L’immagine della Pasqua

Cercando su Google immagini di Pasqua, la prima vagamente cristiana è la numero 77. La precedono uova, pulcini, conigli, fiorellini.

A tutti voi auguri di ricordare cosa sia veramente la Pasqua, e fissare lo sguardo lì. Non solo oggi, ma ogni giorno dell’anno di ogni anno della vostra vita.

E’ veramente risorto. Santa Pasqua a tutti.

 

IV * Realizzati

Vi avevo domandato, all’inizio di questo discorso, di pensare se un certo numero di personaggi storici si siano realizzati o meno.

Oggi, Venerdì Santo, si ricorda il momento in cui quelle persone si sono trovate tutte nel raggio di poche centinaia di metri, tutte riunite per uno scopo.
Quando pensiamo a persone realizzate, ci viene istintivo rivolgerci ai potenti, agli uomini di successo. Ecco, prendete quel re, a quel potente romano. Sicuramente hanno fatto una bella vita, almeno rispetto alla media della popolazione dell’epoca. Eppure il primo ha finito la sua esistenza in esilio, del secondo l’unica traccia rimastaci a parte i Vangeli è un frammento di marmo. Se non avessero incontrato quell’altro, il profeta, il malfattore, se non l’avessero appeso ad una croce, nessuno conserverebbe il minimo ricordo di loro.

Anche il delatore con la bella somma di denaro in tasca non sembra essersi molto realizzato. I soldi li butta via, e si impicca.

Guardiamo agli altri due. Al profeta, e più di un profeta, e a sua madre. Con delle capacità come le sue quel Gesù avrebbe potuto fare quello che voleva. Sarebbe potuto diventare ricchissimo. Famosissimo. Avrebbe potuto aprire una scuola di filosofia, o un ospedale nel quale effettuare le sue guarigioni. Sarebbero arrivati a frotte da tutto l’Impero.

Invece compie una scelta praticamente suicida: si reca nel covo dei suoi nemici, che lo stanno cercando per ucciderlo. Ma perché l’ha fatto?
Lo spiega lui stesso: obbedisco al Padre mio. Faccio la Sua volontà.
E’ di famiglia. Anche Maria aveva detto la stessa cosa, una trentina di anni prima, quando le era stato chiesto di diventare scandalosamente madre. Accada di me secondo la Tua parola.
La sera del venerdì sembra che quella loro obbedienza si sia trasformata in tragedia. Che sia sfociata nel dolore e nel nulla.
Eppure sappiamo com’è andata dopo. Quello che sembrava un fallimento, che sembrava chiuso, sepolto, quel vivere ha avuto senso solo per quella morte. Un motivo completamente, violentemente, assolutamente contrario a tutto quello che ci viene raccontato sul realizzarsi.

La vita di quell’uomo che si è detto Dio e di sua madre si sono realizzate pienamente. Perché hanno pienamente raggiunto il loro scopo.  E l’hanno raggiunto non lasciando niente al “realizzarsi”, ma tutto al darsi. al seguire. Al non tenere niente per loro, nessun progetto, niente di niente. Eppure la loro non è stata una passività. Nessuno ha mai agito tanto, ha mai compiuto tanto.

Non rimane che parlare dell’ultimo personaggio, l’impetuoso pescatore. Che si muove, si sbatte di qui e di là, rimproverea il suo Maestro, agita spade, fa l’infiltrato. Ma ogni volta che agisce di testa sua gli va storta. il Maestro lo chiama Satana, aggiusta le orecchie che lui ha staccato. Alla fine il pescatore capisce, al canto del gallo. E piange.

Così siamo anche noi. Sempre in cerca di progetti da completare, provando a salvare il mondo. Senza renderci conto che non siamo noi, a salvarlo. Perché è già stato salvato.
Mentre per realizzarsi, sarebbe così semplce. Basterebbe dire: accada di me secondo la Tua parola.
Allora avete capito cosa vuol dire realizzarsi? Vuol dire essere reali, affidandosi a Colui che la realtà la fa. Che no, non siamo noi.

 

 

 

Dove si trova Dio in questo momento

Quando cerchiamo Dio, non alziamo gli occhi, ma abbassiamoli. E’ Colui che ci sta lavando i piedi.

III * Realizzati

Conoscete qualche persona che nella sua vita si sia pienamente realizzata? Che al termine dei suoi giorni abbia compiuto ogni sua aspirazione, abbia terminato tutti i progetti che si era preposto?

Esistono, sono esistiti uomini così? Anche coloro che la morte coglie ad età inoltrata hanno memorie di giorni passati, e sogni e rimpianti.

Realizzarsi: rendere reali i nostri sogni e aspirazioni. Ma l’incompletezza di ogni esistenza è un’evidenza. La realtà non è quella che vogliamo, ma quella che è.

Cosa si deve concludere? Che, dato che mai riusciremo a realizzarci, è inutile vivere? Che il significato dell’universo non esiste, che il nulla è il nostro sorgere e il nostro destino?

Eppure vivere è bello. Ogni istante in cui respiriamo affermiamo proprio questo: l’essere, l’esserci, è molto meglio del non esserci. Ogni nostro attimo è pieno di luce, e bambini, e gatti, e cielo, e lillà, e se anche non ci fossero ci sarebbe altro.

Quindi il problema non è la vita, ma il senso che le vogliamo dare. Il realizzarsi che tanto ci importa è un inganno, il più grande inganno, una favola senza fondamento dietro a cui corriamo senza capire. Una favola a cui i bambini non credono.

