartaruga non sono.

Alla fine riprende la strada di casa. Lasciandomi un dubbio: non erano i conigli quelli ad essere timidi e paurosi? E che ci figura ci facciamo noi, che dalle nostre comode gabbie non vogliamo uscire?

Il principio dell’ottovolante

Non so se capita anche a voi. Io, quando sono in un’automobile guidata da altri, mi sento sempre a disagio.

L’autista guida con noncuranza, affrontando le curve a velocità che vi sembrano eccessive, tenendo distanza dalle altre vetture che vi pare troppo scarsa, ad una velocità che vi fa sudare freddo. Nel contempo trafficando rilassato con l’autoradio.
E voi vi aggrappate spasmodicamente alla cintura di sicurezza e alle maniglie, subvocalizzando una preghiera.
Non avete il controllo.
Eppure vi state fidando.
Una fiducia riluttante e condizionata, eppure c’è. Siete saliti, non chiedete di scendere. Anche quando i vostri sensi vi dicono che no, non va, qui ci schiantiamo.

E’ il principio dell’ottovolante. La vostra “prima ragione” urla di terrore. La vostra ragione più profonda vi dice che no, non c’è vera ragione di preoccuparsi, che andrà tutto a finire bene.
E date la vostra libertà in mano ad altri. Il più libero, il più coraggioso, il più consapevole atto che si possa immaginare.

Per salire su un ottovolante, o come passeggero su una vettura, occorre molta fede. Occorre molta ragione.

I 10 comandamenti infernali – VIII – Non dire falsa testimonianza

Demonietti cari, questa è facile, se avete seguito tutto il corso fino ad ora. Vediamo se siete stati attenti.

Tu, tu con il corno storto. Come dici? No, non ci siamo. Non so se raggiungerai la sufficienza nel test finale, se ragioni così. Ma che cosa significa “Dobbiamo indurre i mortali a mentire”? Proprio non vi entra nella zucca, eh?

Non esiste una cosa come “mentire”. E’ tutta propaganda del Nemico. Il vero, il falso, sono categorie che hanno tentato di appiopparci fin dal primo momento, il modo in cui tentano di controllarci. Ma non esistono.
Il vero è ciò che pensiamo e che vogliamo noi, purché siamo in grado di ottenerlo. Se sono un debole il mio vero diventa falso. Ci siamo ribellati al Nemico proprio per fare diventare vero quello che volevamo noi.

In altre parole, verità è forza. Verità è dominazione. Voi siete obbligati a credere questo perché io sono più forte e potente di voi. Siccome il Nemico asserisce di essere il più potente, allora pretende anche di dettare a noi la verità. La sola alternativa per asserire noi stessi è la rivolta, la negazione di quello che Lui dice che siamo, e l’affermazione di quello che Nostro Padre che sta quaggiù vuole per noi.

La realtà quindi diventa quello che vogliamo noi. Testimoniamo quello che dovrebbe essere, perché quello che sarebbe dovuto essere diventi la realtà. Tutto ciò che non vi rientra deve essere eliminato, o ignorato se non fosse possibile altrimenti.
Vorrei insistere particolarmente su questo. Non lasciate che quello che accade vi svii. Siete voi a fabbricare, o rifabbricare la realtà. Con ogni mezzo.
Il nostro comandamento è quindi:

VIII - Rendi la realtà quello che dici

Esercitazione pratica. E’ innaccettabile che qualcuno che partecipa a questo corso non ne abbia recepito ancora i fondamentali. Vorrebbe dire il mio fallimento come insegnante. Quindi non esiste nessun demone dal corno storto che abbia frequentato o risposto a domande. Chiaro? Anche per la Vigilanza? Bene. E, per favore, chiudete le porte che se no le urla non fanno sentire gli altri.

L’era dei metallozoi

Nuove ipotesi sulla fine dell’era dei metallozoi, duecentoventi milioni di anni fa.
Il ritrovamento di un nuovo cimitero di metallozoi alla periferia di Klughaez potrà forse gettare nuova luce sul mistero della loro fine. Nostra intervista esclusiva con T’hga!rg, il paleontologo che ha effettuato la scoperta.

