Lassù in cielo

A guardare la Terra dallo spazio è evidente che sia abitata. Le luci notturne disegnano merletti luminosi nel buio, e le ecchimosi grigiastre delle città sostituiscono i verdi delle foreste.

Certo, è una sottilissima crosta di vita, più sottile della muffa su di una arancia. Non è possibile distinguere tutti gli esseri umani nelle loro occupazioni, nelle loro esistenze.

Allontanandosi ancora un po’, lassù nel cielo, il nostro pianeta diventa un punto sempre più piccolo, perduto nel bagliore della Galassia. Solo con strumenti molto sofisticati sarebbe possibile accorgersi che nell’orbita di quella stella insignificante che noi chiamiamo Sole c’è un mondo carico di vita.

Anche se debolissima, minuscola, sperduta, la traccia che dice che esistiamo c’è.

Se ci fosse qualcuno che la cerca, quella traccia, qualcuno capace di cose che noi non sappiamo neanche immaginare, quel qualcuno saprebbe che esistiamo. Ognuno di noi non sarebbe perduto, non sarebbe solo. Lassù nel cielo ci sarebbe qualcuno che saprebbe di noi. A cui importerebbe di noi.

Il cielo è molto vasto, noi molto piccoli. Eppure chi ha creato il cielo sa di noi.
E’ persino sceso qui, sulla Terra. Segno di amore.spaxiodemone

 

Da oggi il blog passa da aggiornamento giornaliero ad aggiornamento quando si può, fino a ferie concluse. Ci sentiamo presto.

 

Lucertola nella ragnatela

“Oggi pomeriggio si dibatteva, adesso non si muove più”.

Come avrà fatto ad arrivare lassù? E’ a tre, quattro metri d’altezza, come sospesa nel vuoto. Una lucertola adulta, non enorme ma neanche piccolissima. Probabilmente la taglia maggiore che si può trovare in questa terra di felini assassini.

Se strizzi bene gli occhi puoi anche vedere la ragnatela in controluce, tra la palma e il nespolo. Ci sono un paio di metri che li dividono, e la geometria di fili riempie l’intera distanza. Il ragno non si vede. Un aracnide in grado di tessere una tela che può catturare una lucertola adulta non dico sia Shelob, ma tanto piccolo non dev’essere.
Dalle mie parti siamo abituati alle grosse taglie. Magari il ragno è stato mangiato dalla lucertola, ma più probabilmente è da qualche parte a sbocconcellare un piccione.

Guardo attentamente. Riesco ad intravedere la gola che pulsa. E’ ancora viva!

Afferro la ramazza, la tiro giù. Lei si aggrappa alla scopa come ad un’ancora di salvezza. Rimaniamo a fissarci un po’, a distanza di alcuni centimetri. Non prova a scappare, sembra tranquilla. Forse è esausta, forse ha capito che l’ho salvata e si fida. Protendo per la prima ipotesi, ma lasciatemi volare un po’ di fantasia. Alla fine la deposito su un muro. Buona fortuna, e attenta la prossima volta.

Chissà come ha fatto a finire lassù. Chissà com’è dibattersi nel vuoto, senza appoggio, perdendo forze e speranze. E poi, dal cielo, arriva la salvezza.

lucertolarid1

 

 

Animaletti

Un mio antico professore amava sostenere che i bambini sono animaletti, che l’e-ducatore deve condurre, fare uscire, dallo stato di bestie per raggiungere lo stadio umano.
Personalmente credo che al bambino manchi la capacità empatica. Non è in grado di comprendere davvero la sofferenza di qualcun altro. Per questo è così crudele.

Il passaggio ad adulto avviene quando si scopre  il significato di prossimo. Nel momento in cui si comprende che gli altri non sono oggetti, ma persone. In cui si capisce la loro gioia, il loro dolore.
Maturità è sapere dire “mi importa“. E assumersene tutte le conseguenze.

Non può importarci davvero di qualcosa se non ci rendiamo conto di essere legati ad essa. Al cristiano importa persino dei propri nemici, perché con essi condivide un Padre. Per crescere davvero occorre riconoscersi figli.

Ma certa gente non vuole crescere mai.