Se realizzarsi non funziona, niente di quello che facciamo può cambiare il gusto del vivere. Se ogni nostro progetto andasse a buon fine, o se fallisse, questo non ci allontenerebbe o avvicinerebbe alla nostra meta.
Se la chiave del nostro vivere non sta in quello che noi facciamo, allora vuol dire che ci è dato: non dipende da noi, è un regalo. Una grazia, qualcosa dato gratis, senza aspettarsi niente in cambio.

Realizzarsi allora non sta nel fare, ma nel portare a compimento quello che è chiesto a noi. Riempire il nostro posto nel mondo. Rendere reali non i nostri sogni, ma noi stessi.

II * Realizzati

Anna Chiara, alla sua mamma:

“Oggi sono contenta. Volevo chiederti un premio, ma il premio è che sono contenta”

I realizzati

Entriamo nella Settimana Santa. Il Vangelo narra di persone vissute quasi duemila anni fa.

Una madre che vede morire il proprio unico figlio come un malfattore.

Un sovrano che vive in mezzo a gozzoviglie, uccisore di profeti scomodi.

Un pescatore che le cui aspirazioni naufragano miseramente, e che tradisce il suo migliore amico.

Un agitatore che, grazie ad una delazione, si trova per le mani una piccola fortuna.

Un governatore, un politico importante, che si giostra tra opposte fazioni con una certa abilità.

Uno che forse è un profeta, ma che in ogni caso viene ammazzato in modo orrendo nell’indifferenza o giubilo della maggior parte di quelli che aveva asserito di volere salvare.

Fatti remoti, in terre lontane nello spazio e nel tempo, paesuncoli periferici di pietre e pastori.

Vi pongo una questione: qualcuno di quelli che ho elencato qui sopra, si è realizzato?

 

 

 

 

 

Il potere più grande

Il digiuno quaresimale ci insegna una cosa molto importante:

a limitare ciò che, pur potendo, possiamo.

Il potere più grande è quello che rinuncia ad esserlo.

 

La famiglia sono io

Onorevoli colleghi,
il provvedimento che vado ad illustrarvi è già stato discusso dalle commissioni, ma ritengo che sia utile prima del voto finale ricapitolare il percorso che ci ha condotti sin qui.

I più anziani certamente ricorderanno la Legge 40; uno dei primi tentativi di regolare la riproduzione artificiale. Grazie alla lungimiranza dei nostri giudici la sostanza di quel provvedimento fu a poco a poco svuotata dal senso che avevano voluto darle i legislatori, succubi di una concezione della vita arretrata  e non al passo con le conquiste delle libertà civili.

Infatti, perché una coppia dovrebbe vedere lesa la sua libertà di avere figli solo perché non è fertile? Così fu autorizzata la pratica di fare partecipare altre persone nella generazione dei propri figli. In altre parole, un proprio figlio poteva anche non essere figlio proprio.

A questo punto erano ovvi i passi successivi. Se un provvedimento è incostituzionale perché discrimina tra coppia e coppia, perché discriminare un singolo individuo solo perché non fa parte di una coppia? I suoi diritti non sono lesi alla stessa maniera?

E quindi, perché discriminare una persona fertile da una non fertile? Per quale motivo io non potrei acquistare un figlio come io desidero, se ne ho la possibilità? Mi si vuole negare un mio diritto? Il ragionamento è esattamente il medesimo, si tratta solo di estenderlo con un po’ di coraggio per raggiungere la vera libertà.

Il risultato l’abbiamo sotto gli occhi. Abbiamo tutti presente il caso di quell’imprenditore di Prato con trecento figli, che utilizza con gran risparmio fiscale nellla sua ditta tessile. Oppure la notizia di quel’appassionato di calcio che ha undici figli con materiale genetico di grandi campioni. Di fatto il cittadino italiano, alla pari di quello di altre nazioni, oggi può ottenere un figlio facilmente ed economicamente. Figlio che può essere correlato o completamente scorrelato geneticamente da lui; con i tratti che preferisce, ad esempio alto, biondo, occhi azzurri, garantito libero da malattie oppure con altre caratteristiche ugualmente gradite. Nei cataloghi delle tantissime cliniche per la correzione della fertilità sono anche acquistabili figli con molta forza e sviluppo precoce, o dalle caratteristiche sessuali particolarmente attrattive, e lascio a voi decidere perché si possano volere ragazzi del genere.

Assistiamo quindi da una parte all’instaurarsi di un mercato sempre crescente di figli con caratteristiche speciali usati, è il caso di dirlo, per fini che con l’affetto filiale hanno poco a che fare.

E’ opinione mia e del mio partito che occorra regolare al più presto questo tipo di commercio di esseri umani. La situazione non può più essere tollerata. Non si possono chiamare figli degli individui generati per il proprio piacere fisico o per farli lavorare gratuitamente nella propria azienda. Il provvedimento che presento va proprio in questa direzione.

Il primo articolo, che potete leggere sull schermo, distingue tra i bambini generati ai fini di darsi una vera discendenza e quelli nati per soddisfare altre necessità. Questi ultimi, se la legge in discussione sarà approvata, potranno anche non essere più etichettati come figli, e il loro status civile sarà sospeso in attesa del riconoscimento di cittadinanza. Questo snellirà la burocrazia e permetterà allo stato di rivalersi in materia fiscale su coloro che fino ad ora erano chiamati genitori e d’ora in avanti sarano chiamati gestori.

E’ conveniente per tutti: per i genitori perché potranno tutelarsi nei confronti delle pretese di questi ragazzi che egoisticamente chiedono ricchezze che non sono loro; per i figli generati legittimamente che eviteranno di confondersi con coloro che sono stati fatti per altre motivazioni; per questi ultimi, che saranno tutelati e, se rifiutati, potranno trovare impieghi in strutture statali. Da ultimo per lo Stato stesso, per i prevedibili ritorni economici.