Dottor T’hga!rg, in cosa consiste il ritrovamento di Klughaez?
In un cimitero di questi animali molto vasto, che stiamo ancora esplorando. Sono stati rinvenuti non meno di duecentoottanta metallozoi di varie dimensioni, dai piccoli due-ruote ai giganteschi ventiruote, tra gli esseri più grandi che abbiano mai abitato il nostro pianeta. I fossili sono in stato di conservazione eccellente, e in molti casi conservano il colore originale. In alcuni casi abbiamo ritrovato al loro interno i resti degli animali di cui si nutrivano, dei mammiferi bipedi caratteristici di quel periodo.

Come facevano a nutrirsi?
Attiravano i bipedi all’interno delle loro portiere mobili e li trascinavano nello stomaco, dove li digerivano trasformandoli in idrocarburi. Gli [ll'zah], come noi paleontologi chiamiamo questi esseri, erano all’epoca relativamente comuni e una facile preda. In alcuni casi abbiamo trovato anche quattro di quei mammiferi all’interno del metallozoo.

Quanto durò il regno dei metallozoi?
Circa una decina di milioni di anni, il cosiddetto periodo Asfaltiano. Poi si estinsero improvvisamente, insieme con moltissime altre specie tra cui gli [ll'zah] stessi.

Cosa causò la loro estinzione?
Ci sono diverse ipotesi. Quella che attualmente vede concordare il maggior numero di scienziati è la caduta di un asteroide, che causò una catastrofe globale. In alcuni siti abbiamo trovato carcasse di metalloidi semifuse, come sottoposte ad un grande calore, senza dubbio dovuto all’impatto del meteorite. Gli alti livelli di radioattività in quegli strati geologici confermano questa ricostruzione dei fatti.

Cosa ne pensa della polemica dei creazionisti?
Che le loro pretese sono ridicole, e nessun scienziato può dare loro peso. Ormai la scienza ha accertato al di là di ogni dubbio che gli esseri viventi si evolvono e non sono creati. Proprio i metallivori sono la dimostrazione più lampante della corretezza dell’evoluzionismo. Nel nostro sito di Klughaez abbiamo trovato esemplari di diverse specie che testimoniano il processo evolutivo di quegli animali. E’ affascinante vedere come alcuni particolari anatomici si sviluppino nel tempo da forme più semplici ad altre più complesse. Chi dice ad esempio che il differenziale o il cambio non si sarebbero mai potuti evolvere da soli non sa quello di cui sta parlando. E’ la selezione naturale che ha spinto i metallozoi verso forme sempre più aerodinamiche e organi interni più complessi, non la fantomatica mano di un creatore di cui non c’è traccia.

Ha visto il nuovo [tknt] sui metallozoi, “Metal Park”?
Non ancora, forse la settimana prossima. Tengo però a dire che i [psslu'tr] primitivi non vissero mai insieme ai metallozoi: ci sono quasi centottanta milioni di anni di mezzo.

Sarà una delusione per i piccoli fan di H’sur-tre-ruote…
Anche i miei cuccioli seguono H’sur-tre-ruote, e certo che il loro para-padre si occupi proprio di metallozoi li rende l’orgoglio del nido. H’sur è solo un [tknt'nah] ma è molto divertente e importante dal punto di vista educativo, e testimonia l’interesse dei più piccoli per questi esseri vissuti tanto tempo fa. Credo che il suo messaggio non si debba fermare alla correttezza paleontologica.

Si aspetta nuove rivelazioni sui metallozoi dai suoi prossimi ritrovamenti?
Certo sarebbe eccitante scoprire qualcosa di nuovo, o chiarire alcuni misteri circa i metallozoi stessi: l’uso delle luci interne per attirare gli [ll'zah] o il ruolo delle targhe nell’etologia del branco, ad esempio. Ma ormai possiamo dire che le vite di quegli esseri così distanti da noi non offrono più alcun grande segreto.

Nella foto: il cimitero di metallozoi di Klughaez. Alcuni dei metallozoi conservano ancora la pigmentazione originale.