Tranne che

Gli uomini moderni sono tolleranti con tutti tranne che con gli intolleranti. Che sarebbero quelli che la pensano diversamente da loro.

L’UOMO

L’UOMO.

Quante volte ne abbiamo sentito parlare. L’Uomo farà questo, l’Uomo riuscirà in quello. Io ho sempre però avuto un dubbio.

Chi è questo Uomo? Io lo conosco? E’ il mio vicino di casa? E’ il tizio che ho appena incontrato per strada? Datemi nome e cognome di questo portentoso individuo che arriverà ad ottenere la pace, a trovare leggi perfette, ad essere giusto.
Di ciascuno di coloro che conoscete, di tutti coloro di cui avete sentito parlare, vedete se ad uno di essi si adatta la descrizione dell’Uomo. Un Uomo di cui fidarsi totalmente, che mi dica cos’è bene e cos’è male. Almeno uno. Che non sia un poveretto come me.
E, permettimi, neanche un poveretto come te.

Perché se fossi io, o se fossi tu, l’Uomo, poveri tutti noi.

 

La C sul nostro muro

In un silenzio imbarazzato da parte di chi li ha finanziati mentre stavano a combattere in Siria, le milizie dell’Isil stanno cercando di eliminare ogni presenza avversa nel territorio da loro controllato. Distruzioni di chiese, santuari e moschee non conformi alle loro idee, e sommarie esecuzioni di quanti le frequentavano. Sarebbe l’occasione perfetta per quanto si sono persi il nazismo e magari hanno sottovalutato, per così dire, il comunismo, per parlare. Il tacere è però assordante. O magari stanno esercitando su altri bersagli la loro indignazione. Si sa che è complicato avere un’opinione, prendere una posizione contro qualcuno che non è, come i cristiani, educato a porgere l’altra guancia.

Perché ad essere si rischia. Sarebbe comodo convertirsi e continuare a vivere. Lo sa Meriam, lo sa Asia Bibi, lo sanno tutte quelle famiglie in fuga, pronte a perdere tutto pur di salvare cosa è importante. Noi saremmo disposti a lasciar scrivere sul nostro muro la N di Nazarat, la C di Cristiani? Riusciremmo, come anche alcuni coraggiosi musulmani, a prendere le difese dei deboli a rischio della vita? Mi domando quanti tra quelli che conosco direbbero “in fondo in chiesa non ci vado”.
Ma se non ci sono neanche le parole, come possono seguire i fatti?

Per il momento si preferisce essere indignati più della distruzione delle pietre morte che di quelle vive.

Quando poi gli anni saranno trascorsi, e l’erba sarà cresciuta sui teschi e sulle ossa, ci si potrà sempre pentire e fare un’autocritica. I cristiani perdonano.

Mi manca la parola

In ogni lingua esistono parole non facilmente traducibili. Una di queste è la giapponese komorebi.
Komorebi indica i raggi del sole che traspaiono dalle foglie di un albero. Vedete: ce ne vuole una mezza dozzina, di parole italiane, e ancora non si raggiunge il pieno significato originale.
Eppure si tratta di qualcosa di cui tutti noi abbiamo esperienza. Pensate che difficoltà avrei a fare capire il senso di quella parolina ad un eschimese, che mai ha veduto un albero.

Così io potrei narrarvi di una bellezza che traluce tra i tempi della vita. Ma mi manca la parola giusta per raccontarla, una parola che si faccia capire anche a chi non l’ha mai provata.
E così balbetto, invitandovi a vedere.

Certezze

Un agnostico non è uno che non accetta Dio perché mancano prove certe della sua esistenza; è uno che non può accettare prove dell’esistenza di Dio perché è certo che non esistano.

In pratica, un agnostico è tanto pieno di sé da essere convinto che sia impossibile per la realtà fargli cambiare idea.

Mezzi di trasporto

Voglio essere sincero. Non ho niente contro gli atei; sono gli agnostici che non sopporto. Il dubbio è utile se dura poco. Capita a tutti di attraversare il Giardino del Getsemani. Se Cristo fu tormentato dal dubbio, è logico che tocchi anche a noi. Se Cristo passò una notte d’angoscia in preghiera, allora anche noi possiamo permetterci i dubbi.
Ma poi bisogna superarli. Scegliere il dubbio come filosofia di vita equivale a eleggere l’immobilità come proprio mezzo di trasporto.