Sono sicuro, rispettabili colleghi, che non mancherà il vostro voto favorevole. Grazie a questa legge fnalmente potremo tornare a dire “la famiglia sono io”. E torno a decidere io chi c’è e chi non c’è.

 

 

 

 

Complimenti vivissimi

Complimenti, signori giudici.

Ci avete insegnato che non è nei parlamenti che vengono fatte e disfatte le leggi, ma nei salotti che voi frequentate.

Ci avete confermato che la volontà del popolo, in questa che passa per essere una democrazia, non conta una beata cippa, se voi siete di opinione contraria.

Ci avete fatto apprendere che, se una cosa è ingiusta, basta cambiare la definizione perché diventi giusta, anzi, doverosa.

Vi dobbiamo ringraziare perché, grazie all’ultima sentenza sulla legge 40, adesso sarà possibile anche qui commerciare sperma e anche ovuli, come nei paesi meno avanzati, e le donne povere potranno ammazzarsi di medicine per fornirli ai ricchi. Siccome qualcosina verranno pagate pure loro, questo è un grande passo avanti alla lotta alla povertà, come lo sono la prostituzione e l’accattonaggio.

Vi applaudiamo perché finalmente non saranno più certi padre e madre, e potremo assistere a meravigliosi pasticci e bisticci legali in prima serata come in altre nazioni. Vi siete procurati lavoro e visibilità, di questi tempi chi può darvi torto?

Ci congratuliamo perché, volendo sanare quella che a vostro parere era un’ingiustizia – o comunque dava fastidio alle vostre idee – avete generato un’ingiustizia molto più grande.

Da ultimo, dobbiamo dirvi grazie perché è un poco più vicino il giorno in cui potremo fare tutto quello che vogliamo con questi oggetti chiamati bambini. Ne abbiamo diritto: siamo più grandi di loro, più forti di loro, e se abbiamo abbastanza soldi niente ci deve essere precluso.

Se qualcosa ci fosse, ci siete sempre voi giudici.

Parole per i morti

Nonostante i milleeuno impegni e il tempo che non basta mai, ho sempre cercato una maniera di dare una mano in parrocchia. Quest’anno mi è stata chiesta un’attività per me un po’ inconsueta.
Dico il rosario ai morti.
Quando in paese c’è un defunto, la sera prima del funerale di solito si dice in chiesa la preghiera del rosario. Il parroco ha delegato l’incarico a noi laici. Ci si è divisi i giorni della settimana. Per adesso mi tocca il giovedì.
Non so sinceramente perché le brave donne della parrocchia abbiano pensato a me e mi abbiano chiesto se ero disponibile. Non credo di essere un tipo funereo. A dirla tutta, poi, questo tipo di impegno è quanto di più lontano dal mio temperamento io riesca ad immaginare.
Forse anche per questo ho accettato. Posseggo una vena di masochismo che mi fa scegliere sempre la strada più difficile, quella maggiormente sgradita, nella convinzione alla fine di essa si possa nascondere una bellezza, un’opportunità che mi era in precedenza sfuggita.
Mia moglie, che mi conosce, quando l’ha saputo si è sbellicata dalle risate. Lei lavora da anni al “Gruppo battesimi”. “Tu li battezzi, io li sotterro”, le ho detto, con la mia migliore voce da vecchio west.

Se c’è una cosa che mi infastidisce sono quei rosari recitati con voce miagolante che sembrano sparati con una mitraglietta. Oh, è una preghiera magnifica, ma corre il rischio dell’abitudine e della noia. Non siamo buddisti, che recitano migliaia di volte lo stesso mantra, che banderuole e ruote di preghiera vanno bene lo stesso. L’ho presa come una sfida. Trovare anche in queste preghiere ripetitive  a voce alta, magari di fronte a gente che ha difficoltà a rammentarsele, una fonte di senso e bellezza.

Così, mentre le decine si inanellavano, cercavo di comprendere. Se si è davanti a qualcosa, è proprio quella cosa che deve dettare il metodo.
Io avevo davanti, se così si può dire, una persona defunta. I suoi parenti, i conoscenti. Quello che dovevo fare era quindi leggere quelle preghiere come se veramente contenessero la salvezza di quelle anime e della mia. Senza il dubbio, la sufficienza, l’alterigia, lo scetticismo di noi moderni ignoranti. Non cinquanta generiche Ave Maria, ma cinquanta occasioni di ripetere quell’invocazione, ogni volta uguale e ogni volta diversa.
E le cose cambiano. Ogni parola acquista un peso, uno spessore. Non è più un ripetere meccanico. Sto dicendo cosa dovrei davvero dire.

E’ cancellata la noia. Come un tema musicale ripreso ancora e ancora in una sinfonia, che suona ogni volta differente.
IL rosario termina. E mi sorprendo a pensare: se sempre avessi questa chiarezza, se ogni parola che pronuncio fosse all’altezza del suo significato!
Come sarebbe più viva e ricca la mia vita.

2048, o dell’oltre

Sono i rischi della Rete. Leggere di un giochino nuovo e provarlo. 2048.

Carino. Bella idea, semplice. Facile da imparare. Una griglia 4×4, su cui compaiono casualmente dei quadrati che puoi spingere uno contro l’altro. Se sono uguali il contenuto si somma. 2,4,8,16…lo scopo è raggiungere il valore di 2048.

128, 256…ah, ho sbagliato. Faccio un’altra partita. Tanto smetto quando voglio.