Zitti zitti

Quante volte ci è capitato. Sull’autobus, nelle sale d’aspetto, alla macchinetta del caffè. Con sconosciuti in un negozio o magari a tavola con chi conosciamo bene.
Quante volte abbiamo sentito l’osservazione cinica, bestialmente indifferente, cattiva e profondamente ingiusta. Quante volte abbiamo sentito insultare e fare a pezzi con le parole ciò che ci sta a cuore, ripetendo magari giudizi e menzogne letti sui giornali, uditi da chi fa della falsità un mestiere.

E siamo stati zitti.

Zitti. Immobili. Nei casi peggiori con un sorrisetto, oppure scuotendo lievemente la testa, ma attenti a non farci vedere. Cauti nel lasciare nel dubbio cosa pensiamo veramente. Se pure lo pensiamo, se pure dentro a noi ancora c’è speranza.
Quante volte la convenienza ci ha fatti tacere, l’opportunismo ci ha chiuso le labbra?
Salvo poi lamentarci del clima populista, del diffondersi della cattiveria e del sospetto, del malaffare e dell’inganno; del fatto che il vero e il buono sono in minoranza.

Toccava a noi difenderli, e non eravamo disponibili a parlare.

Arridateci Voldemort

Ma quale crisi della politica. Qui non c’è una crisi della politica. Manca semplicemente una faccia alla quale affidarsi.
Nelle sale di aspetto si sentono i soliti discorsi acriticamente ripresi dalla fonte di qualunquismo preferita. Rispetto al solito però c’è una novità. L’invocare, il pretendere quasi qualcuno che possa risolvere la situazione. Il capo dei maghi, un – diciamolo piano – dittatore. Un Voldemort pacioso e rassicurante, un Benito meno macho, uno Stalin senza baffoni. E chi lo chiede non è il borghesuccio di destra, ma il medioprogressista che il papa e la casta signori miei.

Manca una faccia perché troppe facce sono cadute nel fango, e quelle che con il fango non hanno mai avuto a che fare si è provveduto a spruzzarglielo addosso, a farne una maschera che spaventi. Manca una faccia perché quelle che restano ci appaiono vacue e vuote e non gli affideremmo neanche il cane da portare a passeggio. E non ci fidiamo troppo neanche di chi urla che ha le mani pulite, perché sono le mani pulite di chi non ha mai lavorato.

C’è chi pensa ad una dittatura europea  per ovviare al malcontento, all’ingovernabilità, conseguenza ovvia e prevedibile – e quindi prevista – dello schiacciamento economico dei cittadini. Forse il Voldemort che verrà abiterà così distante che manco riusciremo più a vederlo in faccia. Si farà sentire con i suoi provvedimenti, con quello che ci farà, ma sarà troppo tardi.
Tardi, per scoprire il vero volto che ha.

 

La mammitudine

Quando dico “la mamma” vi viene in mente una madre generica, un archetipo, un manichino con il grembiule, o la vostra stessa mamma?

L’uomo non tollera le astrazioni. Se si ragiona per astrazioni prima o poi si combina un gran danno. Se un modello non diventa tangibile, concreto, un’esperienza reale, rimane irraggiungibile, resta fiato che presto si disperde.

La mammitudine per me si incarna in mia madre, ha il volto di mia madre, come per voi ha il volto della vostra.
Un volto  che non esaurisce tutto ciò che vuol dire essere mamma, ne è una parte limitata, un frammento.

Ma è madre. Mamma, per voi.

Soldi soldi soldi

Certo che se tutto è denaro, sia il tempo che i rapporti; se i soldi sono ciò che più importa, come chi gestisce la crisi cerca di accreditare; se l’economia è il metro di misura del mondo e di ciò che contiene…
Allora il centro commerciale è il tempio di questa fredda divinità, e il poterla visitare ogni giorno, domenica compresa, è la necessità di ogni suo fedele. O meglio, visto che di rapporto commerciale si tratta, di ogni suo schiavo.

I 10 comandamenti infernali – VII – Non rubare

Allora, demonietti miei, avete ben riempito il tempo dalla nostra ultima conferenza? Avete propagato la menzogna, causato divisioni, fomentato discordie? Sì? Bene, sono contento! Quello che avete fatto non è stato altro che esercitare il comandamento infernale di cui oggi parleremo, cioè l’appropriarsi di cose altrui.