Yann Martel, Vita di Pi

Sarracenia

La Sarracenia è bella. E’ la prima cosa che si vede. Cilindri bianchi, verdi, purpurei dall’aspetto lievemente carnoso. Sono ricoperti un fitto reticolo di quelle che sembrano vene. Questi alti steli si allargano nella parte superiore, che è protetta da una specie di coperchio. All’interno vi è una fitta peluria.
La Sarracenia è una pianta carnivora.

L’insetto arriva, attirato da colori e profumi. Se oltrepassa la bocca, l’apertura del cilindro carnoso, è nei guai. La parte interna nel primo tratto è molto scivolosa. Si cade.
E, se si cade, è finita. Sembrerebbe facile risalire un tubo così stretto, ma la peluria ostacola e ributta verso il basso, non vi è niente dove fare presa. E’ una fascinosa trappola mortale. Il prigioniero vede il cielo vicino, ad un passo, e si affanna e strugge per raggiungerlo. Inutile. Da soli non è possibile. Le forze vengono meno, la stanchezza sopraggiunge, poi la morte.

I succhi gastrici della pianta provvedono al resto.

Certo, la dionea fa molta più paura. Una bocca che si chiude, imprigiona, schiaccia. Ma al confronto della sarracenia, che non si muove e fa fare tutto alla sua vittima, è una dilettante.

Una trappola di dionea dura uno, due mesi, dopo tre scatti muore. Una volta scattata, ci mette giorni o settimane a riaprirsi. E non sempre gli scatti imprigionano qualcosa.
Nel mentre i colorati ed eleganti tubi della sarracenia si riempiono di insetti. Al fondo, un cumulo di cadaveri nerastri e digeriti. Anche ben oltre metà dell’altezza. Una trappola di sarracenia può arrivare a misurare anche mezzo metro, se ha spazio per crescere.

La dionea è attiva, ma la passività della sarracenia è molto più letale. Un pendio scivoloso che non si riesce a risalire causa molte più vittime di un approccio diretto.
E’ qualcosa che fa pensare, no?

 

 

Salva il tuo servo

Anche dall’orgoglio salva il tuo servo, perché su di me non abbia potere
Salmo 19, v.14

Sul Foglio di qualche giorno fa c’è un interessante articolo il cui titolo recita: “Nessuno è così stupido quanto un uomo intelligente davanti al medico“. L’articolo parte dalla constatazione che a farsi del male negandosi vaccini e cure scientifiche per seguire discutibili pratiche alternative sono spesso le persone che, per capacità e studi, dovrebbero più rendersi conto della irragionevolezza del loro atteggiamento. Si fa l’esempio di Steve Jobs, che preferì curarsi il cancro con le erbe piuttosto che con rimedi di tipo classico.

Un commentatore puntualizza: non “un uomo intelligente”, “un uomo istruito”. Mi permetto di correggere entrambi: non è l’istruzione a causare questo particolare tipo di stupidità, né l’intelligenza, ma l’orgoglio della propria intelligenza favorito dalla propria istruzione. Orgoglio intellettuale, si usava dire un tempo: ovvero l’intima convinzione che siano tutti gli altri ad essere stupidi, compresi gli esperti.

Il fatto che di questo flagello siano colpiti soprattutto soggetti con mente ed educazione superiore è un sottoprodotto della filosofia attuale, che nell’insegnamento trova il suo punto più alto. Il dubbio sistematico, la negazione del principio di autorità portano a credersi superiori all’autorità stessa, senza domandarsi se essa abbia dopotutto qualche ragione. Ogni dilettante si crede esperto. E per potersi ritenere migliore lui deve negare ciò che l’autorità o la tradizione (che per lui, chiaramente, non capiscono niente) affermano.

E’ un circolo perverso: rifiutando l’autorità si crede alla bubbola, che potrà venire smentita, paradossalmente, solo quando assurgerà a status quo.
Finché rimane di nicchia, l’idea balzana è di moda e la usano tutti. L’esclusivo di massa. Quando diventa il paradigma si comincia a metterla in dubbio, e vengono riscoperte le ragioni che i veri esperti avevano tirato fuori fin dal primo momento. Metteteci dentro ogni cosa: dal “bio” al riscaldamento globale.