E prende, accidenti. Arrivo a 512. Con un po’ di strategia finalmente il 1024 è mio.

Ma non basta. Non basta mai. Arrivi quasi ad afferrarla, la vittoria, ma ti sfugge. Basta un piccolo errore, ogni volta.

Finche non giunge la partita perfetta. La somma finale. 2048.  Hai vinto.

Ma il gioco continua. Si riuscirà ad arrivare a 4096?

Capisci che non finirà mai. Ci sarà sempre un numero piu alto da raggiungere. Un oltre.
Che la vera sfida è raggiungere l’infinito.

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Dire davvero

Se solo dicessi davvero ciò che dico!

 

Attenti ai giusti

Se ci pensate un attimo, non furono i peccatori conclamati che fecero fuori Cristo.

Furono i giusti. Quelli che si consideravano giusti.

I peccatori si limitarono a sbeffeggiarlo. A percuoterlo un po’. Ignorarlo. Alcuni di loro, almeno.

Ma i giusti no, non gli hanno mai perdonato di avere indicato un’altra giustizia. Di avere fatto vedere un’altra verità.

Proprio per questo l’ammazzarono. Perché pensavano di avere in mano la verità. Mentre Gesù diceva di essere lui stesso, la verità.

E che fastidio, che rabbia, che odio quando qualcosa che pensi di avere in mano sguscia via.

 

 

Orribili forze

Quando l’ho visto ho capito che è lui che avrei portato. L’avevo cercato per anni, quando ancora i libri si vendevano solo nelle librerie e sulle bancarelle; e non l’avevo mai trovato. Vederselo capitare sotto gli occhi, in attesa di essere acquistato…un segno, senza dubbio. Il libro è del 1945; il paperback che ho in mano è di una decina di anni dopo. Copertina orrenda, come molte del periodo. Stato di conservazione buono.

L’autore è un tale C.S. Lewis. L’avete già sentito? Spero bene. Ne potete vedere una citazione nell’angolo in fondo a destra di questo blog. E’ l’autore delle lettere di Berlicche (quelle originali), oltre che delle Cronache di Narnia e di un certo numero di altri scritti.
Oltre alle già citate cronache dal sapore fantasy Lewis ha scritto anche una trilogia dal gusto fantascientifico. Il primo volume, “Lontano dal pianeta silenzioso”, mi piacque moltissimo, quando lo lessi negli anni dell’adolescenza. Non conoscevo l’autore, ma quel romanzo fu uno dei pochissimi tra centinaia a cui attribuii punteggio pieno nella mia personalissima classifica di gradimento.

Purtroppo le altre due parti della trilogia non erano altrettanto facili a trovarsi. Dopo essermi procurata la seconda, “Perelandra” (aka “Viaggio a Venere”), in un libretto rilegato anni’50, capii perché. Era un’opera zeppa di simbolismo cristiano, di lettura non facile persino per un panzer come me. Non troppo ben riuscita,  e irrimediabilmente messa fuori corso dall’esplorazione spaziale.
Tanto il primo tomo mi era piaciuto, tanto il secondo mi aveva deluso. Il terzo…

Il terzo, “Quell’orribile forza”, l’ho cominciato. Sabato, in piazza con le sentinelle. E’ stata una buona scelta. Credo che tutti coloro che sostengono l’assoluta inevitabilità o casualità di certi meccanismi dovrebbero leggerlo. Tanto per chiarirsi cosa stanno cercando di imporci.
Ad un certo punto ho dato di gomito al mio vicino. Ero arrivato alla pagina in cui uno dei protagonisti viene reclutato dalla NICE, un’organizzazione parastatale dai profili nebulosi. Gli si prospetta un futuro in cui ci si libererà dei “pesi morti”:

“L’uomo deve prendersi carico dell’uomo, Questo significa, ricordate, che alcuni uomini devono prendersi carico del resto.”
“Che tipo di cose avete in mente?”
“Cose abbastanza semplici e ovvie, in un primo momento – sterilizzazione degli inadatti, liquidazione delle razze arretrate, allevamento selettivo. Quindi educazione reale, inclusa educazione prenatale. Per educazione reale intendo una che rende il paziente infallibilmente cosa si voglia: qualsiasi cosa lui o i suoi genitori tentino di fare. Ovviamente, dovrà essere dapprima psicologica (…)”
“(…) Voi siete quello di cui abbiamo bisogno; un sociologo addestrato e dotato di uno sguardo radicalmente realistico, senza paura della responsabilità. In più, un sociologo che sa scrivere.”
“Non intenderete dire che volete che scriva tutto questo?”
“No. Vogliamo che lo scriva – per camuffarlo. Solo per il presente, ovviamente. Una volta che le cose si saranno messe in moto non dovremo preoccuparci del grande cuore dell’opinione pubblica. Ma nel frattempo fa differenza come siano descritte le cose (…) Strano come la parole “esperimento” sia impopolare, ma non la parola “sperimentale”. Non si deve sperimentare sui bambini: ma offrire ai cari piccoli pargoli libera educazione in una scuola sperimentale legata a noi e tutto andrà bene!”

Fatti i debiti aggiornamenti, mi pareva di leggere una cronaca dei nostri giorni. Se pensate alla rapidità di certe trasformazioni radicali della nostra società vi potreste domandare se non ci sia proprio dietro una orribile forza che, silenziosa ed efficiente, lavora per fabbricare il suo mondo.
Prendendosi carico di noi.