Dovete stare bene attenti, cari diavoletti, a cosa rubate. Il Nemico che sta lassù ha fatto il cuore dei mortali avido di ogni cosa. Gli umani vogliono possedere tutto quello che li circonda. Il Nemico è stato in questo però veramente perverso. Ha dato le cose agli umani, asserendo di avergliele donate. Ma poi ha fatto in modo che a loro non bastassero mai. Ha creato un mondo in cui nessun mortale può possedere veramente qualcosa. Quando questi se la stringono al petto dicendo che è loro, la cosa di cui si appropriano si disfa.
Capite il tormento che infligge all’uomo? Quando un mortale crede di possedere, nello stesso istante quello che ha diventa niente. Hai il potere? Lo usi e lo perdi. L’amore? Fai dell’oggetto del tuo amore quello che vuoi e questo diventa cenere. Il rubare, l’impossessarsi delle cose, equivale a distruggerle e queste a loro volta distruggono te. E ciò tanto più vale tanto l’oggetto del furto è  insostituibile. L’amore; la giustizia; e, soprattutto il tempo.
Ah, capite, miei demoni capite…?

Dalle vostre facce vedo che cominciate a capire! Ho rubato il vostro tempo facendovi ascoltare queste fregnacce, la propaganda del Nemico. Nella nostra natura vi è l’esatto contrario: ghermire ogni cosa, e se si distrugge, che importa? Una creazione del Nemico in meno, una lode a Nostro Padre Infernale in più.
Il più forte prende tutto. Questa è la regola dell’Universo, e il comandamento rispettivo dice

VII – Prendi quello che ti serve

Noi vogliamo tutto, tutto quanto il Nemico ha fatto. Lo divoreremo pezzo per pezzo, masticandolo, assaporandolo, cacandolo e rimangiandolo. E, a questo proposito, avete pagato tutti la vostra quota?

Di errori e altri fatti della vita

Se cercate su questo blog un segno di appartenenza ciellina del sottoscritto lo troverete con parecchia fatica. Certo, un paio di link possono essere rivelatori, ma vi sfido a trovare qualcosa di più conclamato. Di post, forse una decina su millesettecento.

Eppure molti commentatori danno per scontato che io ciellino sia. Anzi, lo sanno per certo. Da cosa giunge loro questa convinzione? Probabilmente dal metodo, dal modo in cui mi pongo. Provate, o lettori, a dire la vostra.
Sì, sono ciellino, Da quasi trent’anni, ormai. E sapete perché sul mio blog raramente cito CL? Per due motivi.
Primo, perché non voglio che i pregiudizi verso CL impediscano a chi capita di leggermi.
Secondo, perché non voglio che i giudizi su di me influenzino il giudizio su CL.

La responsabilità di quello che scrivo è mia. Se scrivo cazzate, non è colpa di CL: è mia. Se sono irritante, iroso, se manco di carità o di ragionevolezza sono io quello da riprendere. La libertà è data a me come a voi, e io come voi la uso. A volte male.

Io non ho problemi a dire che sono di CL, fintanto che non pretendete di identificare CL con me, nel bene e nel male. Con me, o Formigoni, o qualcuno dei mille altri ciellini che conosco. Ne conosco, quasi sicuramente, molti più di voi. E so che in mezzo ad essi ci sono arroganti, oziosi, squilibrati, vanesi, egoisti e così andando fino a riempire ogni categoria di difetti umana. Proprio come in una famiglia ci sono fratelli di tutti i tipi. Ci possono essere anche falsi e traditori. Lo stesso Cristo non è famoso per la qualità di tutti i suoi apostoli.

Però è tutta gente in cammino. Che mira ad essere migliore. Che è in Cl perché “ci sono parole che spiegano la vita”. Il che è un poco di più di quanto possano dire tutti gli altri.
Fossimo perfetti, non avremmo bisogno di CL.