Basterebbe un poco di umiltà, riconoscersi per quello che si è, per evitare la trappola. Bisognerebbe rendersi conto che si è sì intelligenti, ma non basta. Che si è laureati, ma non basta. Per questo chi si è già scontrato con il proprio limite è più immune.

Se ci insegnano però che proprio il dubbio sistematico e l’orgogliosa autoaffermazione sono gli atteggiamenti di successo, è chiaro che ad essere stupidi lo si impara a scuola.

Stay foolish, ci viene detto: perché meravigliarsi poi se lo siamo?

Sul mio funziona

Gli informatici mi capiranno; spero anche gli altri.

Mettiamo dobbiate sviluppare un programma. Vi mettete lì, programmate, compilate. Poi lo provate: lo mettete in un ambiente di test, lo fate girare, lo correggete se ce n’è bisogno.
Quando vi pare a posto, passate alla realtà. Al caso vero.

Un programma che funzioni solo in ambiente di prova, ma che non faccia i conti con il reale, vi sembra a posto, ben fatto?
Perché l’avete sviluppato? Per farlo girare nella vostra stanzetta, o per il mondo? Quanto vale un’applicazione che si tiene nascosta, che nella pratica non serve, non viene usata?

Lo scopo di quello che facciamo, di ogni cosa che facciamo, non può essere una finta, un’illusione. Non possono essere parole, promesse vuote che facciamo a noi stessi. La nostra idea perfetta nel suo nido di bambagia.
Non si lavora per una nostra fantasia, un’idea anche nobile, ma per quello che c’è.

Tutto.

Qualcosa di buono

Che cos’è che ci fa interessare ad ogni cosa? Ad ogni persona?

Non un moralismo laico, non un darwinismo etico, non uno spiritualismo generico. Non perché abbiamo da guadagnarci qualcosa. Non per stare tranquilli con la coscienza. Questi, al limite, sono effetti secondari, qualcosa di cui ti accorgi dopo.
Perché ridurre tutto a questi sarebbe irragionevole. Lascerebbe fuori qualcosa.

Le cose irragionevoli causano brutte conseguenze. Le fai, e poi sei scontento, inquieto. La realtà gratta contro la tua vita, come un ingranaggio difettoso.

Perché, in fondo,
Che mi importa di te? Che mi importa del resto del mondo?
Che mi importa del tuo lavoro perso, del bimbo che nasce, o non nasce, della tua operazione, della piccola disperazione? Che mi importa che il lavoro sia fatto bene, che tu stia bene, che ci sia un bene per te che manco conosco?
Niente.

Niente, se non fossimo uniti da qualcosa che non è un precetto, o un dogma, ma è molto più profondo, impossibile da ridurre ad un meccanismo.
E’ il modo in cui siamo fatti, letteralmente fatti: e solo il cristianesimo lo spiega. Io mi interesso a te perché è la mia via per essere veramente me stesso. Non per risolverti la vita. Non per calcolo, ma per constatazione.
Come l’aroma di qualcosa di buono, che inspiri a pieni polmoni, e sei felice.

Tra pesi e parassiti

Volevo dire quattro parole sull’epocale ridisegno del nostro assetto bicamerale a cui si sta mettendo mano in questi giorni.
E le parole sono: me ne importa poco.

Se devo fare una classifica degli argomenti di maggior interesse per me, questo si colloca più o meno tra “abitudini riproduttive dei platelminti” e “regole dei campionati di lancio del peso“.
Non è che non sia conscio che quello che si deciderà dalle parti del Parlamento avrà ricadute sulla mia vita; è che non sono convinto che faccia poi quella grande differenza.
Se diamo un’occhiata in giro per il mondo e per la storia è abbastanza evidente che non è un certa forma politica a fare la distinzione. Un governo vale quanto gli uomini che lo compongono, sempre. Scambierei in qualsiasi momento una democrazia di imbecilli con una saggia monarchia. E, se provate a fare una classifica di chi è a capo nei paesi migliori in cui vivere, potreste dovere rivedere qualche idea.