 

Curiosi

Mentre ero là, con le sentinelle in piedi, alzavo di tanto in tanto gli occhi dal libro per guardare i passanti. Alcuni si interessavano, chiedevano. Altri tiravano dritti, come fossimo stati invisibili. Mi chiedevo: ma in costoro non suscitiamo nessuna domanda, nessun moto di curiosità?  Non penso tutti sapessero, avessero già capito chi fossimo.

E se invece di noi ci fosse stato Cristo, lì in piazza che parlava? Come dev’essere successo venti secoli fa. Immagino una certa folla, e i passanti che si avvicinano incuriositi. Che succede? Ah, è quel nuovo profeta. Uff, queste cose non mi  interessano, grazie – e via.
Io sono un poco strano, mi interesso a tutto. Ma mi rendo conto di essere, appunto, strano. Ho conosciuto tanta gente che si accontenta di quello che già conosce, e gira bene al largo delle novità. L’annuncio più grande del mondo, l’unico annuncio veramente importante passa loro accanto e loro se ne disinteressano. Non per cattiveria, per inerzia.
Non vogliono grane, oppure hanno poco tempo. E mica lo sanno, loro, del valore di quello che si perdono.

Invece c’è un loro amico, un loro conoscente, un parente, che ha fatto parte di quel gruppo di curiosi. Impossibile non rendersi conto che è cambiato. Come fosse una persona diversa. Parla loro dell’incontro che ha fatto – ah, ma dài, c’ero anch’io in piazza ma non mi sono avvicinato. Anche tu? Peccato, non sai cosa ti sei perso.
E qualcosa comincia a destarsi in loro. Quell’annuncio che pareva assurdo e distante improvvisamente diventa più vicino. Qualcosa, forse, da non fuggire. Una possibilità.
Poi incontrano un altro conoscente. Anche lui parla di questa novità. Anche lui è colpito. C’è ancora scetticismo, ma è evidente che sta accadendo qualcosa di speciale.
La prossima volta andranno a controllare di persona.

Ecco perché esiste la Chiesa. Perchè l’indifferenza, la naturale ritrosia dell’uomo a lasciarsi coinvolgere da una realtà sconosciuta sia annullata da una familiarità.
Senza la Chiesa non ci sarebbe annuncio. In una certa maniera, non ci sarebbe Cristo.

 

 

Perché sono stato in piedi

Mi hanno chiesto perché fossi andato, anch’io, alla manifestazione delle sentinelle in piedi a Torino. Mettetevi comodi, adesso rispondo.

Come sapete voi quattro che seguite il blog quasi tutti i giorni, è da un bel pezzo che parlo delle sentinelle. Da quando erano un fenomeno solo francese, ed eravamo ben pochi a conoscerle. Mi ha colpito subito il modo di porsi. Che sta, per la maggior parte, negli occhi di chi le guarda. Presenza, è la parola. Quando si sa di essere osservati ci si comporta diversamente. Le sentinelle sono una presenza che osserva, e che quindi cambia lo stato di ciò che viene osservato.

Le sentinelle sono presenti, perché sono in un presente, in un adesso. Non sono, non dovrebbero essere, in passato che non è più né in un futuro che non c’è ancora. In un certo senso si pongono allo snodo di possibili futuri, con l’intento di cambiare quello che verrà.

Ma il rischio, di cui ho già parlato, è quello di combattere battaglie di retroguardia. Di battersi per il motivo sbagliato. Magari anche nobile, magari anche giusto in sé, però irrimediabilmente perdente perché staccato dal suo nesso ultimo.
Insomma di lasciarsi prendere dall’ideologia; dalla fretta di giudicare magari senza avere compreso fino in fondo; dalla gloria della battaglia, della bellezza del cameratismo, dalla gioia della compagnia. Credere che la sorte ultima dipenda tutto dall’esito della lotta, quando la realtà che si muove è molto più profonda.

E si finisce magari per riproporre lo stesso schema, rovesciato, contro il quale ci si batte. Alla fine stanchi, tristi e scazzati, che si vinca o che si perda.

Sabato non sono andato alle Sentinelle perché sono contro la legge Scalfarotto. Non ci sono andato perché odio i gay. Non ci sono andato perché sono omofobo, neologismo infelice, o represso, o paranoico, o di destra, di forza qui o forza là. Non mi sono scapicollato – un’ora di macchina, mezz’ora di corsa per incastrare gli impegni del pomeriggio – per farmi vedere, per timbrare un cartellino o perché qualcuno mi abbia cammellato.

Ci sono andato con la mia testa e le mie gambe a far vedere lo sguardo di una persona che non odia, che non disprezza, ma che sa che alcune cose sono sbagliate. Non perché gliel’hanno detto, non perché glielo hanno fatto credere, ma perché la sua esperienza dice così.
Mi hanno insegnato che l’esperienza, le cose belle, le cose giuste vanno condivise. Io non sono andato “contro”, ma “per”: per la famiglia, la mia e quelle che verranno, per i miei figli e quelli dopo di loro. E questo “per” arriva da ancora più profondo: da quella bellezza, da quella giustizia, da quella verità che cerco e che fanno la storia mia e del mondo. La fanno perché si possono incontrare, si sono fatte uomo, si sono fatte uomini.

Questo è il motivo per cui ci sono andato. Spero di avere rispsoto.  Adesso potete alzarvi anche voi.

 

 

 

Unità

Cos’è l’unità? E’ una esigenza, una necessità, oppure un dato di fatto?

Siamo tutti esseri umani. Quindi siamo uniti da una stessa natura. Sotto sotto, desideriamo le stesse cose. Condividiamo un qualcosa che ci identifica come appartenenti alla nostra specie, che ci fa riconoscere a vicenda. Insieme siamo più forti.
Ma siamo tutte persone diverse. Ognuna con la sua testa, i suoi pensieri. Con la convinzione che se riuscissimo ad imporre la nostra volontà sugli altri allora saremmo felici.