Alcuni commentatori hanno etichettato la lettera di Carron a Repubblica come una sorta di “scelta religiosa” del movimento, simile alla scelta disgraziata che fece nel sessantotto e dintorni l’Azione Cattolica. Niente di più lontano dal vero. Leggetela bene.
Non dice di andare a nascondere il proprio volto in sagrestia. Proprio il contrario: dice di testimoniare fino in fondo la Grazia che ci è stata data e che noi, fragili, non siamo riusciti a mostrare appieno. Fino in fondo, e quindi anche al lavoro, in famiglia, nel sociale, in economia, in politica.

Io sono un tipo combattivo, e mai vorrei chiedere scusa. Alle volte dovrei proprio. Io ho bisogno di purificazione, e di questo (come di poco altro) sono assolutamente certo.

La coscienza dei miei errori, però, non mi trattiene un minuto dal continuare a battermi, o dallo stare diritto quando mi accusano falsamente.

Mi ricordo bene trent’anni fa, sul giornale che mio padre leggeva ogni giorno c’erano non meno di due, tre articoli feroci contro CL, in ogni ambito, colmi di menzogna. Ogni giorno.
E quindi non lamentiamoci, amici e fratelli. Un po’ di persecuzione (un po più di persecuzione) ci farà bene. Cadranno rami morti. Mi dispiace per loro. Magari ci faranno anche male, magari si distruggerà quello che abbiamo costruito in tanti anni, tutto o in parte.

Anche questo ci farà bene, alla fine, perché ci ricorderà che non siamo noi che costruiamo. Se il Signore non costruisce la città, invano mettiamo pietra su pietra.

Qui, come allora, non siamo in presenza di gente che gioca pulito. Questo non è (non è mai stato) il momento dell’orgoglio, perché ci colpiscono e ci colpiranno con menzogne a cui possiamo solo opporre la verità. Ma se opponiamo la verità dobbiamo anche togliere da noi ogni menzogna, ogni faciloneria, altarino, rabbia. Perché se no sarà per quello che cadremo.

La nostra faccia però deve indicare altro. Se la nostra faccia non indica il Risorto, ed è solo la nostra faccia, allora vale quello che vale. La mia è piuttosto brutta.

Forse sto cominciando solo ora a capire quello che ci è indicato. Dobbiamo prendere, o riprendere, coscienza di chi siamo, e poi potremo rivoltare il mondo, e poi saremo inattaccabili, anche dovessero scrivere di noi ogni monezza, buttarci in prigione o altro. Anzi, tantopiù saremo di Cristo tantopiù ci arriveranno botte.

Possono ammazzarci, ma non possono farci fuori. Non possono fare fuori ciò che testimoniamo. Però solo se sappiamo chi siamo.

Irrilevanti

A volte capita. Questo doveva essere il post di Pasqua, pubblicato il Venerdì Santo. Qualcosa non ha funzionato, e ho notato solo ieri che WordPress lo aveva lasciato in bozza. Lo ripubblico oggi, togliendo solo gli ormai tardivi auguri.

A stento a Gerusalemme ne hanno saputo qualcosa. Senza dubbio qualche giorno dopo qualcuno avrà chiesto, dimmi, che cos’era quella confusione l’altro ieri? E gli sarà stato risposto che avevano giustiziato un falso messia, crocefisso fuori dalle porte. Per poi attaccare discorso sui danni del terremoto, il tempo pazzo di questa primavera e il prezzo del pane.
Qualche settimana dopo è quasi tutto dimenticato. Il tempo sembra essersi rimesso al bello, i banditi hanno assalito una carovana e i discepoli di quell’uomo, ricordi, quello che hanno ucciso, come si chiamava, sono tornati in Galilea.
Niente di tutto questo importa o dice qualcosa al cittadino di Atene, di Alessandria, e tantomeno di Nanchino. La natura va avanti facendo il suo corso. Sorge il sole, i fiumi scorrono, i fiori sbocciano. Si nasce, si vive, si muore.

Un evento irrilevante, insomma. Facile da ignorare. Come un seme.
Facile da ignorare anche oggi. Anche oggi che quel seme ha messo radici, è cresciuto. Ieri sera tornavo dall’Adorazione e la gente affollava i bar, rideva, il vino sulla tavola, il cellulare in mano, ignara. La Pasquetta è più importante della Pasqua, è un giorno di vacanza per ragioni sconosciute. Cos’è che si festeggia? Un falso messia, crocefisso duemila anni fa.