Il successo o meno di una nazione non è determinato dal tipo di governo, ma da quello che il governo fa – compatibilmente con tempi e circostanze. Ad un cestode importa abbastanza poco di quale sia il suo ospite, purché gli fornisca il cibo e un ambiente confortevole da vivere.
Posso capire che la classe politica sia tutta in fermento. Fossi un lanciatore di pesi  e si dovessero definire le regole di accesso alla massima competizione sarei anch’io in fibrillazione. Io però preferirei che si lavorasse duro per toglierli, i pesi, per non penalizzare chi vuole creare lavoro, chi ha voglia di fare. Preferirei si cercasse di rendere il paese un posto migliore da vivere. Questa è la cosa che mi interessa di più da un governo, insieme a tante altre, ma non le chiacchere.

Quindi, signori politici, organizzatevi tra voi come volete. Non avvertitemi quando avrete fatto. No, chiamatemi dopo, dopo avere lavorato.

I semprecritici

Quando ero piccolo, e la televisione era ancora in bianco e nero, c’era una serie di spot che si intitolavano “gli Incontentabili”. Un esigente compratore, impersonato da Adolfo Celi, e la sua famiglia, terrorizzavano i negozianti dimostrandosi scontenti qualsiasi cosa venisse loro proposta. C’era sempre un piccolo particolare che non andava, una quisquilia da contestare.

Ah, quanti ne conosciamo così. Persone che criticano sempre, pervase da un pessimismo cosmico sulla possibilità di trovare qualcosa che valga.
Gente in grado di demolire un capolavoro con una frase, il lavoro di una vita con una battuta cinica.

Certo, è dell’uomo non accontentarsi mai del tutto. Non stare mai tranquillo. Ma tra questo e pensare che ogni cosa sia negativa, ce ne corre. Il semprecritico rischia di essere incapace di apprezzare quanto c’è di bello e di grande nelle cose, tutto teso a cercare quanto invece non va. Messo di fronte alla perfezione troverebbe una battuta demolitrice anche per lei.

Le persone più grandi che abbia conosciuto, invece, sono in grado di valorizzare ogni cosa che incontrano. Di ogni uomo, di ogni situazione riescono a cogliere il positivo. Perché il positivo è il valore del reale, è ciò che c’è. E’ andare verso il bene. Senza dimenticarsi del male; ma mettendolo al suo posto.

E quanto ne abbiamo da imparare da questi grandi. Ad esempio, io ho scritto questo post partendo da un negativo, da un lamento. Sì, i semprecritici ci sono. Ma non vale la pena parlarne. Per non essere incontentabile.

Da luoghi selvaggi

Non è che ai tempi di San Benedetto fosse meglio di adesso. Anzi.
Per l’Europa imperversavano eserciti che al confronto i nostri terroristi sono agnellini. Il cristianesimo era ancora ben lungi dall’avere la diffusione dei secoli successivi. E quindi la moralità era, se possibile, decisamente minore dell’attuale. Il vivere quotidiano era sopraffazione, violenza, lussuria, avidità. I matrimoni erano intesi come poco più di convivenze, gli infanticidi superavano gli aborti. Le città (quelle che rimanevano) erano luoghi al meglio malsani, al peggio dei luridi pozzi di corruzione e degrado.
Gran parte di quello che adesso siamo abituati a pensare come essenziale al vivere civile non c’era ancora. Non era ancora stato inventato. Ospedali, scuole, orfanotrofi, mutue e associazioni, università…tutto era là da venire, frutto di uno spirito che iniziava appena a sbocciare.

Niente da meravigliarsi che giovani che volevano vivere la loro fede seriamente cercassero di isolarsi. Cercando posti che sfuggissero alla pressione sociale, alle guerre ricorrenti, per costruire qualcosa di nuovo. Cercassero delle regole per potere vivere la vita.
Non come le antiche leggi romane, o le nuove leggi barbariche: regole che guardassero a tutto l’uomo, l’uomo integrale, impastato di sudore e di infinito.
Ora et labora. Volevano isolarsi, quei monaci, e da loro sono corse le genti. Cercavano luoghi selvaggi e ne hanno fatto centri di civiltà.