Lo vediamo tutti i giorni, no? Le arrabbiature perché l’altro non è come vorremmo. Il rodersi perché non siamo capiti, apprezzati, amati.

Quindi abbiamo un altro tipo di unità: non più un’unità come condivisione, ma un’unità come imposizione. Imponiamo agli altri di essere uniti a noi, con qualche genere di forza. Violenza o persuasione che sia.

Qui sorgono i conflitti: l’imposizione crea una scala di privilegi e di potere, e ben pochi vogliono stare in fondo.

La necessità di convivere assieme tra esseri umani più o meno della stessa nostra forza ci ha fatto escogitare una soluzione nuova: l’unità tramite mediazione. E’ la politica.
Si pone in mezzo tra unità in quanto condivisione, dalla quale mutua gli ideali, e quella per imposizione, che tenta di regolare.

Da notare che anche entità che si uniscono per mediazione possono entrare in conflitto tra di loro, perché la forma di mediazione tra i loro membri può essere diversa dalla mediazione tra le entità stesse. E’ il conflitto tra bande, tra stati.
Se si vuole superare la conflittualità e trovare veramente una forma di unione bisogna tornare all’unità per condivisione.

Questa però è osteggiata dai soggetti più potenti, forti della  loro unità per imposizione. Questi potenti hanno la necessità di eliminare i fattori di condivisione perché chi non condivide è molto più debole di chi condivide: è un isolato. Divide et impera: dove c’è unione qualcuno tenterà di imporre divisione per i suoi fini. Se l’unica natura umana unisce, occorrere falsificare, abolire quella stessa natura umana per isolare gli uni dagli altri. Si crea quindi una falsa natura, che non unisce ma tiene divisi, e la si sostituisce a quella vera.

Nazionalismi, teoria gender, ideologia politica, tifo sportivo come ragione di vita…tutti esempi di ciò.

Quando Gesù ha detto che i cristiani si riconosceranno perché saranno uniti nel Suo nome, intendeva che la profonda natura umana che Lui stesso ci “tira fuori” ci unirà oltre ogni altro tipo di unità, e saremo riconoscibili per questo. Se seguire Cristo realizza la vera natura e desiderio dell’uomo, questo non può che legare oltre ogni possibile tentativo di separazione. Perché rappresenta il “nocciolo” della condivisione.
L’appello ad essere ultimi, a servire, rovescia l’unità per imposizione, la svuota, l’annulla. Ragione di più per cui il cristianesimo è odiato dal potente.

Corollario: Se non siamo uniti, che vuole dire? Che non portiamo fino in fondo la nostra esperienza della natura di Cristo.

Vivere inquieto

Ho sentito recentemente affermare che per trovare la felicità basta accettarsi per quelli che siamo. Trovare una propria regolarità, nel lavoro, nel cibo, nel sonno…

La regolarità, per me, può essere utile al gabinetto, ma in ben altri pochi ambiti. Forse sarò strano, ma non penso che la gioia risieda nel seguire i consigli di un dietologo e andare a letto presto. Conosco poi molta gente che si accetta per quello che è,  mentre io li trovo inaccettabili.

La regolarità si trasforma in uniformità, l’uniformità in routine, che si interrompe solo quando un mattino la sveglia suona e noi non ci svegliamo. Mai più.

Solo un imprevisto ci può salvare. Uno specchio che ci faccia vedere non quello che siamo, ma ciò che non siamo.
Io non mi accetto. Non voglio cambiare la realtà, non voglio essere diverso, voglio essere di più.

E’ quello che mi fa muovere, che mi fa uscire di casa. Non per correre dietro ad idee, ma per cercare di essere. Dare un senso ad ogni parola detta, ogni gesto fatto, ogni secondo vissuto.

Vivere inquieto, con la vita che non basta mai.