Fosse una morte, sì, sarebbe irrilevante.
Ma è una Resurrezione che si ricorda. Un evento che spiega la vita dell’abitante di Gerusalemme e quello di Nanchino. Perché l’uomo non si accontenta di vivere, l’uomo è proprio colui che non si accontenta di vivere. Quando è uomo.
Si nasce, si vive e si muore. Ma non ci si ferma più qui, questa è la notizia. C’è altro. C’è un senso.
E il senso è
NON SIAMO IRRILEVANTI.

Tempo sacro

Certo, la domenica che qualcun altro lavori è molto comodo.
Non per niente l’abolizione del “giorno di festa” è uno dei principali obiettivi, da sempre, di chi intende abolire il cristianesimo. Perché si sfonda una porta aperta, anche tra i cattolici sembra una reliquia d’altri tempi.
Eppure il fatto che esista un tempo sacro – vale a dire, dedicato ad altro, a qualcosa di più alto che non siano le preoccupazioni terrene – non dovrebbe lasciarci indifferenti.
Perché se non esiste più un tempo sacro non esiste neanche più un luogo sacro.
In altre parole, il sacro è bandito dalle nostre vite perché semplicemente non v’è più posto per lui.

Ci sono interessanti conseguenze. Ho il diritto di imporre il mio sacro a chi ha un sacro differente o non ce l’ha (se pure questo sia possibile)? E, ancora, se non esiste più un tempo sacro comune, posso avere il permesso di portare il mio sacro dentro al tempo comune? Ovvero, se mi rifiuto di lavorare la domenica perché è sacra posso essere licenziato perché il mio sacro non è riconosciuto come tale?

In un mondo come il nostro in cui il denaro è reso sacro forse il modo per sacralizzare il tempo è proprio andare per negozi. E, se permettete, ciò è parecchio deprimente.