Ed io mi domando: cosa ne sarà di noi, domani, se non costruiamo anche noi nuovi monasteri per ricostruire il mondo?

La tigre nella scatola

Farsi gli affari propri. Fregarsene. Stare tranquilli. Oh, io ci ho provato. Ma non funziona. Quando ti apparti per assaporare il tuo piccolo particolare, questo in qualche maniera perde gusto. Come rinchiudere una tigre in una scatola. Sempre una tigre, ma meno viva. Meno tigre.
Escludere il resto del mondo vuol dire tagliare quei piccoli fili invisibili che portano linfa a quello che fai, a quello che sei.
Come se il significato delle cose non fosse nelle cose. Come se il tuo significato non fosse in te stesso.
Come il senso della vita ti fosse dato.

Basta un poco di fantasia

“Prova ad essere un po’ fantasioso”
Così mi dice mia figlia mentre sono qui, con la testa tra le mani, a pensare al post di oggi.
La giornata mi ha abbastanza piallato. Magari dopo cena sarei riuscito a scrivere qualcosa, ma ho dovuto fare lavoretti di casa. Poi il computer è stato usurpato da mia moglie, che ha avuto problemi alla posta a cui ho dovuto porre rimedio; quindi è stata la volta di mia figlia, che ha voluto vedere un film. Sono riuscito appena a sbirciare l’inizio della partita.
Cosa scrivo? Mia figlia mi suggerisce di copiare un articolo di Gramellini. Le rispondo che io non copio. Gramellini, poi…
E allora di cosa scrivi?, mi fa.
Della vita, rispondo, di quello che accade.
Scrivi del mondiale, mi suggerisce.
Eh sì, e cosa posso dire che non sia già stato detto? Che già non si sappia?
Ma di cosa hai scritto finora?, mi domanda ancora.
Un po’ di tutto, le replico. Quasi dieci anni, poco meno di duemilatrecento articoli…è complicato trovare qualcosa di cui ancora non abbia discusso.
“Prova ad essere un po’ fantasioso”.

Eh già, fantasioso. Potrei ad esempio scrivere un post in cui parlo di come sia complicato trovare qualcosa da scrivere; e magari finirlo con una riflessione su come in fondo fare un blog non sia così diverso dal vivere la vita: occore ogni giorno trovare un argomento nuovo, una ragione in più.
Senza smettere di cercare, di trovare cose nuove, lucidare le vecchie, ordinare le presenti.
E quindi sì, stasera scrivo di questo. Grazie, figlia mia che già dormi, mentre la partita è finita.
Il post comincerà così:
“Prova ad essere un po’ fantasioso”…

Fuori dal girone

Chi mi legge sa che i titoli dei miei post spesso fanno pensare ad un tema completamente differente da quello poi davvero trattato.

E’ un espediente che ha un doppio effetto. Da un lato attraggo persone che potrebbero non essere interessate, per attitudine o pregiudizio, al vero argomento.

Il secondo effetto è che sbilancio le persone. C’è dissonanza tra quello che pensano dovrebbe esserci scritto e quello che effettivamente leggono. Così sono più portate a non sottovalutare il post; a riguardarselo, per assicurarsi di avere capito bene. A scorrerlo fino in fondo.

In effetti, anche lo stesso titolo del blog, il mio avatar, fa giusto questo. Uno clicca sul diavolo e trova qualcuno che parla di Paradiso. Non sono certo al livello di Chesterton, insuperato esempio di come si possa usare il paradosso per puntare alla verità. Ma mi piace pensare di seguirne un poco le orme.

Spero per questo mio trucco di non avere come destinazione il girone dei mentitori. Come finale mi piacerebbe un’altra.

 

Una lunga storia

L’abbazia della Novalesa fu costruita nel 726 – se ne conserva l’atto. Sorge sulle Alpi, quasi al confine con la Francia, in un’ampia e verde valle circondata da alti monti, ricca d’acqua, e all’epoca assai selvaggia.

Nel corso dei quasi tredici secoli non è stata abitata di continuo. Ci sono state due interruzioni.

La prima nel 906, quando i saraceni la saccheggiarono e rasero al suolo. I monaci si salvarono fuggendo, e trasportarono la biblioteca di quasi settemila volumi a Torino.
Per più di cent’anni rimase abbandonata, poi i benedettini vi si reisediarono e ricostruirono ciò che era stato distrutto.