L’uomo che gustava ogni parola

Capitò tutto per caso. Camminavo distratto, senza pensare, in una mattinata di pioggia primaverile grigia e fredda. L’urtai per caso, quelle collisioni tra sconosciuti che talvolta capitano sui marciapiedi frettolosi. Mi voltai a mezzo. “Ops, scusate”, dissi rapido.
Era un uomo di mezz’età, i capelli già grigi e il viso curato, vestito con un’impermeabile vagamente fuori moda e un cappello che l’invecchiava. All’udire le mie scuse si bloccò e mi guardò con un’espressione tanto sofferente che mi arrestai anch’io, allarmato.
“Cosa succede, vi ho fatto male?” Gli chiesi.
La sua smorfia si accentuò, con un visibile sforzo cercò di trasformarla in un sorriso tirato “In   un    certo    senso   sì,    ma    non     preoccupatevi .    Ci   sono    abituato .”
Mi colpì il suo modo bizzarro di parlare. Staccava ogni parola, ma non come chi ha difficoltà di pronuncia. Al contrario, ogni termine che gli usciva dalla bocca era carico di vibrazione e musicalità, colmo di un sentimento che sembrava arrivare direttamente dall’animo. Era come se dopo avere emesso ogni sillaba si soffermasse sopra qualche istante ad ammirarla prima di lasciarla andare.
Avrei potuto lasciare perdere. Avrei potuto lanciargli un occhiata perplessa e proseguire per la mia strada. Ma, niente da fare, sono curioso. E’ la mia natura. Fu così che ebbi uno degli incontri più strani che mi siano mai capitati.
Vide che mi ero fermato, il mio sguardo interrogativo. Cercò di spiegarsi. “Non    è    l’ urto   ,   è    cosa    avete    detto”.
Colse la mia perplessità aumentare, proseguì.
“‘Scusate’ ,   avete     detto .   Ma   senza    pensarci .”
“Guardate, sono veramente spiacente…”
Alzò la mano, mi interruppe. “Avete   parlato    in    fretta ,” Disse, con pazienza. “automaticamente .  La    parola    che    avete   detto    non    aveva    per   voi   significato    autentico .   Non   pensavate    a   cosa   vuole    dire   davvero     scusarsi .”
Fu così che mi espose il suo originale modo di rapportarsi con le parole.
Per lui era inconcepibile che si pronunciasse un termine senza gustarlo appieno. Senza pensare al suo senso profondo, al rapporto con se stessi e l’universo. Aveva ragione, le mie scuse erano state un riflesso automatico. Nel farle non avevo realmente inteso cosa sia domandare perdono, il fare uno sgarbo e riconoscersi in colpa, l’umiltà necessaria a questo atto, cosa sottintenda nelle relazioni reciproche, come sia possibile…insomma, aveva colto la mia fretta ed approssimazione, la mia trascuratezza. E questo gli aveva causato dolore.
Ma che razza di sensibilità aveva questa persona? Non era per la parola che si dispiaceva, ma per me.
“Se    aveste    di    fronte    un    manicaretto    incomparabile ,   lo    trangugereste   senza    assaporarlo ?   Se    aveste    davanti    un   quadro   di    incredibile    bellezza ,   lo    liquidereste    con    una    occhiata ?   E    allora ,   perché    parlare    senza    gustare   ciò    che   si    dice?”
Ci eravamo trasferiti in un bar, tutto questo me lo spiegò nel tempo che ci mette un caffé a raffreddarsi. Quando parlava si rigirava in bocca ogni lettera come fosse una dolcissima caramella. Davvero le gustava, come il contenuto della tazzina quando l’aroma è veramente buono.
“La   gente   pronuncia   la   parola   amore   e   non   pensa   alla   sua    ricchezza ,   alla   profondità ,   al   senso    immenso   che   hanno   quei    suoni.   Sono   solo   suoni,    per   loro ,   mentre    davvero   indicano    la   tessitura   della esistenza.    Ma   anche   ogni    altro  termine  che   diciamo   si   porta   dietro   profondità   che   meriterebbero   essere   contemplate   e   capite.    MA      “, e fece una pausa più lunga, ”   ANCHE     “, ancora si fermò, sempre guardandomi in viso con un’espressione dolcissima, ”    OGNI    “…
Finalmente avevo compreso, e devo dire che ero quasi spaventato. Parlava così lentamente perché veramente ogni singola parola, per quanto piccola, persino ogni articolo e congiunzione, erano per lui fonte di meraviglia e oggetto di contemplazione. Mi chiesi che vertiginosa comprensione avesse acquisito in anni di profondi pensieri su ciascuno di quei minuscoli monosillabi, e quale grandezza fosse giunto ad attribuire a quelle espressioni che di solito gettiamo lì con trascuratezza.
Certamente in lui non c’era falsità. Aveva un rispetto troppo grande per ciò che si diceva da anche solo immaginare che si potesse intendere qualcosa di diverso quando si conversava con il prossimo. Probabilmente pronunciare una menzogna l’avrebbe ucciso.

Il mio primo impulso era stato di considerarlo pazzo, o maniaco. Ma più mi esprimava lentissimamente quel suo mondo interiore più non potevo fare a meno di sentirmi ammirato e, in un certo senso, umiliato. Era evidente che viveva ciò che pensava. Non osai immaginare quante difficoltà, quente incomprensioni doveva avere incontrato nella sua vita. Mi chiesi se fosse mai riuscito a finire un libro, se il suo rispetto così completo per la parola avesse finito per allontanarlo da essa.
Ma, guardandolo, conclusi che non era la parola che venerava. Era piuttosto la consapevolezza del senso, della radice, della realtà che indicava la parola che alimentava il suo curioso approccio. Era come chi guarda la mappa di una antica e meravigliosa città e si sofferma con la mente sugli edifici che vi sono indicati, visitandoli con l’immaginazione. In altre parole per lui i discorsi erano segni di un senso sottostante, di una bellezza generativa. Ed era quella che lui gustava.

Viveva costantemente nell’angoscia per la superficialità delle conversazioni di ogni giorno. Gli pareva che se ogni uomo avesse colto anche una piccola parte del segno immenso che erano i discorsi che pronunciava tutti avrebbero vissuto molto meglio. Ma il suo stesso ritenere preziosa ogni frase pronunciata gli impediva di esprimere questa sua convinzione in maniera persuasiva. In un mondo condizionato dalla fretta e dalla velocità la sua stupita lentezza appariva un ostacolo da superare senza degnarlo di una seconda occhiata. Quanta gente lo aveva urtato, lo aveva incontrato, e poi aveva proseguito senza più voltarsi.

Si era fatto tardi, avevo anche fatto saltare un impegno, ma da quell’incontro uscivo come stordito per le profondità inattese che mi aveva aperto.
Strinsi la mano di quello strano uomo, che probabilmente viveva più intensamente di quanto fossi mai riuscito a fare io.
“Vede, ” mi disse congendandosi “ogni   vibrazione    di     suono   non    muore ,   si    affievolisce   solo .   Ogni    parola   mai    pronunciata    continua   ad     aleggiare   per    la    eternità.   Così    sarà   per    quanto   ci    siamo    detti.”
Ebbi un brivido. Fino alla fine del tempo ogni parola trascurata, detta affrettatamente, con malizia, ogni menzogna, ma anche ogni frase d’amore, ogni giuramento, ogni promessa, ogni sospiro d’affetto sopravvive e non passa. Non ci avevo mai pensato.
Un peso da schiacciare un uomo, se ci si fa caso, se ci vuole pensare. A meno di non credere che tutto sia cointessuto in un arazzo di bellezza e splendore.