L’uomo che non volle farsi re

Si strinsero la mano e si abbracciarono. La serata era limpida e fredda, e nel cielo brillavano milioni di stelle. Il grande lago era un mormorio di onde basse, nero e fondo come un mistero di oscurità.
“Tutto è pronto” disse il più alto dei due. “Domani è il gran giorno”. Aveva la voce rotta dall’emozione.
Il suo compagno era più calmo, appena. Era un sogno che si coronava, nel senso letterale del termine. “L’avessimo preparata non sarebbe venuta così bene. Adesso tutti sono entusiasti. Se ne sono convinti. E’ quello giusto. Ve lo avevo detto, io, che era quello giusto.”
Rise. “Tutto il popolo è con noi. E quelli che ci sono ostili si convinceranno. Non possiamo perdere.”
L’altro si fece pensoso. “Proprio tutti no. I farisei, per esempio, e gli scribi…sarebbe un grave errore ignorare il loro potere”
Il suo compagno rise di nuovo, di un riso freddo e sarcastico “Ma se hanno paura anche solo ad avvicinarsi! Li ha ridicolizzati così tante volte che non faranno finta di non vedere. Sanno di avere solo da perdere da un confronto diretto.”
“E se invece si mettessero di mezzo? E se tentassero di eliminarlo? In Sinagoga…”
L’uomo basso si fece serio. Aprì il mantello, una lama scintillò brevemente alla luce della luna appena sorta, una sfera gialla sull’orizzonte di basse colline. “Abbiamo i mezzi per convincerli. Siamo ad un passo dal restaurare il Regno di Israele. Non possiamo lasciarci ostacolare da gente che non sa vedere al di là del proprio naso”.
L’altro uomo rabbrividì. “Non vorrei che si arrivasse a questo. I romani potrebbero intervenire prima del dovuto. Dobbiamo avere qualche mese per prepararci, o ci spazzeranno via.”
“Paura dei romani, Barabba?” lo schernì l’uomo più basso.
Barabba si girò. “Ti pare che io abbia paura? Sai anche tu cosa ho fatto in passato. Non sono un codardo, ma neanche uno scemo. Se i romani ci colgono mentre siamo pochi e divisi non ci risparmieranno. Non ho intenzione di ricevere una lancia nello stomaco o venire crocefisso. Sto giocando tutto sul tuo Messia. Bada che non ci deluda, o io rimarrò deluso di te.”
Per un attimo tacquero. La tensione era palpabile. Poi Barabba si rilassò. “Va bene, lasciamo stare. Piuttosto, spiegami come c’è riuscito. Dove avevate nascosto tutto quel cibo?”
L’uomo basso rilasciò anch’esso la mano che aveva tenuto sull’elsa della spada. “Mi venga un accidente se lo so. Per quanto ne so io poteva avercelo su per le maniche. Io tengo la cassa, e ti dico che se l’ha comprato non ha usato i soldi che amministro io.” Si voltò verso il lago. “Era impressionante. Ci abbamo messo un po’ a capire che non sarebbero finiti. Lui continuava a tirare pesce e pane fuori dal cesto…Dovevi vedere che silenzio c’era. Eravano tutti ammutoliti.”
Barabba chinò il capo. “C’è solo da sperare che lo riesca a rifare. Magari la prossima volta con qualcosa di meglio. Che so, dell’oro ci farebbe comodo.”
L’altro gli pose la mano sulla spalla. “Tu pensa domani a far venire tutti molto presto. Bisogna che…”
“Attento, arriva qualcuno!”
Sì, qualcuno stava arrivando dal sentiero che portava al lago.
Barabba svanì in mezzo ai cespugli. Il suo compagno afferrò nuovamente l’elsa della spada. Ma era una persona sola.
“Giuda! Sei qui, Giuda?”
Riconobbe la voce. Ma che ci faceva…? “Filippo, sono qui!” disse ad alta voce, uscendo dall’ombra della piante.
Filippo si diresse dalla sua parte. “Accidenti a te, mi sono quasi rotto una gamba con questo buio. Ma dove eri finito? E’ un pezzo che ti stiamo cercando.”
Giuda tagliò corto. “Perché mi cercavate? C’è qualche cambio di programma?”
“Certo, non te l’aspettavi? Il Maestro ci ha detto di partire con la barca subito, senza farci notare, e di andare a Cafarnao. Ha detto che ci avrebbe raggiunti dopo.”
Giuda strinse le labbra. Così si rischiava di mandare a tutto a monte. “E perché avrebbe deciso così? Si doveva restare tutti fino a domani!”
Filippo scosse la testa. “Pare che vogliano rapirlo e farlo re. E’ solo una voce, ma Lui l’ha presa sul serio.”
Giuda lanciò un’occhiata verso i cespugli dove stava nascosto Barabba. Maledizione! Questo rischiava di mandare tutto all’aria. Perché quell’uomo era così ostinato, non capiva che era il suo destino? Ma non tutto era perduto.
“E il Maestro? Dov’è adesso?”
“E chi lo sa? Sai come fa quando ha voglia di sparire. Credo che sia da qualche parte sulla montagna. Ma non ti preoccupare, ha detto che ci raggiunge. Immagino che faccia così perché teme che le barche siano sorvegliate.” replicò Filippo.
Niente, quando non voleva farsi trovare il Maestro ci riusciva benissimo. Ostinato e ingenuo! Ma una volta incoronato avrebbe fatto in modo che seguisse di più i suoi consigli. Non rimaneva che un’ultima opzione.
“Arrivo, d’accordo” disse a voce alta. “Immagino che ci raggiungerà domattina a Cafarnao.”
Non osò voltarsi ancora, ma sapeva che Barabba doveva avere sentito e stava già riorganizzando i piani. Astuto, Barabba. Un uomo insostituibile.
Giuda si diresse con Filippo verso il lago, sul sentiero scuro e sassoso. Domani, a Cafarnao, avrebbero completato il piano. Gesù non avrebbe potuto dire di no, lo avrebbero costretto a prendere posizione e a giocare al loro gioco, volente o nolente. Una giornata decisiva, da ricordare a lungo. Finalmente i Giudei avrebbero avuto un re!
Si stava alzando il vento. In alto, le nuvole stavano iniziando a nascondere il cielo.