La seconda interruzione è molto più recente: nel 1855 il parlamento piemontese sciolse d’ufficio tutti gli ordini monastici, incamerandone i beni. Anche i frati furono mandati via, e lo stato svendette l’antico convento ad un imprenditore che cercò di farne uno stabilimento idroterapico.
Dopo molte altre vicissitudini, da qualche anno i monaci sono ritornati.

Perciò capite, quando sento parlare di califfato islamico mi vengono in mente quei jihadisti di mille anni fa, ben prima delle crociate, che bruciavano paesi e ammazzavano cristiani sulle nostre montagne.

Quando mi fanno discorsi su leggi sempre più oppressive per i cristiani, su persecuzioni giudiziarie, mi sovvengono gli anni in cui i sacerdoti e i vescovi erano imprigionati con futili pretesti, e pareva che la Chiesa non avesse scampo di fronte alla massoneria.

Gli uni e gli altri sono passati. Torneranno ancora? Può darsi. Magari Novalesa sarà bombardata e bruciata ancora, come le chiese di Mosul. O sarà chiusa d’ufficio da solerti funzionari, come in Cina. Ci sarà molto dolore, e sofferenza.

Ma i cristiani di una cosa sono certi: della Resurrezione.

 

 

Sul gradino

Credersi Dio è qualcosa che ci occorre spesso. Crediamo di essere invulnerabili, immortali, immensamente razionali ed intelligenti. Pensiamo di capire tutto.
Poi, pataf! Accade qualcosa che fa crollare questo nostro piccolo universo divino. E abbiamo un bell’aggrapparci alla nostra illusione, a credere di guarire da questa malattia mortale che chiamiamo vita.
Quant’è difficile capire quanto poco siamo. Quanto nulla c’è in noi. Quanto distanti siamo da quella pienezza che pure desideriamo tanto.

Ma feriti dalla realtà si può crollare, pensare di essere effettivamente nulla. E perdersi.

Eppure no. Ci siamo. Non siamo descritti dalla nostra incompiutezza. Esiste su di noi una misericordia che ci fa esistere, un’amore sulla nostra vita che va oltre quello che siamo. Un amore che non possiamo in nessuna maniera darci da soli.
E’ l’accorgerci di questo amore che ci salva dal crederci déi e dal crederci  nulla. Che fa di noi delle persone vive e vere.
Certo, mi potreste dire: sei tu che ti aggrappi ad una fede per mascherare la tua impotenza. Come se non fosse ragionevole riconoscere la nostra povertà, come se non fosse ragionevole riconoscere che non è questa povertà che fa di noi degli uomini. Che qualcosa, prima di noi, ci fa esistere. Fa esistere la nostra realtà. Senza nostro merito o capacità.

Possiamo stare davanti a questa constatazione senza farci toccare da essa. Illudendoci che basti la nostra interpretazione a definire il mondo. Oppure stare davanti a questo Mistero come chi cerca, come chi chiama, come chi vuole capire e non si accontenta. Come il bambino che vuole salire il gradino, e chiama la mamma che lo sollevi un poco.

Senza questa purezza di domanda, questa nostalgia del reale, è tutto scetticismo oppure vuoto orgoglio.

310979589856_1_0_1

AAA Politico Cercasi

AAA Cercasi politico
che segua gli ideali cristiani
che non cambi perché il vento è cambiato
che abbia a cuore la verità più che il posto
che non si faccia intimidire né da avversari né da alleati
che tenga distinta la faccia dall’altra estremità
che sappia quando occorre dire no
che io possa votare senza pentirmene
astenersi perditempo.

La verità allo specchio

La meravigliosa Lola si avvicinò allo specchio, e tutti trattennero il fiato.

Nessuna più bella di Lola, dicevano i giornali patinati che le signore leggevano dal parrucchiere. Nessuna più bella di Lola, si sussurravano tra loro ammiccando giovani e non più giovani dietro un boccale di birra , un bicchiere di champagne. Nessuna più bella di Lola, si ripeteva Lola volteggiando tra i cristalli.
Questo era stato tanti, tanti anni prima.