Guardai allontanarsi quell’uomo che gustava ogni parola, finché non lo persi di vista. Non l’ho più reincontrato da allora. Ma sono sicuro che, come le parole dette da lui, da me e da te, da qualche parte continua la sua esistenza piena di senso.
Non gli ho neanche chiesto come si chiamava.

Ciò che fa accadere

Accada di te secondo la mia parola
è quanto di solito diciamo
Ma la vera grandezza è
accorgersi della propria piccolezza
e nel riconoscimento dire
Accada di me secondo la Tua parola.
E’ allora che le cose accadono
riconoscendo il principio di ogni cosa.

Nulla fontana

Mettiamo che voi abbiate firmato un contratto con tale Antonio Trevi, alias Antonio Peluffo, che vi ha venduto la sua fontana, la Fontana di Trevi, per soli cinquecentomila euro.
Passato qualche tempo, dopo che siete riusciti a convincere gli infermieri che non siete pazzo, rimane tuttavia questo contratto. Che farne?

Secondo voi, si può chiederne lo scioglimento?
Lo scioglimento del contratto si fa quando una o più delle parti vogliono rescinderlo, per motivi loro. Per scioglierlo però avrebbe dovuto essere valido: il signor Antonio avrebbe dovuto realmente possedere la fontana ed avere la possibilità di venderla.
Per lo stesso motivo non si può chiedere a qualche giudice di annullarlo: per annullarlo, avrebbe dovuto essere vero, avrebbe dovuto possedere una sua realtà in qualche momento precedente.
Il contratto per la vendita della fontana di Trevi è nullo. Non si può vendere ciò che non si ha, e quindi non c’è niente da sciogliere o annullare. Per gli effetti pratici sulla fontana di Trevi è come non fosse mai esistito.

Così quando leggete o sentite del “divorzio cattolico“, o dei tribunali ecclesiastici che autorizzano lo scioglimento o l’annullamento di un matrimonio, state pur sicuri che state leggendo una patacca, scritta da un ignorante o da un sensazionalista in cattiva fede. L’unica cosa che può fare la cosiddetta “Sacra Rota” è certificare che un certo matrimonio  è nullo, come non fosse mai esistito. Perché neanche la Chiesa può sciogliere ciò che Dio ha unito.

Se le risposte a quelle domande, quelle promesse fatte all’altare sono state fatte in cattiva fede, con ignoranza o inganno, allora il contratto non c’era. Ciò che Dio non ha unito, perché non lo si è invitato anche se la cerimonia si è svolta a casa sua, deve solo essere riconosciuto per quello che è.

Nulla.

 

Miserelli

il demonio (non sto parlando in senso figurato), sfrutta sempre le aspirazioni del cuore per tirare a sé le persone. Come del resto fa Dio.

Aspirazioni ad una vita più comoda, ad una società più giusta, alla ricchezza, ad una Russia più grande, alla libertà sessuale, a leggi migliori, a combattere aborto\omosessuali\omofobi\eretici, alla bellezza, ad abbattere il tiranno, ad eliminare i ribelli, perfino alla verità e a dare lode al Signore.

Qual è la differenza? Che nel caso del primo ci si ferma subito, ci si arresta al desiderio, alla risposta immediata, alla risposta che già pensiamo o che ci danno.
Ce la danno e ci danniamo, perché ogni risposta parziale che pensiamo completa è un di meno. Qualcosa che ci stoppa sulla nostra posizione invece di procedere verso l’infinito.
Miserelli chiusi nel loro particolare, che fanno quel che possono.

Le risposte parziali sono piccole. Non coprono tutta la realtà, come una coperta troppo corta. Rimane tanto spazio da riempire.
E siccome occorre colmare questo vuoto ci si inventa un nemico da accusare.

Quando invece la nostra esistenza la riempiamo di Dio, cioè dell’unica cosa abbastanza grande, posto non ne rimane. Non si rimane a corto, con Dio: più ne mettiamo tanto meno posto c’è per altri idoli (positivi o negativi).

Anche il demonio, in fondo, è una figura miserella che fa quello che può, e senza di noi non può.

Densità infinita

Quelli che hanno fatto studi matematici probabilmente conoscono il concetto di “continuità”.

Continuo vuol dire senza interruzioni. Accanto ad ogni punto troviamo infiniti altri punti. Ci avviciniamo e ci avviciniamo, ingrandiamo e ingrandiamo e continuiamo a trovarne. Ogni singolo punto è infinitamente pesante, denso.

Anche ogni momento della nostra vita ha questa continuità. Sebbene i nostri attimi ci possano sembrare leggeri, fugaci, inafferrabili, eppure ognuno di essi è fondato sull’infinito, in una fuga vertiginosa.

Ce ne potremmo accorgere, se solo ci soffermassimo; e la densità dell’istante, invece di chiuderci in un particolare, ci aprirebbe all’inatteso. All’autentica consistenza del nostro tempo e di noi.

No, non siamo una mano di biacca sulla sottile crosta del reale. Le nostre radici, il nostro stesso essere affondano nell’inconosciuto, nel Mistero.
L’approfondire diventa un allargare, un orizzonte che si apre, che abbraccia, che ci abbraccia.