Erano stati i suoi stessi domestici ad accorgersi per primi della curiosa mania della loro padrona. La cameriera, una mattina, aveva trovato il pavimento della camera da letto della sua signora completamente ricoperto di frammenti di vetro.
Il grande specchio da toeletta era andato completamente in frantumi. Anche i due specchi laterali avevano subito la stessa sorte. Non ne sopravviveva nessun pezzo più ampio di pochi millimetri.
Pareva che fossero stati dapprima colpiti con qualche corpo contundente, e poi calpestati. Ma la donna che li aveva trovati, e il resto della servitù, si guardò bene dal cercare di approfondire la questione. Conoscevano la casa dove servivano. I vetri furono silenziosamente raccolti e buttati via. Il maggiordomo si arrovellò tutto un giorno per capire se poteva sollevare la questione della loro sostituzione senza essere licenziato.

Lola non aveva detto una parola in proposito.

Il dubbio fu risolto il giorno seguente, quando anche lo specchio del bagno principale fu trovato nelle stesse identiche condizioni.
Nel giro di un mese, ogni superficie riflettente presente in casa subì la stessa sorte.
Fu proibita la pulizia delle finestre. Quanto vi era di lucido fu abbandonato all’opacità. Gli impegni mondani di Lola furono lasciati uno dopo l’altro, finché lei smise di andare alle feste e, alla fine, di essere invitata.
Nel giro di una manciata di mesi più nessuno si ricordava che era esistita una fascinosa bellezza di nome Lola, e solo pochi si domandavano che fine avesse fatto.
Pochi, e sempre di meno anno dopo anno.

Raramente il grande cancello della sua villa si apriva. Mai Lola l’attraversava.

Il passare delle stagioni non era stato clemente con Lola. La bellezza ha bisogno di specchi per essere coltivata. Senza di essi, quella che era stata secondo alcuni la donna più bella del mondo aveva subito una trasformazione completa.
Non c’era più nessuno, ormai da molti anni, che si domandava perché non ci fossero specchi nella casa. Vedere Lola era bastante a comprenderlo.
Se ci si poteva chiedere cosa avesse visto, quale pressoché invisibile incrinatura avesse provocato quelle antiche furie distruttrici, ora non vi erano dubbi nei frequentatori della villa che anche un vago riflesso sarebbe stato letale per Lola e ogni cosa nelle immediate vicinanze.

In un certo senso l’incidente fu colpa sua. Aveva convocato in fretta e furia tutta la servitù per una delle sue abituali tirate, questa volta riguardante lo stato assolutamente deplorevole dei vasi di rose del secondo piano. Una cameriera giovane e sciocca, sorpresa dalla chiamata a metà della toeletta, aveva posato per la premura il suo specchio personale sul tavolo da pranzo.
E fu così che la servitù completa, schierata nel salone, fu testimone del momento in cui Lola la meravigliosa si accorse dello specchio abbandonato.
Si arrestò a metà di una frase. Per un attimo fu come se avesse improvvisamente riconosciuto un amico un tempo intimo e poi detestato, ricomparso dopo lunga lontananza.
Si avvicinò a piccoli passi, forse per l’artrite, forse per il timore. Sembrava però  attirata verso l’oggetto come da una calamita, incapace di voltare le spalle e allontanarsi.
Arrivò al tavolo. Tutti si aspettavano che avrebbe infranto l’abusivo, come i suoi predecessori di tanto tempo prima. La cameriera responsabile del suo abbandono era pallida come un cencio.
Lola giunse davanti allo specchio, esitò per un attimo, poi lo raccolse e si guardò dentro.

I camerieri più anziani, in seguito, si raccontarono che il silenzio era stato così assoluto durante quegli interminabili secondi che anche le mosche si erano arrestate a mezz’aria. Lola si era guardata, a lungo. Poi aveva posato dinuovo lo specchio sul tavolo, aveva sorriso, e aveva parlato, a voce alta.
“Sono proprio bella come un tempo”, aveva detto.
Ed era tornata nei suoi appartamenti.
Se passate in quella villa ormai in rovina potete ancora vedere lo specchio, là, sul tavolo, ricoperto di polvere, dov’è stato lasciato.